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Prestigiacomo «Ecco perché il piano contro il dissesto idrogeologico non è ancora attivo»

novembre 8, 2011 Chiara Rizzo

L’80 per cento dei comuni italiani ha problemi di difesa del suolo. Per questo motivo due anni fa è stato elaborato un piano contro il dissesto idrogeologico, rimasto nel cassetto. Il ministro Stefania Prestigiacomo spiega il perché a Tempi: «Il Parlamento ha dirottato i fondi europei per il Meridione per intervenire dopo le alluvioni 2009 e 2010. L’ultima finanziaria ha fatto il resto»

L’alluvione a Monterosso e nella Lunigia, poi a Genova. Esattamente due anni fa a essere colpito da un’alluvione altrettanto drammatica era stato un paesino siciliano, Giampileri. Dopo quel fatto, il ministero dell’Ambiente elaborò un articolato piano contro il dissesto idrogeolico. Eppure, a due anni di distanza, ci troviamo di fronte a un’altra tragedia. A questo proposito pubblichiamo uno stralcio dell’intervista al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che verrà interamente pubblicata sul numero di dicembre di Più Mese dedicato all’Energia e all’Ambiente.

Ministro, a metà ottobre esprimeva la propria soddisfazione per aver recuperato 300 milioni immediatamente spendibili e 500 milioni destinati in futuro alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Dopo l’alluvione a La Spezia e Lunigiana lei stessa ha però invitato a sbloccare subito i fondi spiegando che «L’Italia due anni fa si è dotata di un piano straordinario contro il dissesto idrogeologico dotato di risorse complessive per 2 miliardi e mezzo». Un piano definito e approvato, ma rimasto nel cassetto. Cosa state facendo per sbloccarlo?
Purtroppo la situazione dell’Italia è nota e non da oggi. Oltre seimila comuni italiani su ottomila, circa l’80 per cento, ha problemi di difesa del suolo. La stima degli interventi necessari, effettuata dalle varie autorità di bacino un paio d’anni fa, è di oltre 40 miliardi di euro. Praticamente una finanziaria. Una cifra enorme, quanto enorme è il rischio di un paese in cui il territorio è stato violentato, costruendo negli alvei dei fiumi, cementificando i letti dei torrenti, disboscando aree e pendii. Una responsabilità di decenni che riguarda governi e, soprattutto, amministrazioni locali d’ogni colore e d’ogni parte d’Italia. Per questo abbiamo deciso, per la prima volta, di mettere attorno a un tavolo Ministero, Regioni, Protezione Civile e abbiamo stilato insieme il “Piano Nazionale per la difesa del suolo” che convoglia dentro un programma organico le risorse nazionali (un miliardo di fondi Fas e 400 milioni di dotazione di bilancio del Ministero) e i fondi Regionali (un altro miliardo) per affrontare le principali emergenze a livello nazionale.

 

Va detto che dal miliardo dei fondi Fas (i fondi europei per lo sviluppo del Mezzogiorno, ndr.) il parlamento con voto bipartisan ha sottratto 200 milioni per far fronte alle conseguenze delle alluvioni del 2009 e del 2010 nelle regioni del nord. Ancora una volta i soldi che dovevano servire per prevenire i disastri sono stati dirottati per ripagare i danni conseguenti ai disastri. Poi ci sono stati i tagli dell’ultima manovra che hanno ulteriormente assottigliato il fondo e contro i quali mi sono battuta fino a minacciare di non votare la legge di stabilità, riuscendo così a recuperarne una parte. Quel piano va certamente finanziato tutto e subito con una doppia consapevolezza: che gli interventi programmati si realizzano in alcuni anni e che un piano da due miliardi affronta solo la punta dell’iceberg del dissesto. Ciò significa che di fondi ce ne vorranno ancora molti, e che si tratta di è un impegno che i governi di questo paese devono assumersi per i prossimi decenni.

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