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Perché nemmeno i cattolici insorgono davanti ai “santini” di Suburra

ottobre 18, 2017 Alfredo Mantovano

Né reazioni violente né ricorsi al giudice. Quel che va evocato è solo il buon senso. Ma il buon senso è frutto dell’educazione; e l’educazione non te la danno solo mamma e papà

suburra

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Immaginiamo che per lanciare una serie tv dedicata a una storia di bande criminali si utilizzino, riportandoli per intero o deformandoli, versetti del Corano. E che, non potendo riprendere figure umane coerenti col testo sacro dell’islam, si adoperino vedute di moschee o di minareti.

In realtà è difficile immaginarlo, perché nessun giornale e nessuna televisione si presterebbero a tanto; ma quand’anche qualcuno lo facesse, basta ricordare che cosa accadde nel 2005 quando dapprima il quotidiano danese Jyllands-Posten, poi il giornale norvegese Magazinet pubblicarono dodici caricature di Maometto: ci furono manifestazioni di piazza in diverse capitali europee; gli ambasciatori in Danimarca di ben undici stati arabi chiesero un incontro urgente all’allora premier Anders Fogh Rasmussen e, non avendolo ottenuto, più d’uno di loro fu richiamato dal paese che rappresentava; nel mondo musulmano partì il boicottaggio dei prodotti danesi e norvegesi, insieme con aggressioni alle sedi diplomatiche delle due nazioni, con immancabili roghi di bandiere… È ancor più viva la memoria di quanto accaduto il 7 gennaio 2015 nella redazione del settimanale francese Charlie Hebdo.

Un sentimento sopito
Negli ultimi giorni le pagine dei principali quotidiani italiani riportano la pubblicità della serie Suburra, iniziata il 6 ottobre su Netflix. Gli attori che nella fiction interpretano i criminali della malavita romana sono raffigurati a mo’ di immaginette di santi, con tanto di aureola, e sotto ciascuno di loro è riportata una frase della Sacra Scrittura, o il suo adattamento al tema della serie: «Trema per noi peccatori», «Son degno di partecipare alla tua festa», «Non ci indurre in corruzione», «Non nominare il nome mio invano», «Non avrai altra donna all’infuori di me»… È evidente che l’offesa alla religione, qualunque sia l’offesa e qualunque sia la confessione religiosa, non legittima neanche da lontano il ricorso a vie di fatto. Altrettanto da escludere sono denunce et similia: nonostante nel codice penale vi siano residue tutele del “sentimento religioso”, sono ritenute nella prassi norme ornamentali, delle quali sono inimmaginabili applicazioni concrete; sarebbe comunque sconsigliabile, per non contribuire alla maggiore pubblicità della serie.

Dunque, né reazioni violente né ricorsi al giudice. Quel che va evocato è solo il buon senso: ahimè, da tempo trascurato, se non proprio esiliato. Quel buon senso popolare che esortava a “scherzare coi fanti” e a “lasciar stare i santi”. Ma il buon senso è frutto dell’educazione; e l’educazione non te la danno soltanto mamma e papà. Te la danno pure comportamenti pubblici che ti attendi, e che invece latitano: non si è letta né sentita una sola parola di biasimo e di rammarico per l’uso improprio e deforme di espressioni di Gesù o di pezzi dei Comandamenti o del Pater noster. Sarà che l’attenzione del mondo ecclesiale italiano, per lo meno della parte di essi che ha facile accesso ai media, è monotematicamente concentrata sullo ius soli. Ma se a casa tua qualcuno dileggia tuo padre o tua madre, che figlio sei se fai finta di nulla?

Anche i laici dovrebbero arrabbiarsi
Di rientro dalle Filippine, il 16 gennaio 2015, pochi giorni dopo la strage di Charlie Hebdo, papa Francesco usò parole chiare: premesso che «ognuno ha il diritto di praticare la propria religione, senza offendere, liberamente», il Pontefice si rivolgeva al suo «caro amico» il «dottor Gasbarri», l’organizzatore dei viaggi papali che era al suo fianco, per annunciargli che se «dice una parolaccia contro la mia mamma» doveva aspettarsi «un pugno»: «Perché non si può provocare, insultare, ridicolizzare la fede degli altri».

Per la pubblicità di Suburra l’immaginetta che fa più male è quella che mette sotto una giovane donna, pure lei del clan e con tanto di aureola, la frase «Tu sei la protetta tra le donne». Dovrebbero insorgere non solo i cattolici, con il “pugno” metaforico chiamato in causa dal Papa, ma anche i laici perché Maria è Madre pure per loro, e in cuor loro lo sanno. Invece alla fine lo accettiamo: se per me non conta più nulla, perché dovrei tenerci?

Siamo pronti al passo successivo: quello in cui, proprio perché non conta nulla, quell’immagine – come le altre, quelle vere e non deformate – sarà eliminata, per lasciare posto ai versetti del Corano. Senza citazioni fuori luogo o modificate, visto che a loro presidio vi è molto più di un pugno.

Foto Ansa

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