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Ppiccoli interessi

aprile 14, 1999 De Simone Luca

La strana storia delle elezioni nazionali degli studenti universitari
indette, sospese e poi annullate dal ministro popolare Zecchino.
Ma, dietro ai giochi di partito, dove si vota, vince chi propone
un progetto e una presenza in università

Università, non mi interessa. Così sembra pensarla il ministro dell’Univer-sità Ortensio Zecchino. Almeno a giudicare dal tortuoso percorso che ha portato all’annullamento delle elezioni nazionali universitarie e allo svolgimento di quelle locali. Ripercorriamolo. Nel novembre scorso vengono indette le elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, massimo organo di rappresentanza studentesca a livello nazionale istituito da soli due anni. Il 22 febbraio di quest’anno scadono i termini per la presentazione delle liste con le mille firme necessarie per ogni candidato. Pochissimi sembrano poterli rispettare e su insistenza dei partiti di destra e di sinistra – normalmente inesistenti in università – il ministro proroga il termine fino al 1 marzo. Per quella data però qualcuno non ce l’ha ancora fatta. Rimane fuori una lista dei collettivi di sinistra, vicina a Rifondazione, che non raggiunge il numero di firme necessarie al Nord e la lista del Ppi, partito al quale appartiene anche il ministro Zecchino, viene annullata al centro, per alcune irregolarità. Ed ecco che all’improvviso le elezioni vengono sospese. L’occasione la fornisce il TAR della Toscana che, su ricorso presentato da alcuni studenti per un ritardo dell’Università di Firenze, emana una sospensiva sulle elezioni nazionali. Di fronte a un simile cavillo formale, il ministro dice di avere le mani legate. Gli studenti si ribellano: i rappresentanti del Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio presentano un ricorso al Consiglio di Stato con procedura d’urgenza contro la sentenza, emettono un comunicato sottoscritto anche da UDU e Sinistra Giovanile, mandano una lettera al presidente della Repubblica e ai presidenti di Consiglio, Camera e Senato, per sollecitare un intervento, iniziativa a cui aderiscono sia Alleanza Università, sia Forza Italia giovani. Il ministro si vede costretto a far ricorso al Consiglio di Stato e annuncia che le procedure elettorali vanno avanti. Il fax, però, continuano a tempestare le segreterie di Mancino, Violante e D’Alema, spiegando che “anche nei momenti peggiori e più confusi della storia recente le elezioni universitarie hanno sempre avuto luogo”. Il 22 marzo, due giorni prima delle elezioni, il ministro emana un decreto cha attua la riforma universitaria, così come si è delineata in questi anni. Gli studenti, ancora una volta, non vengono interpellati, visto che i loro rappresentanti devono ancora essere eletti. Il giorno successivo viene svelato il mistero: il Consiglio di Stato conferma la sospensiva del TAR della Toscana e annulla le elezioni. Grandi le proteste: chi si batteva per il rinvio accusa il Ministro di aver gestito queste elezioni in modo lacunoso. Chi voleva che si votasse accusa il Ministro di voler eliminare gli studenti in un momento di trasformazione radicale dell’Università. Il 24 e il 25 marzo in alcuni Atenei, però, si vota per le rinnovare le rappresentanze degli organi locali, Senati e Consigli di Amministrazione, e la battaglia, anche se in due terzi degli atenei non si va alle urne, rimane serrata: si vota a Milano, Torino, Bergamo, in Emilia (esclusa Bologna), a Firenze, Pisa, in Abruzzo e a Bari. Le liste di sinistra fanno riferimento a DS, Rifondazione, ai collettivi, ai sindacati. La destra è divisa tra le giovanili di Forza Italia, Alleanza Università o liste di ispirazione liberale. I giovani di Comunione e Liberazione si presentano invece con liste apartitiche aperte a chiunque condivida un progetto di lavoro e di presenza negli Atenei. E vincono incrementando le loro preferenze quasi ovunque, nonostante il generalizzato calo dei votanti. A Milano la vittoria è schiacciante: maggioranza in tutti gli atenei (esclusa la Bocconi). Ma ottengono la maggioranza assoluta anche a Torino, Parma, Ferrara, Venezia e la maggioranza relativa in quasi tutti gli altri atenei italiani. Crollano invece i partiti, soprattutto di governo: la sinistra incassa a Milano una storica sconfitta e perde anche in roccaforti rosse come Firenze o Pisa; la Destra, resiste a fatica solo a Milano.

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