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«Perché ho deciso di ospitare sei migranti a casa mia»

giugno 11, 2015 Chiara Rizzo

Ponegliano, Treviso. Come la “famiglia numerosa” dei Calò ha fatto spazio ai nuovi ospiti. «Non sto facendo nulla di particolare. È normale»

Antonio Silvio Calò, docente di filosofia e storia al liceo di Treviso, lo sottolinea pacatamente: «Non sto facendo nulla di particolare. È normale». In realtà, qualcosa di eccezionale c’è, dal momento che in Veneto non sono molte le persone che come Calò e la sua famiglia («numerosa» come dice con orgoglio, «abbiamo sei figli») aprono le porte della propria casa ai migranti che il ministero dell’Interno sta cercando di smistare nelle regioni del Nord. Racconta Calò: «Mi sono messo a disposizione della prefettura di Treviso. Con mia moglie avevamo pensato di dare ospitalità alle donne, magari quelle vittime di violenze. Poi è arrivata la telefonata della prefettura che ci ha spiegato che avevano urgenza di trovare una sistemazione dignitosa per il maggior numero possibile di persone, anche uomini. Abbiamo detto di sì. E da tre giorni viviamo come in una grande famiglia nella nostra casa di Ponegliano, con sei ragazzi, tra i 19 e i 30 anni, provenienti da Gambia, Ghana e Nigeria».

UNA CERTA IDEA DI FAMIGLIA. Cattolici, i Calò hanno già vissuto esperienze simili. «La nostra parrocchia il mese scorso ha accolto 30 ragazzi. Mia moglie si era molto affezionata, tanto che la chiamavano “Mamma Gambia”. Così al prefetto abbiamo chiesto di fare uno “scambio”, cioè di ospitare nella nostra casa sei dei ragazzi africani conosciuti in parrocchia in questi giorni, lasciando sei posti liberi ai nuovi. Abbiamo liberato per i nostri nuovi ospiti la taverna, dove dormono. A colazione, a pranzo e a cena mangiamo insieme, proviamo a parlarci». Perché lo fa? «Ho avuto tanto dalla vita, e mi è stato insegnato dai miei genitori che chi ha avuto tanto, deve dare tanto. Cosa c’è più bello del condividere? È un’esperienza indicibile».
La scelta dei Calò è maturata dopo l’ultima strage in mare a maggio, nella quale erano morte 800 persone. «Per un credente come me, la cosa più importante sono le azioni e non le parole. Per un cittadino, secondo me, l’importante non è accusare lo Stato, ma sentirsi Stato e dare la risposta che si può dare. Io ho agito da cittadino e da cattolico. Ai nostri ospiti ho spiegato che se loro sono in casa nostra è perché ho una certa idea di famiglia, e devo molto sia a quella mia d’origine sia a mia moglie, una donna incantevole. Mio padre era un medico. Ha sempre curato tutti, anche i disgraziati che non potevano pagarlo, e magari gli regalavano un pollo o il salame, e io sono cresciuto avendo davanti questo suo esempio. Ho in mente anche mia madre, che teneva sempre aperta la porta di casa e la tavola apparecchiata per chiunque venisse. Per me la famiglia è questo, ed è questo che voglio insegnare ai miei figli, attraverso dei fatti».

LE LORO STORIE. Calò confessa di essere ancora profondamente toccato dalle risposte avute dai suoi ospiti: «Il più giovane di questi ragazzi, dopo che mi avevano ascoltato con attenzione, mi ha detto: “Io non ho più nessuno. Tu sei mio padre”. Non è semplice, mi commuovo al solo pensiero di queste sue parole. E un altro dei ragazzi mi ha detto che ha perso suo fratello mentre viaggiavano sul barcone. Non aveva conosciuto la madre, e la sua famiglia era solo suo fratello. Si tenevano per mano mentre erano in acqua e nuotavano per essere salvati, ma ad un certo punto la mano dell’altro gli è scivolata via e lo ha perduto. Altri due ragazzi ci hanno detto che sono sposati, e che sono scappati perché volevano costruire al sicuro la loro nuova famiglia. È un’umanità ferita ed è impensabile non cercare di rispondere a queste persone. Se vorranno partire verso il Nord europa, io li aiuterò. Altrimenti faremo un percorso, per l’apprendimento della lingua, per essere in regola con i documenti e per trovare un lavoro. Ho già parlato con il sindaco di Ponegliano».

