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Perché non usare le Guardie svizzere per la salvezza dei cristiani perseguitati?

luglio 6, 2017 Renato Farina

È poco evangelico? Non direi. Si potrebbe realizzare in pieno accordo interreligioso con il Grande Imam dell’università del Cairo Al-Azhar

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Questa sarà una modesta proposta per un uso innovativo e insieme antico delle Guardie svizzere, sull’esempio antico dei cavalieri templari secondo la regola di san Bernardo da Chiaravalle. Una genia di monaci guerrieri da impiegarsi senza spade, né armi di offesa, ma solo di difesa e contenimento, per la salvezza dei cristiani perseguitati a morte e impediti di tornare alle loro case e chiese col terrore. E questa forte e inerme brigata dovrebbe andare dove si mossero i predecessori: nelle Terre calpestate da Abramo e dai primi apostoli. Devo spiegarmi. Mi resta stampato nella mente un nome: Qaraqosh. I lettori di Tempi sono tra i pochi che hanno contezza della situazione dei cristiani in Iraq. Rodolfo Casadei e tutta la squadra hanno lottato per loro in questi anni.

Qaraqosh ha un nome più antico: essa in aramaico, la lingua di Gesù che vi si parla, anzi vi si parlerebbe tuttora, è detta Bakhdida. È la città dove viveva la più grande concentrazione di cristiani della Mesopotamia. Erano cinquantamila siro-cattolici, con le loro chiese, statue, crocifissi, conventi, asili, scuole. Molti discendenti dell’antica fede propagata dall’apostolo Tommaso si erano rifugiati lì da Baghdad e dal Sud, dopo il 2005 e gli attentati del 2010, per stare uniti dopo la caduta di Saddam e la presa del potere degli sciiti che hanno fatto di tutto per disperderli, con il tacito assenso degli americani. La città poi, nel 2014, fu presa dal Califfo, arrivato dalla vicina Mosul (50 chilometri). Arrivò il demonio fatto carne. O conversione o morte o esilio. Qualsiasi segno cristiano demolito, crocifissi e angioletti. La basilica dedicata alla Madonna trasformata in poligono di tiro, le campane divelte. Finalmente alcuni mesi fa l’Isis ha dovuto sgombrare con armi e bagagli, distruggendo il più possibile. Parecchi militanti sono rimasti sotto mentite spoglie, facendo festa ai liberatori dopo essersi tagliati la barba, seppellito kalashnikov e coltellacci, ma l’idea resta sempre quella: far sparire i segni di cristianesimo e la relativa popolazione: quella terra è “casa dell’islam”, roba loro.

Dunque Qaraqosh liberata resta imbalsamata, è ancora una città proibita. Sono tornate solo 160 famiglie, 600 cattolici su 50 mila. I vincitori, assistiti dalle truppe occidentali, pure italiane, non hanno alcuna onesta intenzione di garantire la presenza cristiana. Neppure i curdi, che in teoria sarebbero i più generosi. Dunque, il deserto continua, il terrore anticristiano imperversa. Alcuni resistono, come il sacerdote Georges Jahola, come l’Avsi che vorrebbe ricostruirvi l’asilo delle suore domenicane. Ma sono abbandonati.

Quindi? Quindi è il caso di darsi una mossa. Il governo italiano potrebbe utilmente avere un’alzata di ingegno, un raddrizzamento di schiena, notando che la specificità italiana in Europa e nel mondo è di essere custode della Santa Sede. Ciò assegna al nostro paese e al nostro popolo una speciale responsabilità verso i cristiani, se non altro per gratitudine riguardo a ciò che quelle genti ci hanno portato: la nostra anima, con conseguenza di civiltà. Dunque, si tratta come in Kosovo di garantire la presenza di una minoranza numerica ma non certo meno essenziale per l’identità e la pace del Vicino e Medio Oriente della comunità islamica.

Come i monaci guerrieri a difesa degli inermi
È irrealistico? Non credo. Sarebbe una benedizione: Dio perdona molte cose per un’opera di misericordia. Mi dicono sia invece irrealistico, al limite della provocazione, l’invio anche solo simbolico di Guardie svizzere. Non è così, non credo almeno. Francesco è stato capace di iniziative coraggiose pescandole dalla tradizione apostolica e dall’insegnamento dei santi. Così ha proposto un comitato per studiare la possibilità delle diaconesse. E perché allora non recuperare la tradizione dei cavalieri disposti a dar la vita da monaci guerrieri per le vedove e gli orfani? È poco evangelico? Non direi proprio. La cosa potrebbe effettuarsi in pieno accordo interreligioso ad esempio con il Grande Imam dell’università del Cairo Al-Azhar, lo sceicco Ahmad Muhammad al-Tayyib che accolse a braccia aperte il Papa il 28 maggio scorso e si unì a lui nella forte condanna della violenza in nome di Dio.

Guardie svizzere e guardie egiziane di Al-Azhar, senza nessuna volontà di tirare bombe, anzi garantendo l’uso benefico della forza per gli inermi, disponibili a dare la vita per loro. Mi arruolerei anch’io, e se non mi prendono le Guardie svizzere, potrei sempre fare il corrispondente di non-guerra.

Foto Ansa

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