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Politica e social network/2: «In Italia nessun politico riesce a usare Facebook come Obama»

marzo 21, 2012 Chiara Rizzo

Secondo Alessandro Amadori, direttore di Coesis research, in Italia «il binomio social network – politica non è solo una moda, ma non può sostituire l’incontro sul territorio come accade in Usa. Casini e Letta su Twitter dimostrano la volontà dei politici di svecchiare la loro immagine»

Dopo la foto del vertice tra il premier Monti e Alfano, Bersani e Casini postata da quest’ultimo in “real time” sul profilo Twitter politica e socialnetwork sono diventati un binomio inscindibile. Gli esempi si sono moltiplicati in pochi giorni: «È un filone che nasce dalla prima campagna elettorale di Obama» spiega a tempi.it Alessandro Amadori, direttore dell’Istituto Coesis research.

Sembra che oggi i politici non possano fare a meno di avere un profilo sui social network. Solo moda o c’è di più?
Non è una moda, ma sull’utilità bisogna distinguere. Il filone politica e social network nasce dalla prima campagna elettorale di Obama e non a caso va rinfocolandosi anche in Italia proprio nel momento in cui in Usa si entra in campagna elettorale. È un fenomeno studiato dal sociologo Joseph Sassoon nel suo Web storytellingån (Costruire storie di marca nei social media). Negli Stati Uniti l’interazione virtuale funziona bene perché le distanze geografiche sono immense e scoraggiano l’interazione faccia a faccia. L’Europa e l’Italia nello specifico hanno invece condizioni diverse, non sono riproponibili le stesse dinamiche. Perciò le ricadute concrete di questo fenomeno sulle campagne elettorali, a breve, sono ancora limitate. Ma è un trend in consolidamento. In Italia, per intenderci, non più del 10 per cento dell’elettorato si forma un’opinione tramite i social network, mentre negli Usa si toccano punte del 30 per cento. A mio avviso, perciò, le foto postate su Twitter da Casini e Letta sono state più un’operazione d’immagine che di marketing elettorale perché “svecchiano” i politici che non hanno molto da dire e camuffano questo poco con l’adesione ai nuovi media.

I social network consentono però agli elettori di replicare, intervenire, dialogare con i politici. Si tratta di un feedback utile.
È un aspetto importante, certamente, il politico fa una sorta di “carotaggio” dell’immaginario collettivo. Se giro tra le bancarelle del mercato ricevo un feedback diverso e complementare a quello che ricevo online. Il canale social rafforza il canale del dialogo reale nelle piazze e richiede un dispendio minore di energie. Ma vedo difficile replicare quello che ha fatto Obama nella sua prima campagna elettorale, costruita prevalentemente sul web. Basti dire che il presidente degli Stati Uniti ha avviato la campagna su Facebook ed è stato un social network l l’asse portante della diffusione del suo messaggio. In Italia sarebbe più difficile fare la stessa cosa.

In Italia però questi nuovi media permettono di avvicinare anche i giovani, una segmento elettorale più propenso all’antipolitica che alla politica attiva
Certamente i giovani sono il target più ricettivo nei confronti dei social ed è anche quello propenso al non voto. Ma ho presente anche tantissimi ragazzi di 17-18 anni che fanno politica attiva in modo tradizionale nelle sedi di partito, che diffondono volantini o organizzano banchetti, partecipano alle riunioni in sezione. Anzi, proprio rispetto ai giovani, ci sono studi che provano che chi usa di più i social network è anche chi ha una vita relazionale più attiva. Quindi i politici non possono fare l’errore di pensare che su Facebook si possano catalizzare giovani che non votano, bisogna unire i social network all’incontro reale.

Chi sono a suo avviso i politici che in Italia sanno usare in modo più strategico e utile i social network?
In primis Beppe Grillo sicuramente. Da questo punto di vista il Movimento cinque stelle è fortemente americano. Invece nei partiti tradizionali c’è stata maggiore difficoltà a usare i social network con modalità “virali”, che creassero “movimenti” dal basso, tra la gente. In positivo mi viene in mente un esempio, che ho molto seguito da osservatore. Maurizio Baruffi (Pd), oggi consigliere comunale a Milano, ha usato i social network e i nuovi media (anche con blog) con modalità di tipo interattivo e virale, usando video auto-prodotti dai toni scherzosi, che poi sono stati postati e condivisi da altri utenti: ha richiamato l’attenzione rompendo lo schema. La modalità virale deve avere dei caratteri di autoattrattiva così diventa strategica. Chi invece, come Angelino Alfano, usa Facebook solo per aggiornare gli elettori dei suoi spostamenti invece lo fa ancora in maniera più “vecchia”, si limita a trasferire sui social l’agenda elettronica.

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2 Commenti

  1. politica says:

    Mai riusciranno..

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