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Pgt Milano. Masseroli: «E questo sarebbe il cemento buono di Pisapia?»

maggio 24, 2012 Chiara Sirianni

Palazzo Marino ha approvato il nuovo Pgt. Critico Carlo Masseroli: «Avvantaggiati i grandi operatori già presenti sul mercato, che la sinistra combatte solo a parole»

Dopo oltre 55 ore di dibattito – e sedici sedute della commissione urbanistica – il consiglio comunale ha approvato la delibera del Piano di Governo del Territorio, con 27 voti a favore e uno contrario. «Il volto di Milano cambierà – ha dichiarato l’assessore all’Urbanistica Lucia De Cesaris – Il Pgt integra le periferie cittadine e ne recupera la dignità civile». Si chiude così un lungo iter iniziato il 4 dicembre 2009. Cosa prevede il nuovo Pgt, e in cosa si diversifica dal progetto portato avanti dalla giunta di Letizia Moratti? Tempi.it lo ha chiesto al capogruppo del Pdl a Palazzo Marino, Carlo Masseroli, che del Pgt “prima versione” è stato l’ideatore.

Che influenza avrà sulla città questo nuovo provvedimento?
Parto da due dati: il prodotto interno lordo della città di Milano è circa 70 miliardi di euro annui; la spesa corrente del Comune di Milano è circa 2,5 miliardi annui. Un sindaco dovrebbe quindi individuare tutte le azioni possibili per far sì che il Pil cittadino cresca da 70 a 100 miliardi e che la spesa della macchina comunale diminuisca da 2,5 a 1 miliardo di euro. Peccato che con questo piano si ottenga esattamente il contrario. Ci è stato detto che il cemento è cattivo. Ma io mi chiedo quale sia il cemento buono: se è tutto cattivo, che nessuno costruisca. Lasciamo il degrado dove c’è. Non facciamo nulla. Preciso inoltre che la quantità di verde complessivo di questo piano è identica a quello precedente.

In che direzione sono andate le modifiche?
Il nostro Pgt si basava sinteticamente su alcuni concetti chiave che ritenevo, e ritengo, che possano sostenere aumento di produzione di ricchezza e riduzione di spesa pubblica. Faccio alcuni esempi: il libero cambio di destinazione d’uso e la potenziale ampiezza dell’offerta (due tra gli strumenti normativi che avrebbero consentito maggiore libertà) ora sono stati disinnescati. Così come l’indice unico, per cui ogni area genera la stessa quantità di diritti edificatori, e la perequazione. Perché nel rapporto tra amministrazione e investitore le regole devono essere uguali per tutti, pena ridurre drasticamente la platea degli investitori. Il piano della giunta Pisapia invece sterilizza completamente la perequazione e irrigidisce in modo asfissiante le regole per avviare ogni trasformazione. Si dice che questo serva a garanzia dell’interesse pubblico ma la realtà dimostra il contrario.

Perché?
Le regole sono talmente inapplicabili che ogni vera trasformazione ha bisogno di deroghe da definire con l’assessore o con il funzionario di turno. Il che si tradurrà in diminuita attrattiva per gli investitori, più spesa pubblica. Su tavoli diversi si stanno elaborando le prima deroghe ad hoc. Bastino due esempi: l’accordo di programma sugli scali ferroviari si sta muovendo su binari differenti rispetto all’intera città, e il tentativo di soluzione del caso Leoncavallo non richiama nessuna delle regole del piano. Mentre ai luoghi di culto è stata sterilizzata la possibilità di vendere i propri diritti edificatori per riqualificare il nostro inestimabile patrimonio artistico e culturale. Il rischio è che queste nuove norme introducano trasformazioni frammentate con regole e quantità differenti da zona a zona.

Non sarà più semplice, per la pubblica amministrazione, governare lo sviluppo della città?
A prima vista potrebbe sembrare così, cioè che una politica dirigista possa meglio rappresentare gli interessi del pubblico. Ma nella realtà dei fatti non è vero. La troppa regolamentazione pubblica è una barriera all’ingresso di cui fanno le spese i piccoli operatori, che non reggono lo stillicidio delle procedure burocratiche. Per non parlare dei grandi investitori stranieri, che non amano i bizantinismi all’italiana. Il piano dirigistico avrà quindi la conseguenza di avvantaggiare i grandi operatori già presenti sul mercato milanese che la sinistra ha combattuto e combatte solo a parole. Con un mercato congelato chi già opera non avrà stimoli a competere sulla qualità degli interventi. Certo, una sensibile riduzione dell’offerta manterrà alti i prezzi delle case. E senza il contributo degli operatori privati, edilizia sociale e infrastrutture poggeranno tutte sulle fragili spalle del bilancio comunale, cioè, in fondo, sui conti correnti di noi milanesi.


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1 Commenti

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