LE SPESE E I RIMBORSI. Qualcuno in paese, confessa Calò, lo ha accusato di voler intascare i fondi destinati ai migranti. Lui non se ne cura: «Per ogni ragazzo lo Stato mi dà 30 euro al giorno, ma il pagamento avverrà tra tre mesi. La prefettura dà l’assenso alle famiglie solo se, come la mia, sono affiliate ad enti come la Caritas o le cooperative sociali. Noi siamo affiliati al circolo fondato qui in paese da un marocchino, che considero mio “fratello” spirituale. È la sua cooperativa che materialmente sta anticipando le spese per noi. A Ponegliano c’è una famiglia in grave difficoltà. La madre è rimasta senza lavoro, ed è una volontaria che in parrocchia già lavorava con i migranti. Noi avevamo bisogno che ci affiancasse qualcuno che avesse un po’ di esperienza, quindi buona parte dei soldi che riceveremo, 1.300 sui 3.600 al mese, li useremo per pagare un lavoro a questa persona del paese. Altri 800 euro vanno in alimenti, e un’altra fetta importante delle risorse va in spese sanitarie, che sono la voce più importante. Ad ogni ragazzo, come prevede la legge, do 2.50 euro di paghetta, più 15 euro di scheda telefonica al bisogno. Infine, 400 euro al mese li terremo per le bollette di luce, acqua e gas. Riassumendo, il professor Calò non ci guadagna un euro. Basta fare i conti. Ma d’altra parte non ho mai pensato di farlo per soldi».

«SOLIDARIETA’ DAI LEGHISTI». Ponegliano è un piccolo paese a maggioranza leghista. «In questi due giorni ho ricevuto centinaia di messaggi di persone vicine e lontane, che mi danno una carica enorme. Molte persone del paese stanno venendo a casa nostra e ci portano dei doni: chi porta lenzuola, chi offre abiti. Gli amici di mio figlio vengono a trovarle i ragazzi e a chiacchierare con loro. Certo, ci sono anche quelli che hanno brontolato. Ma li rispetto e sono molti di più quelli che, anche tra i leghisti, mi hanno dimostrato solidarietà. Vorrei invitare il governatore Zaia a casa nostra, perché sono sicuro che di persona si renderebbe conto subito che una soluzione si può trovare. Ci sono persone che hanno polemizzato con la mia decisione, ma non me la prendo. Rispondo con la testimonianza. Il Vangelo dice “venite e vedete”: lo dico anche io. Perciò di che cosa debbo avere paura?».

Foto Ansa


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13 Commenti

  1. riccardo scrive:

    Ponegliano non esiste; può essere Povegliano o Conegliano, ma Ponegliano no.

  2. mery scrive:

    da più di un anno c’è L’EMERGENZA ( scusate ma più in grande di così non posso scrivere , ma quando lo dice alfano o la onorevole campana o malpezzi è EMERGENZA GRANDE GRANDE). poi , casualmente, per accedere all’accreditamento bisogna essere affiliati al CIRCOLO DEI PIU’ BUONI. immagino che la onlus UMANITARIA PADANA subirebbe l’analisi del DNA. ma fatemi il piacere…….

