Un paracadutista, un magistrato, un educatore, un ex tossicodipendente redento hanno letto il Dostoevskij di El Paso. Ecco cosa ne pensano
Tempi ha chiesto a quattro persone di leggere il romanzo di McCarthy. Nessuna di loro è un critico letterario di professione. Sono invece un giovane paracadutista, un insegnante oggi direttore di una scuola che si occupa di ragazzi “difficili”, un magistrato e un ex tossicodipendente che guida una comunità di recupero. Ad ognuno di loro è stato chiesto cosa li ha colpiti maggiormente di Sunset Limited.
Simone Olivo, 24 anni, paracadustista della Brigata Folgore.
«Il libro mi è piaciuto. Il Nero ce la mette tutta per salvare il Bianco: gli spiega qual è secondo lui il senso della vita, perché val la pena continuare, lo prega in continuazione di rimanere, di non andar via. Eppure il Bianco, l’uomo colto, l’uomo che ha studiato, ha già preso la sua decisione. Puoi fare molto per convincere un altro che c’è un senso nella vita, ma quest’altro può scegliere di non ascoltarti. Al contrario, per quel che è la mia esperienza di militare sui fronti di guerra, devo dire che spesso mi è capitato di essere io il Nero, seppur inconsapevolmente. Sono stato in Libano e ho avuto un dialogo con una ragazza che era stata per una settimana sepolta sotto le macerie, nella sua cantina. Senza luce, senza acqua, poteva solo sentire il suono della sirena antiaerea. Mi diceva: “Grazie a voi oggi noi possiamo tornare a vivere, perché fino a ieri eravamo come morti”. Molte di queste persone sembravano rinascere, come se la nostra sola presenza fosse il conforto necessario per ricominciare a vivere e, infatti, si rimettevano a costruire le loro case. Il mondo di oggi è Bianco, ma ognuno di noi può essere un Nero, anche se non lo sa».
Guido Brambilla, magistrato di sorveglianza a Milano.
«Il dialogo esistenziale tra l’uomo Bianco e il Nero rappresentato nel racconto di McCarthy descrive bene, a mio avviso, il dramma derivante dal confronto tra due concezioni diverse della ragione, della libertà e dell’esistenza dell’uomo che nel testo si giocano completamente su un punto centrale: il senso del reale. Il Nero non è un uomo dotto, non usa la ragione in modo speculativo. È un avanzo di galera, che ha ucciso ed è stato a sua volta sul punto di morire. Un evento improvviso, il “dito di Dio”, lo tocca e lo chiama in un rapporto non meritato anche se forse atteso, gli offre un punto d’appoggio e di abbandono definitivo. Altrettanto per lui non previsto, non programmato, non progettato, è il salvataggio dell’uomo Bianco, mentre stava tentando di togliersi la vita, gettandosi sotto il Sunset in arrivo. Diversa è la posizione di quest’ultimo: non è un depresso che vuol farla finita per l’insopportabilità della vita o per un grande dolore. È un dotto senza Dio, e senza Dio, le cose, la realtà, sono senza senso, scollegate fra loro come i tanti pezzi frantumati di un vetro rotto. Ma il maggior dramma della sua libertà
è che non Lo riconosce neppure nell’incontro con l’uomo che gli ha salvato la vita e che tenta di riportarlo ad essa con il semplice fatto della testimonianza di ciò che è successo a lui: non c’è gratitudine, perché la libertà non aderisce simpateticamente all’imprevisto. Il nero suscita affezione, non sterile dialettica, ma il cuore del Bianco, in una disperata scelta nichilista, sceglie di non dover più scegliere, di escludersi dal dramma. È la posizione in cui l’uomo occidentale rischia di precipitare sempre più se non si riaffaccia all’orizzonte, dentro le cose solite, l’inattesa speranza».
Stefano Giorgi, direttore di In-Presa, Carate Brianza (Mi)
«Il dialogo fra il Bianco e il Nero è lo scontro tra due modi di vedere la realtà. Per il Nero la realtà parla, per l’altro è muta. Nel mio lavoro con i ragazzi mi trovo spesso nelle condizioni del Nero. E mi trovo spesso nella situazione di chi è costretto ad ammettere che non è lui la salvezza dell’altro. Io posso, come dice uno splendido passo del romanzo, solo aiutarli a chiamare le cose con il loro nome. Poi spetta a loro, alla loro libertà, decidere. A me, come educatore, rimane da rilevare che il mio lavoro si fa più entusiasmante laddove trova persone che non presumano già di sapere e che siano disposte ad ammettere che la realtà parla, che dentro di loro non c’è il nulla – come sostiene il Bianco – ma un diapason che risuona al richiamo che viene dal mondo e che la cosa più ragionevole da fare è chiedere. Chiedere sempre».
Andrea Stucchi, ex tossicodipendente e carcerato, sieropositivo, oggi guida della comunità Progetto Vita di Lanciano (Chieti).
«Visto tutto quel che mi è capitato, direi proprio che io sono il Nero. Sono un salvato, io. E anche io, come lui, spesso mi trovo a chiedermi: ma perché il Signore mi vuole ancora qui? Perché anche oggi mi ha dato una possibilità? Se mi guardo intorno, se penso a mio fratello anche lui tossicodipendente, ai miei amici con cui mi bucavo, non vedo più nessuno. Li ho sotterrati tutti. Oggi guardo i ragazzi della comunità e cerco di dire loro che la possibilità di ricominciare esiste sempre. Io ne sono la prova vivente. Proprio ieri sera ne ho accalappiato uno un attimo prima che fuggisse. L’ho fermato e gli ho detto: se esci, ricominci. Se esci, muori. Ma questo non basta per rimanere. Per rimanere in comunità bisogna sapere che cosa ci divide, momento per momento, dal nostro Sunset Limited. In questa battaglia quotidiana quel che mi salva è una gratitudine per quella mano che mi ha preso per i capelli e mi ha ridato la vita. Sono sieropositivo. Ma ogni giorno combatto con gioia».
IL BRANO
Dimmi, cosa vuole davvero l’ubriacone?
Nero (...) La paura più grossa dell’ubriacone non è quella di morire per colpa dell’alcol, cosa che tanto gli capiterà. è restare a corto di alcol prima che gli succeda. (...) Ma se dai un bicchiere pieno a un ubriacone e intanto gli dici che non è quello che vuole davvero, secondo te lui che cosa ti rispone?
Bianco Penso di potermelo immaginare, cosa mi risponde.
Nero Certo. Eppure avevi ragione tu.
Bianco Dicendogli che non è quello che vuole davvero.
Nero Esatto. Perché quello che vuole davvero non lo può avere. Oppure è convinto che non lo può avere. E quindi si ingozza di quello che non vuole davvero.
Bianco E invece cos’è che l’ubriacone vuole davvero?
Nero Avanti, lo sai anche da solo.
Bianco No, non lo so.
Nero Sì, invece.
Bianco No.
Nero Hm.
Bianco Hm cosa?
Nero Sei un caso difficile, professore.
Bianco Guardi che neanche lei è una passeggiata.
Nero E così non sai cos’è che l’ubriacone vuole davvero.
Bianco No che non lo so.
Nero Vuole quello che vogliono tutti.
Bianco E cioè?
Nero Essere amato da Dio.
Cormac McCarthy
Sunset Limited, Einaudi, pp. 48-49
Inserito da AlessandroPazzi il 18 Giugno 2008 - 12:48pm
dev'essere un gran libro, bello cazzuto. grazie per la segnalazione, mi sono convinto.
PS molto belli i taz&bao ma non si leggono le parole