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Perché non si può mettere sullo stesso piano antisemitismo e “islamofobia”

luglio 13, 2017 Vittorio Robiati Bendaud

Ebraismo e Islam devono tornare a parlarsi, ma senza ingenuità e senza infingimenti. Una riflessione di Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro e Nord Italia

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La teologia e, ancor più, la giurisprudenza religiosa ebraica da secoli affermano che l’Islam è un monoteismo suscitato da Dio, dunque positivo e necessario. La stessa affermazione, pur con differenze rilevanti, in primo luogo per quel che concerne la comune Rivelazione biblica e il suo studio, vale per il Cristianesimo (così Yehudah Ha-Levì e Maimonide già in epoca medievale). In particolare, le fonti ebraiche (pur con eccezioni notevoli) apprezzano positivamente l’unità e l’unicità di Dio (tawhìd) professate dai musulmani.

È poi evidente, sia per fede sia per storia sofferta, che gli ebrei non possono che trovare odiose ed esecrabili, denunziandole, certe forme, minoritarie eppur latenti, di razzismo di matrice occidentale – talora affioranti in Europa, Stati Uniti e Repubbliche ex-sovietiche –, al contempo sia antisemite sia antislamiche. È tuttavia vero che nelle decadi passate, con tuttora inquietanti ammiccamenti in certi circoli della destra estrema, vi fu continuità – e, purtroppo, non discontinuità! – tra fascismo, nazismo e molte dirigenze dell’Islam coevo, non solo nel Vicino Medio Oriente, con ricadute sul jihadismo odierno. Parimenti è vero che, da alcuni decenni ad oggi, il variegato mondo della sinistra estrema – ma, purtroppo, non solo – sostiene posizioni indulgenti o persino simpatizzanti per l’Islam politico, con inquietanti derive antiebraiche.

Islam ed Ebraismo posseggono tra loro, per quanto spesso occultato, fondamentali punti in comune, talché (oltreché per umana ragione) un discorso razzista degli uni contro agli altri dovrebbe risultare estraneo e bandito. E comune e sinergica dovrebbe essere la lotta contro quelle forze aggressive e violente volte alla delegittimazione, all’asservimento o alla distruzione dell’altro da sé, ivi inclusi anzitutto, a fronte della drammatica attualità perdurante da decenni, i cristiani di Oriente.

Myrna Chayo, ebrea di Aleppo e docente universitaria di lingua araba, nel suo scritto Fratelli Umani contenuto nel recente volume pubblicato da Marietti Nati da Abramo, scrive: «Un mio amico arabo musulmano rifletteva sul fatto che alcuni arabi affermano di non essere antisemiti, essendo “semiti” tanto quanto gli ebrei. Egli, tuttavia, ha sottolineato con molta lucidità che, se questo è vero a livello semantico, comunemente l’antisemitismo è sinonimo di antiebraismo. Questo amico ha aggiunto che il mondo islamico, e specialmente quello arabo, è carico di odio antiebraico, che risulta evidente nei programmi scolastici, sui quotidiani e nei principali canali televisivi e informatici di molti Paesi». Si ricordi peraltro che se arabo ed ebraico (assieme all’aramaico e all’amarico) sono sì lingue “semitiche”, ebrei e musulmani non sono “semiti”! La confusione tra la famiglia linguistica (definita tra ‘700 e ‘800 da linguisti tedeschi) e un discorso razziale (falso e criminogeno) fu un caposaldo devastante del razzismo e dell’antisemitismo, con il paradosso inquietante per cui, durante l’hitlerismo, i musulmani divennero per l’Asse “ariani onorari”.

Esiste, dunque, un antisemitismo islamico autonomo, con storia, insegnamenti e fatti specifici? Per molti, vige la seguente griglia interpretativa: i periodi andaluso e ottomano furono fasi storiche auree, di “dialogo” e “tolleranza” accordati dall’Islam all’Ebraismo, talché non esistette un reale antiebraismo teologico e pratico; quest’ultimo avrebbe invece tratto linfa, a detrimento dello stesso mondo arabo e musulmano, dalla nascita dello Stato di Israele e dall’inevitabile conseguente risentimento arabo-islamico, con i suoi eccessi. Tale griglia, come si vedrà, è in larga misura erronea.