  3. angelo scrive:

    Tutti a dire quanto sono cattivi gli amministratori leghisti. Allora dirò quanto sono cattivi due amministrati leghisti, i due signori residenti in Veneto che, leggo sul Corriere, hanno aperto le loro residenze agli invasori. Il signore di Teolo (Padova) si è preso in casa dieci invasori provenienti da Senegal, Gambia e Mali. “Noi non partiamo perché stiamo morendo di fame, ma per sognare” disse a un fotoreporter un ragazzo proprio del Mali. E il signore di Teolo è tanto cattivo da pretendere che i sogni dei ragazzi del Mali li paghino i ragazzi d’Italia che non troveranno mai lavoro siccome le tasse che consentono l’assistenzialismo impediscono alle aziende di crescere e assumere. Il signore di Povegliano (Treviso) in casa propria di invasori ne ha presi sei. E’ un professore di liceo e quindi già vive di soldi pubblici, adesso riceverà anche lo speciale contributo governativo destinato a chi satolla invasori. Un professore cattivissimo: con i suoi allievi non so, con i contribuenti lo so.

    • Raider scrive:

      Quindi, il rapporto è questo, 6 giovani africani per 2 vecchi – in ogni senso vecchi – italiani. L’Italia del futuro sarà così: contenti? L’unico modo che gli italiani hanno per dimostrare il proprio senso di umanità è farsi da parte, estinguersi, intraprendere con fiducia la strada della scomparsa dalla faccia della terra.
      Già: che ci stiamo ancora a fare, noialtri italiani, in questo mondo? Meglio sparire, tutti noi “vecchio” italiume, largo ai giovani!: del Terzo Mondo si capisce… Si capisce. Al più, farci fagocitare ibridandoci: e diventare tutti come le figlie della Kyenge o Michele Karabue, che di africano hanno tutto, ma parlano italiano – per quello che gliene può importare a immigrati che decideranno loro quanto dell’antico idioma salvare, invece che sostituirlo con l’inglese o con un pidgin-italiano “meglio rispondente alle mutate realtà del Paese.”

  4. Filippo81 scrive:

    Se alla porta del Prof Calò avessero bussato 6 Italiani poveri, sarebbe stato altrettanto generoso e li avrebbe accolti ? Se si, tanto di cappello !

    • daniele scrive:

      dall’articolo sembrerebbe di sì: “Ho in mente anche mia madre, che teneva sempre aperta la porta di casa e la tavola apparecchiata per chiunque venisse. Per me la famiglia è questo, ed è questo che voglio insegnare ai miei figli, attraverso dei fatti».

      Leggi di Più: «Ospito sei migranti», la straordinaria famiglia allargata del Veneto | Tempi.it
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  5. paolab scrive:

    questa storia allarga il cuore e l’esempio di questa famiglia spinge a essere più disponibili per il prossimo che ha bisogno del nostro aiuto.

  6. Giannino Stoppani scrive:

    Ecco la differenza tra i cattolici e il sinistrame: i cattolici fanno in prima persona, il sinistrame si aspetta che faccia lo Stato.
    Di tutti di radical chic che sproloquiano in tutte le salse di solidarietà paraponzi ponzi po, ce ne sarà uno che ha preso un po’ di questa povera gente in casa sua?

  7. Raider scrive:

    Questa è una bella storia di solidarietà? Non è solidarietà aiutare chi ha bisogno in loco, invece di incentivare arrivi a oltranza? Ne accogliamo cinque, sei, sette a famiglia? Li manteniamo sempre, si danno il cambio, cinque partono e ne arrivano altri cinque e via così, sarebbe solidarietà? Incoraggiamo arrivi senza limiti e jus soli per tutti? E quando non trovano lavoro, quando non trovano quello che “sognano”, che si fa?
    Ma avete letto cosa riporta Charlie del catechismo della Chiesa cattolica in tema di immigrazione? L’irresponsabilità, la rinuncia alla identità del popolo italiano, l’eutanasia demografica in corso sarebbero carità? Carità verso gente che non vuole nemmeno usare la cortesia di dirci chi è? Di fonte a cifre che sono di un’invasione vera e propria è accettabile?
    Rispondere, prego: la mia risposta è NO!

