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Più società aiuta anche il Kosovo

settembre 22, 1999 Casadei Rodolfo

Mentre il governo vuole utilizzare i fondi raccolti dai privati per risolvere la grana dei container abbandonati e gli inquirenti vogliono indagare sulle agenzie umanitarie, si scopre che gli unici ad aver portato aiuto reale sono le organizzazioni non governative già presenti in Albania

“Voglio sapere come sono stati amministrati i miliardi donati dagli italiani a Missione Arcobaleno”, ha dichiarato una settimana fa il pubblico ministero di Bari Michele Emiliano, responsabile dell’inchiesta sugli ormai famosissimi container per i kosovari accatastati nel porto del capoluogo pugliese dalla Protezione civile. Si accomodi, rispondono metaforicamente i dirigenti delle Ong, le organizzazioni di volontariato internazionale che da mesi intervengono nell’emergenza del Kosovo anche attraverso i fondi raccolti sul conto corrente amministrato dal commissario Marco Vitale. Gli inquirenti allargano il tiro dalla vicenda dei container (che attiene alle responsabilità di varie amministrazioni dello Stato) ai fondi donati dai privati e assegnati a programmi di agenzie umanitarie internazionali e gruppi del volontariato italiani. Niente da dire, il controllo è pienamente legittimo e, in prospettiva, benefico: finirà infatti per dimostrare che l’aiuto portato dal privato-sociale è stato decisamente più efficace ed intelligente di quello portato dalla macchina statale.

Organizzazione non governativa (e pasticci di Stato) Prendiamo il caso di Avsi e InterSos, due delle tre associazioni (la terza è il Cesvi di Bergamo) che si sono accollate l’onore e l’onere di fare pulizia sul molo di Bari, selezionare il materiale da spedire oltre Adriatico e farlo arrivare a chi ne ha veramente bisogno. “Perché ci siamo presi questa grana?” si interroga retoricamente Alberto Piatti, direttore amministrativo di Avsi. “Perché abbiamo la capacità organizzativa, la struttura logistica e la conoscenza dei luoghi e delle realtà che serve a portare a buon fine l’operazione. Vogliamo che siano evitati sprechi, per questo diamo la nostra disponibilità”. I fatti: attraverso l’iniziativa “Pane per i profughi”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Banco Alimentare, Avsi ha raccolto 5 miliardi e 300 milioni grazie alle donazioni di privati cittadini che hanno acquistato “buoni” da 5 mila lire presso le casse di mille supermercati per finanziare acquisti mirati di generi di alimentari da inviare ai profughi. Avsi ha realizzato lo stoccaggio e il trasporto di questi generi alimentari seguendo le spedizioni fino alla loro destinazione finale. Quasi nulla è andato perso, perché man mano che il materiale era confezionato lo si spediva in Albania. In due mesi sono partiti 50 tir che hanno trasportato sul posto 1.100 tonnellate di cibarie. E lì sul posto c’erano i volontari Avsi che provvedevano a far distribuire quello che arrivava fra 15 mila profughi raccolti in 16 centri di accoglienza sparsi in tutta l’Albania. Solo in un caso gli aiuti raccolti non sono arrivati a destinazione: a Babice e Made, nella montagna sopra Valona, alcuni mafiosi locali hanno organizzato l’assalto di una folla inferocita ai magazzini. Purtoppo i militari italiani sono arrivati in tempo solo per garantire l’incolumità delle persone, non quella delle cose.

Insieme alle Ong italiane del comitato Pro Minori Albania Avsi ha attivato un progetto Emergenza Bambini Kosovo attraverso il quale ha fornito assistenza medica e svolto attività di animazione nei centri di Mamurras e Kruje aiutando 120 famiglie e circa 400 bambini profughi kosovari. A Valona ha fornito un supporto igienico-alimentare a un campo di 1.150 profughi e riabilitato alcune strutture destinate all’accoglienza dei profughi. Quelli che erano squallidi capannoni abbandonati sono stati trasformati in strutture dotate di nuovi impianti elettrici, nuovi infissi e tetti rifatti, e i profughi hanno avuto non solo un riparo dove dormire, ma uno spazio dove poter vivere in maniera umana. Subito dopo la fine della guerra Avsi è entrata in Kosovo, dove sta distribuendo generi alimentari dell’iniziativa “Pane per i profughi” a Djakovica e Pec e altre località minori, e ricostruendo 200 case nei villaggi di Glaviciza e Zborc.

Per aiutare bisogna essere presenti Anche InterSos, diretta da Nino Sergi, può vantare realizzazioni di tutto rispetto e una notevole capacità operativa. Ha assistito 10 mila profughi nella prefettura albanese di Lezhe, dove era già presente dal ’97 per aiutare gli albanesi dopo la “crisi delle piramidi” del ’97, 8 mila in Macedonia e alcune migliaia in Montenegro. Qui InterSos si è pure occupata di 30 mila montenegrini poveri e ora sta aiutando i nuovi profughi serbi e rom (senza aspettare le accorate denunce di Dario Fo e Franca Rame). In Macedonia InterSos è stat l’unica ong straniera che è riuscita a fare qualcosa per i 30 mila profughi kosovari abbandonati per una settimana nella terra di nessuno della valle di Blace, al confine macedone-kosovaro, nell’aprile scorso. Ora InterSos è in Kosovo, e si tratta di un ritorno: prima dello scoppio delle ostilità del 24 marzo l’organizzazione era già presente sul posto per realizzare un progetto di Echo (ufficio umanitario dell’Unione europea) che si proponeva di assistere e ridare un tetto a 600 famiglie kosovare la cui casa era stata incendita dalle milizie serbe. I bombardamenti Nato avevano costretto alla sospensione e all’esodo. Ora InterSos è tornata, e trova bisogni decuplicati. Mentre del suo ufficio di Pristina è rimasta poca cosa: “Dopo esserci accertati che non c’erano trappole esplosive intorno, siamo rientrati nella sede abbandonata tre mesi prima: i computer, la fotocopiatrice e tutti gli oggetti di valore erano stati rubati, gli armadi trafugati, l’auto cannibalizzata di gomme, batteria, ecc.”.

Da questo breve excursus si può già un po’ capire perché gli aiuti del privato-sociale sono stati più efficaci di quelli di Stato: le Ong erano già presenti sul posto prima della crisi e dunque conoscevano le realtà del terreno (anche Avsi e Cesvi operano già da alcuni anni in Albania, Kosovo e altri paesi balcanici); non raccolgono donazioni a capocchia, ma le selezionano alla fonte; si occupano del trasporto dall’inizio alla fine e della distribuzione; operano raccordandosi fra loro e con le organizzazioni internazionali con cui già hanno rapporti consolidati. Un know how che alla Protezione civile e agli altri enti, abituati agli standard della realtà italiana, l’unica che conoscono, manca drammaticamente.

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