È interessante notare che, proprio in Andalusia, nel secolo XI, il grande teologo e giurista islamico Ibn Hazm così scrivesse polemicamente: «Gli infedeli sono diventati arroganti e i miscredenti han tolto il freno alla loro lingua… un uomo colmo d’odio verso il nostro Profeta, un ebreo appartenente alla più disprezzabile tra le religioni e alla più vile tra le fedi, costui ha lasciato libera la sua lingua ed è divenuto sprezzante». Si potrebbero poi, a titolo esemplificativo, citare le misure antisemite del califfo Jafar al-Mutawakkil (IX sec.), che introdusse per primo il vestiario giallo per discriminare gli ebrei, o dell’influente giurista islamico Muhammad Ibn ’Abd al-Karìm al-Maghili (XV sec.), come pure non pochi passi coranici e degli Hadith. Da parte ebraica non mancò un’apologetica sferzante, da Maimonide a Ibn Ezra. ll grande rabbino e mistico marocchino Rabbì Hayyìm Ibn Attàr, tutt’oggi tra i più noti e citati commentatori ebrei della Bibbia, che abbandonò il Marocco per recarsi a Livorno prima e a Gerusalemme poi (ove morì nel 1743), così scrisse nel suo commento a Levitico 6,3: «Felice è colui che non ha sofferto l’esilio sotto i musulmani, che ci hanno schiavizzati, rendendo amara la nostra esistenza. (…) Dopo averci spogliati dei nostri beni, ci chiedono ciò che non possediamo più e ci fanno bere dalla tazza della miseria fino alla morte».

È chiaro che estrapolare solo questo dalle polemiche tra Ebraismo e Islam, tra minoranza e maggioranza, renderebbe ancor più fosche – e dunque erronee e pericolose – le storie, anche positive, di secolare coesistenza tra ebrei e musulmani in terra di Islam; una coesistenza, però, pur sempre basata sul principio religioso di subalternanza, umiliazione e disparità (la Dhimma). Vi furono, cioè, anche incontro, apprezzamento e condivisione. Tuttavia, quanto prima riportato attesta chiaramente l’esistenza di un antisemitismo specifico – diverso da quello europeo, di matrice cristiana, successivamente laicizzatosi, con cui pure vi furono contatti e influenze – . L’Islam, però, a differenza delle principali Chiese cristiane, è oggi ben lungi dall’aver iniziato percorsi positivi di recupero delle radici ebraiche e di ripensamento e condanna del proprio antisemitismo.

Recentemente Usama al-Baz, consigliere politico del passato premier egiziano Muhammad Husni Mubaraq, scrisse un articolo in cui invitava gli egiziani a «evitare di cedere a miti quali quelli contenuti nei Protocolli dei Savi di Sion e nelle fonti cristiane circa i crimini rituali ebraici. Noi non dobbiamo in alcun modo avere simpatie per Hitler o per il Nazismo». Queste posizioni, spesso ignorate, ma degne e coraggiose, sono condivise, talvolta dichiaratamente talvolta silenziosamente per paura, da commentatori, giornalisti, intellettuali e leader religiosi islamici, come pure da una significativa minoranza trasversale di musulmani, purtroppo per lo più tacita e impotente, il cui numero reale sfugge a ogni possibile computo. In quell’occasione Usama al-Baz venne tuttavia redarguito e sconfessato dal Grande Imam dell’Università Al-Azhar – oggi “sdoganata” in vario modo dall’Occidente –, lo Shaikh Muhammad Sayyid Tantawi, una delle massime autorità religiose del mondo islamico, che ha fatto lungamente scuola con molti discepoli. Gli si oppose anche il predicatore Safwat Higa che, in un sermone televisivo del marzo 2009, asserì che «Coca cola, Pepsi, McDonald’s, Pizza Hut e Burger King sono tutti parte del complotto sionista per controllare l’economia mondiale». Il già ricordato Shaikh Tantawi nel 1968 scrisse la sua dissertazione dottorale, intitolata Banu Israil fi al-Quran wa-al Sunna (I figli di Israele secondo il Corano e la Sunna), in cui si legge: «Nel Corano gli ebrei sono descritti con le loro caratteristiche degenerate specifiche, quali uccidere i Profeti di Allah, corrompere le Sue parole inserendole in luoghi sbagliati, consumare frivolmente il benessere delle altre Nazioni, rifiutare di prendere le distanze dal male che essi compiono e altre oscene caratteristiche originate dalla loro profondamente radicata lascivia… Non tutti gli ebrei sono uguali: quelli buoni diventano musulmani, i cattivi no». Non è quindi un caso che Léon Poliakov, il grande storico dell’antisemitismo, nel 1974 abbia curato, facendovi una preoccupata prefazione, la traduzione francese degli atti della IV conferenza della Academy of Islamic Reseach dal titolo Teologi arabi su ebrei e Israele, apparsi in arabo nel 1970. Parimenti, lo storico Robert Wistrich, recentemente scomparso, ha intitolato uno dei suoi ultimi saggi Un’ossessione letale. L’antisemitismo dall’antichità al Jihad globale.

