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Perché ci voleva Brugnaro «il campagnolo» per ridestare una Venezia mezza morta

giugno 20, 2015 Luigi Amicone

Il trionfo, per quando inimmaginabile, non gli fa una piega. Chi è il nuovo sindaco della Serenissima? Uno che crede in quello che dice e fa quello che crede

luigi-brugnaro-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Altro che vento del nord, caro Berlusconi. È fatto secondario. Il primario è che Luigi Brugnaro, da Tempi copertinato come “tranquillo guastafeste” che poteva tranquillamente starsene a casa in pantofole e avere di che sfamare un paio di generazioni, si è preso il rischio di occuparsi di una cosa oggi ritenuta grigia e fetente. La cosa pubblica. E contro ogni previsione, occupandosene nel nome del “partito del fare e del lavoro”, ha sconfitto le sfumature di grigio e di fetenzia. La sfumatura del “grande comunicatore” e quella del parruccone, il centrosinistra renziano e il centrosinistra manettaro, la sinistra civatiana e la sinistra centrosociale, il cavial-nichilismo della Biennale e quello allo champagne della Mostra del Cinema.

C’entra nulla il cappello che ci vuol mettere Brunetta. C’entra piuttosto la prova di maturità offerta dalle componenti del centrodestra. Che come è già accaduto in Liguria (col bel gesto della Lega) hanno dismesso i personalismi e sono andate sull’uomo di spessore, anche se dice «mi piace Renzi» e «dentro pure Ncd». Brugnaro è un outsider, «non datemi di “centrodestra”, non mettetemi nello schema, sono un “civico”, vi sorprenderò».

Ha ragione l’ex sindaco di Venezia Giuseppe Orsoni: farsi conoscere in 83 giorni e poi vincere al ballottaggio recuperando ventimila voti al concorrente luogocomunista (e per di più magistrato e senatore), quasi doppiando le percentuali del primo turno e nella città che la sinistra governa da decenni, «è un fatto epocale». Epocale perché «il campagnolo di Mirano», come lo chiamavano i suoi spocchiosi avversari, non ha avuto bisogno di elemosinare voti a Grillo. Epocale perché un Signor Nessuno (eccetto che nel mondo dell’impresa) ha messo in moto un movimento di popolo. Non a caso, i primi a precipitarsi a festeggiare la vittoria sono stati i giocatori della Reyer, la squadra di pallacanestro che Brugnaro ha preso per mano e riportato ai vertici della serie A. Non con il cliché della “storia di successo”. Ma con la dedizione dell’uomo che ama le cose che fa.

Una volta ci confidò che avrebbe corso a Venezia solo se non si fossero fatti avanti candidati di rottura con i capi bastone di una città anestetizzata. Descamisado come lo avete visto in campagna elettorale, Brugnaro partecipava alla tavolata di una comitiva ruspante, sotto il tetto di un prefabbricato, metà mensa, metà spogliatoio, costruito da un parroco di campagna. Ci siamo conosciuti in una sera d’inverno, così, sedendo allo stesso desco e discutendo di res pubblica. Non si poteva immaginare il suo trionfo. Però, da come parlava di Venezia e fremeva per il destino della sua gente, capimmo subito che non era un confindustriale fanfarone ma un tipo tosto e leale.

Infatti, la vittoria non gli fa una piega. Pensate, non sente neanche il bisogno di pronunciare paroline magiche tipo “legalità”. Pensate, è addirittura per la famiglia fondata sull’alleanza uomo-donna. Pensate, è solo una persona che crede in quello che dice e fa quello che crede.

Foto Ansa


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