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Piero Angela: «Torno in tv con Superquark e alla pensione non ci penso proprio»

luglio 9, 2012 Paola D'Antuono

Intervista al divulgatore scientifico più amato dalla tv: «Sono contento che il pubblico mi segua ancora con interesse. Vuol dire che io e il mio team abbiamo trovato la formula giusta per avvicinare la scienza alle persone».

La prima puntata della nuova stagione di Superquark, andata in onda lo scorso giovedì, ha vinto la guerra degli ascolti della prima serata. Un grosso successo e l’ennesima conferma, se ancora se ne sentisse il bisogno, per il divulgatore scientifico più amato d’Italia, Piero Angela. Il suo Quark va in onda dal 1981 e non accenna alcun segno d’invecchiamento, anzi, il pubblico continua a seguirlo con interesse e affetto e lui ricambia: «L’emozione, dopo tutti questi anni, rimane sempre la stessa». Sorride al telefono con tempi.it il giornalista premiato con otto lauree honoris causa, mentre parla con la sua voce pacata e rassicurante che è diventata negli anni il suo marchio di fabbrica «Sa, è proprio vero che gli esami non finiscono mai. Facciamo il nostro lavoro al meglio e con passione e poi, dopo la messa in onda, ci ritroviamo alle 10 e 15 del mattino dopo a cercare la pagina del televideo per sapere se siamo piaciuti al pubblico o no».

Eppure dovrebbe affrontare la sfida dell’Auditel in maniera più serena. In fondo è sulla cresta dell’onda televisiva dal 1981.
A volerla dire tutta io ho iniziato quando è nata la televisione, negli anni Cinquanta, facendo il telegiornale. Ho fatto il cronista, l’inviato, poi sono passato ai documentari e dopo qualche anno alla divulgazione scientifica e qui ho iniziato a confrontarmi con i dati d’ascolto che, negli anni, sono diventati uno strumento imprescindibile, perché sono le loro curve che determinano la vita e la morte di un programma televisivo. E di conseguenza del suo conduttore.

Come si spiega il successo trentennale di Quark?
Bisognerebbe chiederlo al pubblico. Credo che la nostra forza risieda nella capacità di trattare argomenti interessanti in modo chiaro e creativo.

La scorsa settimana la scoperta del bosone di Higgs ha conquistato le prime pagine di tutti i giornali e molti studiosi hanno svelato di essersi emozionati per la notizia. Si è emozionato anche lei?
Questa è una cosa di cui ho parlato molto spesso nei miei programmi e parte della seconda puntata che andrà in onda giovedì prossimo sarà dedicata all’argomento. Che è sicuramente interessante, ma ci sono ancora aspetti da chiarire. Per dirla con una metafora utilizzata da un collaboratore del programma: “Abbiamo acchiappato l’animale per la coda, adesso dobbiamo capire che animale è”. Credo che l’interesse del pubblico sia nato dalla definizione di “particella di Dio”. Se si fosse chiamato semplicemente bosone di Higgs forse non avrebbe attirato così tanto l’attenzione.

Intanto, all’indomani della scoperta, si viene a sapere che l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare sta per subire tagli gravissimi dovuti alla spendig review.
Vorrei chiarire un concetto. In Italia, i fondi pubblici stanziati per la ricerca sono sicuramente minori che in altri paesi, ma non così tanto. La vera mancanza di fondi nel nostro paese è quella privata, cioè quella che dovrebbe provenire dall’industria. Questo fa la differenza, questo causa la mancanza di prodotti competitivi dal punto di vista tecnologico. A ciò si aggiunga che spesso questi soldi sono mal gestiti, perché in Italia il criterio di erogazione finanziaria non premia il merito. Le faccio un esempio molto evidente. Prendiamo Telethon, la lunga maratona televisiva che ogni anno raccoglie fondi per la ricerca sulle malattie genetiche. Stiamo parlando di un’associazione privata che gestisce i soldi ricevuti destinandoli ai progetti più meritevoli, che vengono seguiti e solo alla fine valutati. Questo meccanismo produce risultati eccellenti, ed è un esempio perfetto di come si dovrebbe investire nella ricerca. Cosa che non si fa nella ricerca pubblica e la prova provata è la “fuga dei cervelli”. I nostri ricercatori sono costretti ad andare via e non riescono nemmeno a rientrare.

Quindi per un giovane ricercatore andare via non è una scelta, è una necessità?
Sì, ma non è dettata dal guadagno. Chi sceglie di fare il ricercatore sa già che non diventerà ricco, non lo fa per la carriera, lo fa perché è entusiasta del proprio lavoro e ha il desiderio di appagare la sua sete di sapere. I nostri giovani vanno all’estero per riuscire a emergere, per vedere riconosciuto il proprio talento, per non essere soffocati da un meccanismo baronale e per andare in posti dove per la ricerca c’è merito, qualità e possibilità di affermarsi.

Tra di loro sempre più spesso ci sono le donne.
Come ho scritto in un mio libro, «la liberazione femminile è un sottoprodotto del petrolio», nel senso che solo quando una società è ricca riesce a migliorare i suoi uomini e soprattutto le sue donne. Il futuro è femmina, non c’è alcun dubbio. In pochi secoli, dall’Ottocento a oggi, grazie alla tecnologia e all’energia, la donna è riuscita ad affrancarsi dalla condizione arcaica e procede a vele spiegate migliorandosi giorno dopo giorno.

Intanto lei continua lavorare senza sosta.
Eh sì. Adesso sto continuando le registrazioni delle trasmissioni e la scrittura di un libro e poi da poco tempo mi sto dedicando all’allestimento di alcuni musei a Roma. Mi sono occupato di mettere in piedi un museo multimediale nei sotterranei di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, accanto alla Colonna Traiana. Qui alcuni scavi hanno riportato alla luce i resti di due ville imperiali e mi è stato chiesto di far rivivere questi ruderi. Ne è nato un percorso virtuale di un’ora e un quarto raccontato dalla mia voce.

Alla pensione insomma non ci pensa proprio.
Dovrei già essere in pensione già da molti anni. Ma lei mi vede ai giardinetti a leggere i quotidiani? Penso proprio che morirò in piedi.

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2 Commenti

  1. luigi scrive:

    Certo che se il caro Piero Angela e la sua famiglia si facessero da parte, forse qualche giovane ricercatore un posto di lavoro lo troverebbe… qui si predica bene, si razzola male e in rai ci sono sempre i soliti da 50 anni…

  2. Alberto Ghidotti scrive:

    Piero sei un mito! Avevo 14 anni quando ho cominciato a seguirti appassionandomi a tutto ciò che raccontavi in modo semplice e chiaro. In libreria ho ancora la prima pubblicazione a fascicoli scritta da te.
    Grazie Piero e anche a tuo figlio Alberto, bravo quanto te!

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