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Pisapia “compra” il Leoncavallo per renderlo «un laboratorio di legalità». Ma gli abusivi saranno d’accordo?

agosto 1, 2014 Daniele Guarneri

Il progetto del Comune di Milano non piace alla minoranza: «Vogliono dare le concessioni a un gruppo di violenti. Il tutto a carico dei contribuenti»

leoncavallo-milano

Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia si prende lo stabile di via Watteau di proprietà della famiglia Cabassi in cambio degli immobili di via Zama e via Trivulzio. Uno scambio alla pari, come si fa nel calciomercato. Ma a qualcuno questa decisione non piace e il perché è presto detto: via Watteau 7 è la sede del Leoncavallo, luogo simbolo per i centri sociali milanesi e non solo.

LE SPERANZE DEL COMUNE. «Abbiamo un’opportunità preziosa che vogliamo cogliere: affrontare positivamente una vicenda aperta oramai da decenni, creando le condizioni affinché da un lato si possa riqualificare uno spazio oggi inutilizzato per restituirlo ai cittadini (i palazzi concessi alla famiglia Cabassi, ndr), dall’altra far sì che un luogo dalla storia tanto complessa, come il centro sociale Leoncavallo, divenga un laboratorio di buone pratiche sul piano sociale e culturale per la città. Il tutto rispettando la cultura della legalità e delle regole. Si tratta di una scelta che guarda al futuro e non al passato», ha fatto sapere l’assessore alle Politiche sociali di Milano Pierfrancesco Majorino. Il perfezionamento dell’operazione è subordinato alle delibere della Giunta e del Consiglio comunale (che dovrebbero arrivare prima delle vacanze estive, più probabilmente a settembre).

qui-sono-qui-restoBATTAGLIA IN CONSIGLIO. Ma l’opposizione è già pronta a dare battaglia. E i leghisti Massimiliano Bastoni e Luca Lepore sono stati i primi ad avere preso posizione in trincea: «Con quale pudore il sindaco, la giunta e la maggioranza rossoarancione porteranno a termine questa porcata?», si chiedono. «Cos’hanno da dire agli onesti cittadini che attendono in graduatoria, invano e per anni, una casa popolare?».
Più duro il commento dell’ex vicesindaco Riccardo De Corato: «Leoncavallo regolarizzato? Bene, non mi coglie impreparato. Ho un intero dossier sulle innumerevoli violenze del centro sociale. Partirò con tutte le denunce del caso. Una alla corte dei conti, perché controlli che nel giro di immobili non ci siano state perdite per il Comune. Una alla magistratura, allegando il mio dossier. Il Comune sta favorendo dei violenti, che ripetutamente hanno infranto e infrangono la legge. Un’altra denuncia riguarderà la mancata messa a bando. Nel regolamento comunale del 2012, redatto dall’attuale amministrazione, c’è scritto che “Le assegnazioni avverranno con procedura ad evidenza pubblica”. Io non ho visto nessun bando». De Corato rincara la dose: «Il Leoncavallo non sarà più abusivo, quindi è il Comune a dover far rispettare le regole: servizio bar solo se la destinazione d’uso è corrispondente e a fronte di una licenza e dell’emissione di uno scontrino fiscale, controllo dei decibel, divieto di vendita di alcolici a minorenni, chiusura e apertura entro certi orari, agibilità certificata… Se Pisapia e i suoi pensano di poter mettere in regola un gruppo di violenti e dargli pure concessioni, a carico dei contribuenti milanesi, che gli altri cittadini e commercianti non hanno, si sbagliano di grosso».

DAL 1994 A OGGI. Il Comune crede probabilmente di porre fine a una lunga vicenda legata al luogo simbolo dei centri sociali. Ma al momento non è ancora chiaro se i ragazzi del “Leonka” accetteranno o meno di fare i conti con le leggi e le regole che ogni singolo cittadino sarebbe chiamato a rispettare. Lo stabile di via Watteau, una ex cartiera nel quartiere Greco di proprietà della famiglia Cabassi, divenne la dimora del centro sociale dopo lo sgombero dalla storica sede di via Leoncavallo, avvenuta nel 1994. Nel settembre di quell’anno, a dare man forte agli autonomi milanesi per occupare la nuova sede, arrivarono i duri più duri di Padova e di Roma. Il questore dell’epoca, Marcello Carnimeo, aveva detto che in due o tre settimane al massimo la polizia li avrebbe cacciati. Sono passati vent’anni e il Leoncavallo è ancora lì. Lo slogan che campeggia su uno dei muri, “Qui sono e qui resto” (nella foto a destra, tratta dal sito del centro sociale), la dice lunga sugli sforzi che il Comune dovrà adottare per fare in modo che il “Leonka” «divenga un laboratorio di buone pratiche sul piano sociale e culturale per la città. Il tutto rispettando la cultura della legalità e delle regole».