Il 16 ottobre 2003 il primo ministro malese Mahatir Muhammad, nel corso del Tenth Islamic Summit Conference, così si espresse: «Noi siamo contro un popolo che pensa di esser sopravvissuto a 2000 anni di pogrom non restituendo mai la pariglia, ma pensando. Costoro hanno inventato e promosso con successo socialismo, comunismo, diritti umani e democrazia, sicché perseguitarli apparirebbe sbagliato, dal momento che sono riusciti a fruire degli eguali diritti degli altri. E osserviamo che hanno preso il controllo delle più potenti nazioni e che costoro, questa minuscola nazione, è divenuta un potere mondiale. Non possiamo combatterli solo con la forza bruta, dobbiamo usare i nostri cervelli».

È evidente a chiunque legga l’antisemitismo presente in queste frasi: temerlo e averne paura, paura condivisa anche da alcuni musulmani – cosa notevole e rilevante –, non è “Islamofobia”. Per inciso, la parola “islamofobia” è un termine assai controverso per significato e uso, sia all’interno che all’esterno del mondo islamico. Per alcuni, l’uso politico di questo termine avrebbe un’origine islamista, sia sciita sia sunnita, in quanto squalificante le proteste di quelle donne musulmane opponentesi ad alcuni precetti della Sharia‘.

L’identificazione dell’evocata ampia messe di discorsi antisemiti con l’intero universo islamico può essere una tentazione anti-islamica. È doveroso ricordare che esistono infatti, benché spesso minoranza ininfluente o perseguitata, voci islamiche dissenzienti, sia tra i musulmani di Occidente sia in Terra di Islam. La psicologa siriana musulmana Wafa Sultan così, ad esempio, si espresse su Al-Jazeera, ottenendo plauso tra i musulmani disposti al dialogo con gli ebrei, ma anche odio da molti altri uditori: «Gli ebrei sono usciti dalla tragedia della Shoah e hanno costretto il mondo a rispettarli con la loro conoscenza, e non con il loro terrore; con il loro lavoro e non con le loro lagnanze. Non abbiamo visto un ebreo farsi esplodere in un ristorante tedesco. (…) Solo i musulmani difendono ciò in cui credono bruciando chiese, ammazzando persone o distruggendo ambasciate. I musulmani devono chiedere a loro stessi cosa possono fare loro per il genere umano, prima di esigere che gli altri esseri umani li rispettino».

Come uscirne? Ad oggi l’Occidente è risultato totalmente incapace di gestire queste tematiche e problematiche. Ebraismo e Islam devono in qualche modo, senza ingenuità e senza infingimenti, tornare a parlarsi. Islam ed Ebraismo, più che religioni (per come oggi si intende questo lemma in Europa), sono complessi sistemi onnicomprensivi di lingua, vita, senso e fede, cultura, politica e pensiero. È dunque possibile che l’attuale nascente alleanza tra Israele, Egitto, Marocco, Giordania e, non da ultimo, Arabia Saudita, pur con molte incognite, ombre, angosce e fragilità, possa rivelarsi utile per un nuovo positivo incontro reale tra ebrei e musulmani e come volano contro l’antisemitismo islamico e contro la discriminazione dei musulmani. Un’evoluzione positiva in tal senso salvaguarderebbe tutte le minoranze, incluse evidentemente le comunità cristiane di Oriente. È certo che, ad oggi, questo fatto è quello potenzialmente più rilevante e nuovo dal 1948.

Foto Gerusalemme da Shutterstock

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