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L’estate di Pier Giorgio Frassati. Una storia di bellezza e santità

luglio 4, 2016 Massimiliano Coccia

Il 4 luglio del 1925 morì. In ventiquattro anni di vita ha vissuto più di un uomo di ottanta, dimostrando che si può essere cattolici senza essere “bigotti”

frassati

Ci sono giornate d’estate che scorrono su un binario morto, apparentemente sembrano senza senso, sembrano una rincorsa di ore in attesa della frescura serale, in attesa di un sigaro da accendere in contemplazione del cielo, quel cielo sempre uguale, quella costante variazione di blu che ha accompagnato la storia dell’umanità in cui riponiamo preghiere e ansie, insicurezze e gioie. «Er cielo è pieno di gente» mi diceva spesso mio nonno in sere d’estate lontane e nella giocosa memoria di bambino mi immaginavo un iperuranio colmo di gente, che sgomita per vedere quello che succede sulla terra ma soprattutto «in cielo ce stanno i santi, che poi i santi sono gente pure comune che è diventata santa».

La definizione ancestrale della santità data da mio nonno mi ha sempre accompagnato e all’inizio anche un po’ sviato, perché il santo aveva più le sembianze di un supereroe che di una persona normale, un santo di norma faceva miracoli fenomenali, appariva, aveva l’aureola e quindi come poteva essere “santo” o “beato” un ragazzo o un sindaco o una madre di famiglia.

Crescendo la mia idea di santità si è fatta più vasta, tuttavia mi sorprendo delle cose banali, un po’ come i ragazzini, e quando anni fa mi capitò tra le mani un santino di un ragazzo che avrà avuto una ventina di anni, uno di quelli che se non fosse dei primi del ‘900 potrebbe essere stato tranquillamente un tuo amico, mi sono stupito, Pier Giorgio Frassati mi ha stupito dall’inizio. Come un amore che nasce, come la vita che arriva, come l’aria che passa veloce sul viso, quando una storia ti esplode dentro non hai altro da fare che raccogliere i pezzetti di quello che eri o che credevi di essere e Pier Giorgio per la sua storia di santità viene proprio a rompere lo “schemino” del cattolico da scrivania.

Figlio dell’alta borghesia sabauda, Pier Giorgio era figlio di Alfredo, fondatore e direttore de La Stampa per vent’anni, senatore del Regno (designato da Giovanni Giolitti con cui ebbe un forte sodalizio politico e umano) e ambasciatore in Germania dal 1913, sarebbe quello che oggi chiameremo “un figlio di papà”, che però fin da piccolo mostra un attenzione profonda all’essere umano, una vocazione non alla filantropia ma alla santità. Bocciato un paio di volte in latino, dall’intelligenza enorme e irregolare, viene iscritto dai genitori in un liceo retto dai Gesuiti e nel 1918, quando il conflitto mondiale era quasi terminato. All’Università si iscrive ad Ingegneria Meccanica, disse «per stare accanto ai minatori e aiutarli a migliorare quel lavoro così duro e ingiusto» e durante la stagione universitaria il suo impegno pubblico si fa forte. Aderisce alla Gioventù italiana di Azione Cattolica, la Fuci e il Circolo “Cesare Balbo”.

La sua voce non è mai allineata, non è mai figlia di un pensiero isolato, ma nasce da una convinta dedizione alla preghiera, alle adorazioni notturne, alle interminabili ore passate a snocciolare il rosario, tutto per Pier Giorgio è figlio del discernimento. La fede esternata nella dimensione pubblica non diventa mai una mannaia contro gli altri, contro i comunisti, i massoni o i fascisti, ma per Frassati è il primo strumento di comprensione dell’uomo che si trova davanti, un insegnamento enorme questo per le nuove generazioni di cattolici che spesso nella logica del muro contro muro utilizzano il proprio “credo” come un attestato di superiorità etica, senza comprendere fino in fondo che il mescolarsi, «il tenere in tasca il rosario senza brandirlo», l’avere una idea di cattolicesimo fedele alle scritture e non alle proprie inclinazioni momentanee è forse il modo migliore per fondare la casa sulla roccia.

La coerenza per Frassati fu sempre una virtù: «Sei un bigotto?», gli chiesero un giorno all’Università, così come vengono scherniti ieri come oggi i cattolici. La sua risposta fu chiara: «No, sono rimasto cristiano». Quel rimanere cristiano è anche il rimanere allegro: «Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? Finché la fede mi darà la forza sarò sempre allegro. Ogni cattolico non può non essere allegro; la tristezza deve essere bandita dagli animi dei cattolici».

Anche per questo motivo il 70 per cento delle foto che sono arrivate a noi di Pier Giorgio lo ritraggono con un sorriso, un sorriso che scioglie ogni ritrosia all’idea di sacrificio, di dolore e di santità, il restante 30 per cento invece lo ritraggono in montagna, la sua grande passione e così appeso ad una corda o aggrappato ad una roccia ha il tempo anche là di guardare in alto, di avere un pensiero lungo sulle cose, un pensiero pratico della fede, perché Pier Giorgio le mani non solo se le sporca, ma le immerge quasi a scomparire nell’altro, in quel percorso di osmosi che è forse la vetta più alta: essere immagine di Cristo.

Gli appunti e la lista delle spese mensili sono il ritratto più forte della sua vita, in un foglio di carta gialla si trovano come spese del giorno, un sigaro, un biglietto per il tram e la carità e quest’ultima voce spesso si fa unica, rinunciando al tram e al Toscano magari per sfamare qualche famiglia torinese.

«Aiutare i bisognosi significa aiutare Cristo», disse una volta alla sorella Luciana e in quel servizio silenzioso vi è l’essenza più grande di Pier Giorgio, un lato che la società torinese e l’opinione pubblica scoprì solo dopo la sua morte, avvenuta a causa di poliomielite fulminante, contratta molto probabilmente nell’abitazione di qualche famiglia ridotta in miseria.

Anche la sua dipartita terrena fu all’insegna del nascondimento, infatti la mattina del 30 giugno 1925, Pier Giorgio accusò una strana emicrania e dei disturbi allo stomaco, sintomi che tutti crebbero legati ad una sindrome influenzale. Inoltre l’attenzione della famiglia era tutta per Linda Ametis, l’anziana nonna materna che morì l’1 luglio 1925 e il male di Pier Giorgio fu ignorato fino a due giorni prima della morte quando le speranze di salvarlo erano già nulle.

Il 4 luglio del 1925 morì. In ventiquattro anni di vita Pier Giorgio Frassati ha vissuto più di un uomo di ottanta, in ventiquattro anni di vita nel serraglio più complesso del ‘900 ha dimostrato che si può essere cattolici, coerenti, allegri, impegnati, scanzonati, assorbiti nella preghiera non come esercizio personale ma come sublimazione della volontà del Padre, il suo sorriso sta lì a dimostrare che si può essere santi, si può essere giovani, si può essere avventati e avere ragione mettendo il servizio al centro del proprio orizzonte di vita.

«La carità è paziente, è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta», san Paolo scriveva così ai Corinzi nella prima lettera, che Pier Giorgio copiò interamente e conservò nel suo portafogli. In quello che è conosciuto come “l’inno alla carità”, c’è forse la summa evangelica e poetica della vita di Pier Giorgio Frassati, «il giovane delle otto beatitudini» che ci ricorda che il cielo è pieno di gente e sembra in giornate assolate come queste di sentire una risate e quel puzzo di Toscano antico sempre ad indicarci che la salita si percorre con allegria.

Foto da internet

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