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Perché Mentana è grillino senza dirlo?

marzo 27, 2017 Giuliano Ferrara

Il direttore del Tg7 si è fatto profeta sornione dei desideri della folla. Ma nessuno obbliga alcuno a indossare una sfilza di maschere anticasta

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Pubblichiamo la rubrica di Giuliano Ferrara contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ce l’ho su con Enrico Mentana. Gli voglio bene, è un vecchio amico. Ma come televisionista egregio, bravo, abile, non lo sopporto. È quel che si dice un uomo di mondo. Sa tutto o quasi tutto delle tentazioni e complicazioni della politica e del potere. Sa che potere e politica sono dovunque, forse perfino nella nostra anima. Sa che il discrimine è un grado minimo di correttezza istituzionale, il saper fare il proprio mestiere e non quello degli affari, encomiabilissimo ma diverso per statuto e per scopi, ma sa anche che l’onestà-tà-tà è una leggenda per gonzi, che i politici e i movimenti politici senza cultura, senza personalità propria, sono imbrogli peggiori della peggiore tangente su un appalto.

Il direttore del Tg7 è di famiglia e di formazione socialista, lo dico con affetto e considerazione per una tradizione politica non mia ma importante al di là della rotta italiana del Psi. È stato legato alla Rai, a Fininvest poi Mediaset, da qualche anno a La7, ora gruppo Cairo. Ha sempre guadagnato bene, cosa più che legittima per uno capace che maneggia bene ascolti e presenza scenica televisiva. Ha un giro di amici e conoscenti, nell’ambito del cosiddetto nuovo capitalismo che è in declino sin dalle origini “nuove”, nonostante qualche segno raro di vitalità, i Della Valle, i Montezemolo eccetera, in quel giro si è sempre mosso bene, con prudenza e legittime ambizioni di lavoro e di carriera.

E allora perché è grillino? Peggio: perché lo è senza dirlo? Perché da anni arrangia una spericolata e vivace campagna di promozione della ditta Casaleggio e Associati e del suo comico mentore? E perché procede dissimulando? Mentana non è Spinoza (“caute”) e non è Cartesio (“larvatus prodeo”), non vive nel Seicento, non subisce gli influssi delle guerre di religione, non è un filosofo esposto all’ostracismo. È come me, un giornalista riccastro, uno che si è guadagnato a forza di botte e compromessi i margini di una discreta autonomia politica, civile, morale. Perché non la esercita?

Quando Berlusconi si legò a filo doppio al giovane Mentana, allevato in ambiente craxiano, e licenziò Montanelli, gli dissi, come sempre in chiaro, nero su bianco, che sbagliava. Montanelli era uno affine nelle idee, che doveva conquistarsi, non liquidare, mentre Mentana era un giornalista senza grandi idee in proprio, senza vera passione politica, che doveva fare la sua strada invece di fungere da intercapedine aziendalista, un po’ (un po’ tanto) col patron, un po’ contro il patron fattosi politico popolare. Come (quasi) sempre non mi diede retta. Montanelli finì come Malaparte, suo rivale e avversario, la conversione, alla gauche invece che alla chiesa cattolica, eccetera. E si trovò perfino una filiera che disse di ispirarsi a lui, scandalo vero, mettendo le manette al montanellismo. E Mentana cominciò la parabola che lo ha portato a disumanizzarsi come intercapedine eterna e profeta dei desideri della folla, ma profeta sornione, uno capace di farsi una e mille identità al servizio dell’informazione, senza tenere conto oltre un certo indistinguibile limite del peso dei capitali di rischio che la finanziano, del peso della pubblicità, del peso della politica e del potere, tutte cose che impongono autonomia deontologica, certo, e sopra tutto indipendenza psicologica, intrattabilità culturale e civile, oltre a un quantum decente di lealtà verso il sistema di cui si fa inevitabilmente parte. Il prototipo del fake.

Mentana non merita questo tipo di successo. Meriterebbe di essere annoverato con grande successo, autentico, tra coloro che scelgono di dire come la pensano, ché alla fine è questo il retroterra del mestiere di cronista, di anchor, di direttore. Non di quelli che non votano, dicono, per non compromettere la loro oggettività professionale. O intervistano vecchi marpioni e sodali della Roma faccendiera facendo finta di non conoscerli. Essere grillini è decisamente ridicolo. Ma se questo è il brivido, ci puoi provare.

Vagabondi corretti
Nella sua simpatica avventatezza da intellettuale impolitico, Galli della Loggia scrisse un editoriale del Corriere, dopo che i grillozzi avevano conquistato nel 2013 non so se il primo o il secondo posto o il terzo, di aver votato per Grillo. Ma Ernesto è uno politicamente instabile per troppa scienza, nel suo bel libro di memorie ricorda di essersi iscritto nei Sessanta al Partito socialista e l’anno dopo, con la tessera in tasca, di aver votato comunista. Si può esser tentennanti, insicuri, vagabondi della posizione giusta, di volta in volta corretta.

Ma nessuno obbliga un potente dell’informazione a farci fessi tutti, a vagolare tra la difesa di Taraq Ben Ammar e dei benedetti fondi di Berlusconi al Psi di Craxi, da un lato, e l’oggettività antiberlusconiana, dall’altro. Nessuno obbliga alcuno a indossare una sfilza di maschere anticasta. Basta quella che abbiamo tutti: la faccia.

Foto Ansa

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