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7 Commenti

  1. lucillo says:

    De Corato che stigmatizza i violenti?
    Siamo proprio alle comiche.

    • beppe says:

      lucillo, e tu fai piangere.

      • lucillo says:

        quanti ne ha fatti piangere de corato! soprattutto bambini

        • Toni says:

          @Lucillo
          Perché è cosi cattivo De Corato, da far passare in second’ordine il fatto che il centro sociale è abusivo, viola la legge, che si possono scrivere tomi sulle schifezze combinate e che le denunce (del De Corato) hanno fondamento.
          Poi …. non ti nascondo che ho l’impressione, da sempre ed il tuo post è solo da spunto, che la determinazione mostrata da te (con altri in questo sito) a protestare l’intolleranza contro i diritti inventati ( sì… penso sempre a quei tizi ) perde forza propulsiva e determinazione verso questi estremisti che violano la legge … vera … non inventata !
          Perché?

          • lucillo says:

            Ok, andiamo con ordine
            1) De Corato è cattivissimo, e secondo me anche sadico. Ha fatto saltare, e di sicuro scientemente perché se ne vantava pure, molti progetti di integrazione dei rom di Milano, basati fortemente sull’inserimento dei bambini nelle scuole. Rotto relazioni, sfasciato case nel senso letterale del termine, diviso famiglie, ridicolizzato la sofferenza. Scontrandosi e deridendo tutti, a partire dalla caritas ambrosiana.
            2) Il Leoncavallo è solo il caso più noto di un vasto fenomeno ricco di positività che sono i centri sociali autogestiti. Si sono sempre insediati in spazi abbandonati e degradati, riqualificandoli – seppure artigianalmente – e mettendoli a disposizioni dei quartieri e della città. Andare nel dettaglio richiederebbe di scrivere tomi ma un paio di cose si possono sicuramente dire
            – una cosa sono le denunce di De Corato, altro sono le azioni della magistratura e, nel caso specifico del Leoncavallo, sono anni che nessuno (nessuno serio, non De Corato) ritiene di dover procedere nei loro confronti
            – la maggiore illegalità sta proprio nell’occupazione degli spazi, ma qui non si può non porre il ragionamento se non contestualmente all’ingiustizia diffusa ma legale che vede il degrasto degli spazi delle nostre città, spesso degrado appositamente organizzato a fine di speculazione edilizia, e contemporaneamente la mancanza di spazi di socialità e di aggregazione spontanea per i cittadini.
            3) Sui diritti potrei farla lunghissima ma oggi mi vien breve e facile facile, e credo che un cristiano possa assolutamente condividere il concetto.
            Distinguo sempre fa legale e giusto. A volte coincidono, a volte si avvicinano, a volte stridono, a volte si contrappongono.
            Resta il problema di perché i riferimenti al diritto positivo e ai diritti possono sembrare contraddittori. Ti rispondo secondo quanto diceva un bravo professore di filosofia del diritto in università cattolica: bisogna lavorare con la stessa forza per il miglio diritto possibile, e per una società che non sappia cosa farsene.

            • lucillo says:

              piccolo errore
              ovviamente era: miglioR diritto possibile

              • Toni says:

                Si possono addolcire i discorsi per come si preferisce: per esempio “chiamare spazi di aggregazione spontanea per i cittadini”, l’occupazione di beni privati e realizzare aree dove di fatto si è fuori di ogni controllo della legge. Dove si fanno non solo un baffo di ogni ordinanza di sgombero… e si organizzano per l’eventuale “resistenza”. Per me sono prove di impotenza di uno Stato

                Ma come chiamarli quando a Roma hanno organizzano una rissa per protestare contro la beatificazione di 498 martiri della Guerra Civile spagnola? O quando nel 2013 giovani attivisti di Militia Christi sono stati aggrediti e feriti a Roma mentre osavano attaccare manifesti davanti alla sede della Regione Lazio, in .
                Come chiamarli quando aggrediscono le sentinelle in piedi? Quest’ultime non sono una aggregazione spontanea di cittadini? In questo caso non si tratta di violenza? Mi piacerebbe sentire una tua “stigmatizzazione” di questi violenti abituali, anche se devi difendere dei “conservatori”?
                Sulle azioni della magistratura temo che vedi serietà dove io vedo lassismo. Come quella magistratura che, a Roma, ai c.d. “disobbedienti” (vengono dalla stessa cava sinistrosa dei c.s.) fecero “spesa proletaria” in supermercato ed in una libreria. Trentanove denunciati per rapina aggravata e lesioni, poi assolti perché era una “operazione mediatica”. Questa è la musica.

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