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Presunto colpevole, un programma tv «per raccontare gli orrori della malagiustizia italiana»

settembre 11, 2012 Chiara Rizzo

Intervista a Paola Bulbarelli, autrice della trasmissione di Rai Due: «Alcuni casi ci hanno toccato fino alle lacrime. C’è una grande superficialità nella valutazione degli indizi da parte della giustizia».

Uno sconosciuto ci indica come complice in una rapina, i carabinieri vengono ad arrestarci sotto casa e il magistrato non ci ascolta nemmeno, nonostante le prove a nostra discolpa. Un incubo. Che è accaduto davvero a un designer romano, Fabrizio Bottaro, accusato di rapina a mano armata e di detenzione di armi. Due reati commessi in un giorno d’agosto in cui Bottaro non si trovava nemmeno in Italia e per cui ha scontato un anno ai domiciliari prima di essere prosciolto. Una mamma separata dalla figlia perché accusata di sfruttamento della prostituzione e assolta dopo due anni, mentre rischia di morire per il dolore. Un padre accusato di pedofilia che non può vedere la figlia da sette anni e mezzo anche se è stato assolto definitivamente, perché in realtà non aveva fatto nulla. Queste sono solo tre storie, reali, raccontate nella primavera 2011, e ora in replica, dalla trasmissione di Rai Due Presunto Colpevole: casi di malagiustizia, conclusi definitivamente in aula, che pongono inquietanti interrogativi sui meccanismi del nostro sistema giudiziario, come racconta a tempi.it Paola Bulbarelli, una degli autori del programma: «Alcuni casi toccavano il cuore fino alle lacrime. Ti dicevi, ma è possibile che possano accadere cose del genere?».

Com’è nata l’idea di questa trasmissione?
Presunto Colpevole nasce da un’intuizione di Antonio Marano, vicedirettore generale della Rai, che ha sentito l’esigenza di una trasmissione di grande impatto emotivo: dare voce a chi era stato dimenticato dopo aver subito i danni irreparabili della malagiustizia. Una sorta di riscatto postumo che non avrebbe potuto ridare una vita “rubata” ma un modo per non dimenticare. Marano ha portato avanti la sua idea con tutte le forze e ha avuto ragione, perché abbiamo raccolto numerosi consensi.

Avete raccontato casi molto diversi tra di loro: qual è quello che ha più l’ha toccata o che è stato più difficile da raccontare?
I casi sono stati tutti coinvolgenti. Alcuni, quando il servizio non era stato montato in via definitiva, toccavano il cuore fino alle lacrime. È stato angosciante scoprire gli errori grossolani della giustizia italiana e pensare che quelle storie assurde sarebbero potute accadere a chiunque, anche a me. Basta uno scambio di persona, un nome simile a un altro, una testimonianza errata e la tua esistenza, in un attimo, va a rotoli. La cosa terribile è che, in alcuni casi, ci sono stati dei morti d’ingiustizia. Le storie sono tante, con un unico denominatore: vite completamente rovesciate, infangate, calpestate, derubate dell’onore e della dignità. A un maresciallo, vero eroe, sono stati portati via 14 anni di vita.


Qual è il comune denominatore di tutti questi casi?

Una grande superficialità nella valutazione degli indizi e un mancato approfondimento delle prove a discapito da parte della giustizia.

Come avete raccolto queste storie?
I nostri giornalisti hanno spulciato Internet in lungo e in largo, vari casi li conoscevamo in prima persona. C’è stato anche l’aiuto di qualche avvocato.

In seguito alla scoperta di queste storie, è cambiata la sua opinione della giustizia italiana?
In linea di massima continuo a mantenere fiducia ma, qualche volta, pervasa da una grande inquietudine.

Ci sarà una nuova stagione di Presunto colpevole?
Ci stiamo seriamente pensando, visti gli ampi consensi. E poi, di storie da raccontare ce ne sono ancora tante. Anche la giustizia dell’anima ha i suoi diritti.

 

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1 Commenti

  1. marco scrive:

    Sono un reduce della prima guerra mondiale. Sembra strano, ma lo sono.
    Ho inteso una causa contro INPS per il riconoscimento dei contributi figurativi per i periodi di incorporazione nell’esercito italiano. Il giudice del lavoro del tribunale di Teramo, Alessandro Verrico da ragione all’INPS, e mi condanna a pagare euro 1.650 più iva e accessori.
    Il giudice Alessandro Verrico, motiva la sentenza con una norma abrogata, e non più vigente, il regio decreto 1827 del 1935, che differenziava i militari della prima guerra mondiale, dal 25 maggio 1915 al 1 luglio 1921. Secondo il giudice Alessandro Verrico, io dal 25 maggio 1915 al 1 luglio 1921, non essendo in zona di guerra, o in trincea in combattimento contro i soldati austriaci, non ho diritto ai contributi figurativi, anzi io ero un’accasermato, o a disposizione, e questi militari non avevano diritto all’accredito figurativo. Quindi il giudice Alessandro Verrico essendo io un militare accasermato dice che non ho diritto ai contributi figurativi, invece quelli in zona di guerra si.
    Io nel 1915-21 non ero ancora nato, sono nato il 22 settembre 1962.
    La sentenza del giudice Alessandro Verrico lascia solo allibiti.
    Anche questa è malagiustizia.

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