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Se il pollaio Italia apre alle volpi cinesi

agosto 20, 2016 Renato Farina

Il Milan dopo l’Inter e Pirelli, poi toccherà all’Ilva. Attenti a non cedere la primogenitura e il cuore dell’Italia, come Esaù, per una soddisfazione sportiva

milan-vendita-cinesi-berlusconi-facebook

Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Si torna a Rimini, viva il Meeting. Noi russi siamo grati perché sin dagli inizi questa fiera è stata davvero un incontrarsi tra anime profonde. Nessuno ha amato le vibrazioni slave del nostro cuore come don Giussani e padre Scalfi. Ma oggi Boris arrivando in Romagna vede bandiere gialle (e rosse). Non parlo della Roma di Totti…

In Italia, citando un film di Bellocchio che per fortuna pochi hanno visto, è diventato un vezzo popolare dire “la Cina è vicina”. Qualsiasi cosa succeda, torna questa rima facile. Oggi non è che è vicina: sta proprio mangiando il Bel Paese come se fosse l’omonimo formaggio. Non è una notizia di colore (giallo), è una verità economica, politica, sociale. Berlusconi ha dovuto vendere il Milan per serietà verso se stesso e verso la sua passione calcistica. Non era in grado di versarci altre centinaia di milioni di euro per tirarlo su a livello di Barcellona e Real Madrid o Manchester United e Bayern. Come Moratti per l’Inter, ha venduto al migliore offerente.

Avremmo fatto tutti lo stesso. 740 milioni di euro sono tanti anche se forse il Cavaliere ce ne ha messi almeno un miliardo in questi anni. Li butterà dove gli pare, sono suoi: ville ne ha abbastanza, i figli sono a posto. Cercherà di consolidare Mediaset e di spostarla sul versante delle nuove tecnologie, in alleanze strategiche con Telecom o Sky? Vedremo.

A Boris qui interessa piuttosto segnalare che, a differenza di altri investitori restii a mettere piede in Italia e che si accontentano di succhiare miliardi da fuori, con le speculazioni sulle banche come già un tempo sui titoli di Stato, i cinesi prendono tutto. Non gli importa che l’Italia sia poco sicura, che la giustizia civile sia lentissima: in questa situazione ci sguazzano felici.

A Prato e nel resto d’Italia spesso sono famiglie cinesi che comprano di tutto, costituendo società che si sciolgono in pochi mesi, non onorando debiti. Questa è la plebe cinese, occupa tutto a livello elementare, di cose piccole, invadendo le nostre terre delle loro merci, schiavizzando connazionali consenzienti, protetti dal loro governo. Infatti quando la guardia di finanza e le varie polizie esplorano e trovano orrori fiscali e sfruttamenti bestiali, in massa i cinesi qui residenti impugnano la bandiera con la falce e il martello del loro paese, hanno il sostegno dei loro diplomatici, e autorità e popolo italiani si ritirano spaventati e lasciano che il giallo (e il rosso con falce e martello) si consolidi impunito rispetto alle leggi della Repubblica.

inter-suning-ansa

Intanto i grandi capitali cinesi, quelli di Stato, si sono aggiudicati la Pirelli, un vero gioiello, si stanno comprando i porti, come Venezia. Probabilmente avranno anche l’Ilva (scommettiamo) non per produrre acciaio, ma per non farlo più produrre, visto che in Cina ne sfornano anche troppo. Userebbero il prestigioso marchio per venderlo meglio e togliersi dai piedi la concorrenza, entrando nel mercato europeo senza rischio di dazi vari preventivabili in futuro.

Uno scambio che non fa crescere
Ora la Cina investe nel calcio in casa sua e nel mondo, perché senza calcio non si conquista l’anima dei popoli. I miei russi preferiscono, stupidamente, il Regno Unito, per un complesso di inferiorità eterno, i cinesi hanno scelto l’Italia. Attenti a non cedere la primogenitura e il cuore dell’Italia, come Esaù, in cambio di lenticchie di soddisfazione calcistica. Una volta in Romagna sventolava la bandiera gialla, anni Settanta, ed era un simbolo di giovinezza un po’ sventata. Ora l’hanno piantata dovunque, anche sul calcio. Ed è il simbolo della vecchiaia italiana sdentata.

Bisognerebbe pensarci su. Ripensare a questa globalizzazione che oggi equivale a liberare le volpi asiatiche nel nostro pollaio, un incontro tra predatori e galline non è uno scambio che faccia crescere. Magari a Rimini possono fiorire in questo agosto esperienze da esportazione, dove l’altro, qualunque interesse porti, fatturato abbia, dolori e ricchezze abbia sulle spalle, sia un bene davvero.

Foto Inter-Suning: Ansa

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4 Commenti

  1. Sebastiano scrive:

    Readazio’, e che ho scritto mai di così riprovevole?

  2. Cisco scrive:

    Più che ripensare la globalizzazione basterebbe non essere polli.

  3. Sebastiano scrive:

    Dopo più di quattro giorni di attesa, caro Boris, ho perso le speranze di vedere pubblicato un mio commento. Suppongo che si sia perso nei meandri dei klibobyte.
    Pensa che volevo solo dire che, sostanzialmente, le galline non ci sono neanche più.
    Nel pollaio italiano sono rimaste solo le volpi (cinesi e non solo), quelle che nonostante crimini mostruosi e giganteschi in materia di sicurezza sul lavoro e diritti dei lavoratori (e taccio sul rispetto del copyright) hanno continuato a proliferare, tra l’indolenza della magistratura e dell’imprenditoria italiana (interessata più a realizzare profitti cash che a una visione di sviluppo strategico).
    Le galline erano quegli imprenditori che hanno visto le loro fabbriche chiuse e i loro beni bloccati, per violazioni alla normativa fiscale o a quelle sulla sicurezza che, al confronto di quelle cinesi, stanno nella stessa proporzione tra il furto di caramelle e l’omicidio premeditato.
    Ma è chiaro che, a pollaio aperto, la singolar tenzone tra volpi e galline poteva finire in un solo modo. Di galline che combattono le volpi non se n’è mai viste.

  4. Sebastiano scrive:

    Caro Boris, non m’è riuscito neanche il secondo.
    Sarà il tempo, come ben sai non ci sono più le mezze stagioni.

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