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Perché la Consulta ha bocciato i pm di Palermo. Oggi i nastri saranno distrutti

gennaio 16, 2013 Chiara Rizzo

Depositate ieri le motivazioni sulla vicenda telefonate Napolitano-Mancino, intercettate a Palermo. Per la Corte costituzionale, i pm coordinati da Ingroia «hanno perso la visione di insieme»

«Discrezione e riservatezza delle comunicazioni del presidente sono coessenziali al suo ruolo nell’ordinamento costituzionale. Egli deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte». Con queste lapidarie parole, la Corte costituzionale boccia l’operato della procura di Palermo sulle intercettazioni al Presidente Giorgio Napolitano, captate indirettamente mentre si ascoltavano le telefonate dell’indagato Nicola Mancino nell’indagine sulla presunta “trattativa” Stato-mafia. Le motivazioni alla sentenza dello scorso 4 dicembre sono state depositate ieri, e sono state stese dall’avvocato Giuseppe Frigo, indicato dal centrodestra, e dal costituzionalista Gaetano Silvestri (centrosinistra) e individuano un “vulnus” che l’operato della procura ha prodotto nelle prerogative del presidente.

SENZA VISIONE DI INSIEME. La Consulta esordisce ricordando quali sono le funzioni del Presidente chiaramente indicate dalla nostra Carta («collocato fuori dei tradizionali poteri dello Stato»; «È garante dell’equilibrio costituzionale», «deve tessere costantemente una rete di accordi per armonizzare conflitti e asprezze», e naturalmente «fa un uso discreto del potere di persuasione»): è proprio per tutelare tutte nell’insieme che è necessario garantire la riservatezza delle sue comunicazioni secondo la Consulta. È ciò che invece non ha fatto il pool di pm all’epoca ancora coordinato da Antonio Ingroia, che si sono concentrati sulle singole norme relative all’ascolto casuale, perdendo di vista che «la propalazione dei colloqui sarebbe estremamente dannosa non solo per la sua figura, ma per il sistema costituzionale complessivo». Questo, secondo la Consulta, anche a prescindere dalla sfera della conversazione, sia essa privata o politica, o se riguardi le attività che vedono il Presidente implicato direttamente (come presidente del Csm o capo delle forze armate). Per la Costituzione, infatti, il Presidente non è penalmente responsabile nelle attività svolte nell’esercizio delle proprie funzioni, ad eccezione dei casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione: figurarsi quindi nel caso palermitano, dove, a detta degli stessi pm, le conversazioni non avevano alcuna valenza penale e non erano indizio della commissione di reati.

DISTRUZIONE IMMEDIATA. La Corte costituzionale ha disposto la distruzione immediata dei nastri con le registrazioni «nel più breve tempo possibile», e ha escluso anche la via indicata in passato dai pm di Palermo sulla base della legge adottata per la distruzione di intercettazioni irrilevanti a parlamentari (distruggere i nastri in camera di consiglio con il Giudice per le indagini preliminari e le difese degli imputati coinvolti): «È esclusa la procedura camerale» per evitare la fuga di notizie. Già oggi i nastri finiranno in pattumiera. Antonio Ingroia, l’ex pm ora candidato per Rivoluzione civile, ha detto che «la sentenza apre a un ampliamento delle prerogative del capo dello Stato». Per un altro magistrato, anch’egli prestato alla politica, Piero Grasso (Pd), «sono pagine che fanno chiarezza, senza ledere le prerogative di nessun potere».

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