    • Raider scrive:

      Per facilitare la risposta,ecco un estrato dell’intervento di Charlie che trovate nel thread sull’Eritrea :

      “L’accoglienza è un pilastro del Cristianesimo, è indubbio. Il prossimo va amato, per amore di Dio, è indubbio. Come sé stessi, però, è stato detto da Cristo. Non di più.
      Anche l’art. 2241 del Catechismo della Chiesa Cattolica parla chiaro e nel solco di quanto detto sopra:
      “Le nazioni più ricche sono tenute ad ACCOGLIERE, NELLA MISURA DEL POSSIBILE, LO STRANIERO alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
      LE AUTORITA’ POLITICHE, IN VISTA DEL BENE COMUNE, DI CUI SONO RESPONSABILI, POSSONO
      SUBORDINARE L’ESERCIZIO DEL DIRITTO DI IMMIGRAZIONE a diverse condizioni giuridiche, IN PARTICOLARE AL RISPETTO DEI DOVERI DEI MIGRANTI NEI CONFRONTI DEL PAESE CHE LI ACCOGLIE. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.” ( Il maiuscolo è mio )
      E’ lo stesso CCC a riconoscere che l’immigrazione non è un diritto assoluto, ma legato a delle condizioni ben precise, che tengono conto dell’ACCOGLIENZA NELLA MISURA DEL POSSIBILE, del BENE COMUNE e del RISPETTO da parte dello straniero.
      Se non sono soddisfatte, il respingimento, quindi, è perfettamente legittimo. E il soddisfacimento di quelle tre condizioni è solo a discrezione delle Nazioni ospitanti, che però son tenute ad agire con coscienza, ovvio. E’ inutile discutere, tanto è chiaro. Dispiace che invece quasi tutto il Magistero ecclesiale abbia scelto ipocritamente di fare demagogia di bassa lega nel ricordare solo una parte di quanto lui stesso ha stabilito mettendo nero su bianco. Facendo un pessimo servizio alla Chiesa e all’umanità.”
      Forse, non sarebbe inutile discutere, nel caso in cui qualcuno volesse farlo, tenendo conto (anche) di ciò che si legge nel catechismo.

  8. Ellas scrive:

    Scusate ma è da sinistriodi fare un’opera di solidarietà anche accogliendo in casa un bianco italiano che è rimasto senza lavoro, ha una famiglia e sta meditando il suicidio o lo sterminio dell’intera famigia perchè non ce la fa a fine mese?

    Quando ho fatto la raccolta del banco alimentare…è già da un pezzo che sappiamo quanto siano aumentati alla caritas.

    Sinceramente di gente che arriva e quel che vuole è non un posto qualunque, ma un hotel a 4-5 stelle che sia vicino alla città, il telefonino ultima generazione, e tutti i comfort possibili…non so cosa pensare davvero. E se poi ci mettiamo anche sicurezza al cittadino che non esiste per nessuno (quando a morire sono stranieri uccisi da altri stranieri, qualcuno ci perde: benvenuti in Italia).

    I disoccupati come me che passano di qui capiranno che se non riesci ad aiutare te stesso è molto, molto difficile aiutare altri. Spesso questi discorsi sentivo da chi rifiutava di aderire al banco alimentare, e alcuni anche con rabbia. Pensionati che si sono visti calare quanto gli era dovuto dopo una vita di sudore e sacrifici.

    Le condizioni è giusto che siano umane, ma non diamo tutta la colpa all’italiano medio, ma alla classe politica e alla UE, alla NATO, all’ONU, tutte “grandi” istituzioni che muovono i fondelli solo per i propri interessi.

    Se questi non sono attacchi al cristianesimo, non so che cosa siano.

    Non è Dio che abbandona l’uomo, ma viceversa. E pure lo stato abbandona i propri cittadini. Triste!

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