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Perché bisogna abolire il ministero dell’Istruzione. Non è una boutade

ottobre 29, 2012 Laura Borselli

Serve solo a moltiplicare il centralismo burocratico. È la provocazione (motivata) di insegnanti decisi a non farsi ridurre a “impiegatucci” dalla scure dei tecnici

Un paese in braghe di tela deve rimboccarsi le maniche. Lavorare di più è una necessità per tutti. Lo sa chi passa ore in più alla scrivania, tira tardi la sera in ufficio. E allora perché non dovrebbero lavorare di più anche gli insegnanti? Per capire cosa sta succedendo nel mondo della scuola bisogna partire da qui, da questo ragionamento apparentemente lineare ma profondamente ottuso che non è difficile sentir fare nei giorni in cui il governo mira a rivoluzionare il lavoro dei docenti. Le proteste per i tagli alla scuola sono ormai il segnale certo che è ora di fare il cambio dell’armadio: arrivano puntuali ogni anno come l’autunno. Ma se anche un’associazione professionale come Diesse, che dal 1987 si occupa di aggiornamento dei docenti e che da anni alle proteste preferisce il dialogo con le istituzioni più che le proteste, arriva a usare toni insolitamente duri qualcosa deve essere successo. Quel qualcosa riguarda la professionalità degli insegnanti ai quali, se il ddl licenziato dal governo dovesse restare così com’è, dal prossimo anno scolastico sarà chiesto di lavorare 24 ore anziché 18. Il punto, questo è il malumore che agita chi ha dedicato la vita alla cattedra, è che la maggior parte dei docenti quelle ore le lavora già. Perché, come sa chi nel mondo della scuola ci ha messo anche solo un piede, quello della lezione è solo uno dei momenti che caratterizzano questa professione. Per questo Diesse ha parlato di un provvedimento che umilia l’insegnante considerandolo una «figurina senza identità, da muovere e bastonare perché corrispondente ad un ruolo impiegatizio scialbo e ripetitivo».

Il disegno di legge aumenta infatti di sei ore l’orario di lavoro dei docenti, senza alcun aumento salariale e “compensando” la richiesta con quindici giorni di ferie in più. «Si tratta – spiega a Tempi Fabrizio Foschi, presidente di Diesse – di un calcolo puramente economico. La relazione tecnica resa nota insieme al ddl lo dice in maniera chiara: bisogna recuperare qualcosa come 240 milioni di euro. Siamo di fronte a un ragionamento di questo tipo: siccome il docente – vulgata comune – lavora poco, noi lo facciamo lavorare di più a parità di stipendio».

Le sei ore in più non comprendono attività come gli scrutini o il ricevimento genitori, che dunque si svolgono a parte. Ma la vera sorpresa, che riguarda anche le vite di chi ogni anno aspetta con ansia lo strapuntino delle supplenze per poter entrare in classe, è in ciò che ogni insegnante può essere chiamato a fare in quelle sei ore in più. Il governo distingue infatti alquanto perfidamente tra orario di cattedra e orario di insegnamento. Se l’orario di cattedra rimane di 18 ore, le sei ore in più possono essere utilizzate per coprire i cosiddetti spezzoni, le ore di sostegno e non meglio precisati impegni didattici che sembrano comprendere attività di recupero e potenziamento all’interno dell’istituto. «Gli spezzoni – riprende Foschi – sono quelle ore che non vengono coperte dagli insegnanti di ruolo nella scuola e per le quali tradizionalmente si chiamavano i supplenti. Se queste norme verranno attuate (e speriamo di no) quelle ore non verranno più assegnate a docenti esterni presi dalle graduatorie, i cosiddetti precari, ma spalmati sui docenti interni». Stessa musica per gli insegnanti di sostegno: «Spesso se ne rendono necessari altri, oltre a quelli già assegnati dal provveditorato. Le scuole non potranno più farne richiesta ma dovranno dividere le ore tra gli insegnanti che hanno i titoli per coprirle all’interno di ogni singolo istituto. Per questo nel nostro comunicato abbiamo parlato di corveé del docente: sono sei ore non remunerate e decise sulla base di un calcolo puramente economico».

Il governo entra così a gamba tesa su un tema per cui associazioni come quella presieduta da Foschi si spendono da anni. «Noi abbiamo sempre pensato quella del docente come a una vocazione, cui fare liberamente corrispondere dal punto di vista della professione una progressione giuridica ed economica. In questo modo si potrebbe affiancare alla figura del docente classico di ruolo, quella di un docente che accetta di avere un incarico a tempo determinato, a fronte di uno stipendio maggiore, per seguire un particolare progetto dentro la scuola. Niente di tutto questo, qui si è andati dietro a un taglio lineare senza nessun tipo di ragionamento sulla professione dell’insegnante». I 15 giorni di ferie in più dovrebbero compensare lo sforzo di quelli che, secondo le statistiche internazionali, risultano i docenti meno pagati d’Europa. «Ma quella dei 15 giorni è una beffa, perché si tratta di ferie da prendere quando l’attività didattica è sospesa!».

Tra le altre novità c’è l’obbligo, per i docenti in commissione giudicante in un concorso, di rimanere in servizio. Vengono poi dimezzati (del 50 per cento) i cosiddetti “comandi”, cioè i collocamenti temporanei fuori ruolo presso il ministero, gli Uffici scolastici regionali e le associazioni professionali. Non vengono toccati, invece, i distacchi sindacali. A rischio non c’è solo la professionalità dei docenti in servizio, ma anche la possibilità di creare posti in futuro. Un concorso per dodicimila posti è già stato bandito, le iscrizioni chiudono il 7 novembre, e poi ce ne dovrebbe essere un altro in primavera. «Il rischio che salti, se dovesse essere approvato questo ddl così com’è, è alto: quali posti pensano di mettere a concorso se di fatto la forbice tra organico di diritto e organico di fatto si riduce a zero?». Infine il ddl prevede che le regioni possano assumere dei precari per progetti scolastici di tempo determinato, rigorosamente con risorse proprie. «In pratica – osserva Foschi – il ministero comincia a delegare all’esterno ciò che dovrebbe fare lui. E allora io mi chiedo: ma perché il ministero non abolisce se stesso? Di fatto serve solo al centralismo burocratico. Se si passasse a una chiamata diretta da parte delle scuole, valutazione dei docenti da parte di enti esterni, cura dei programmi da parte di organismi culturali competenti, il ministero non avrebbe più ragion d’essere e allora sì che si risparmierebbe, invece che farlo sulla pelle dei docenti».

Diesse è fresca della convention nazionale in cui si sono riuniti 800 insegnanti per confrontarsi sul proprio lavoro e aggiornarsi col metodo delle “botteghe” dell’insegnamento. In quell’occasione è intervenuto in web conference il ministro Profumo, proprio nei giorni in cui le prime novità sul ddl stabilità venivano riportate dai giornali. «Al ministro abbiamo chiesto di spiegarci nel dettaglio la novità delle 24 ore, ma non è entrato nel merito. Ci siamo trovati in sintonia sul tema della formazione iniziale dei docenti (laurea-abilitazione-tirocinio-concorso), un percorso su cui stiamo lavorando da anni come associazione». Diversa, invece la concezione di scuola del ministro. «Profumo pensa alla scuola come a un centro civico. Su questo non siamo d’accordo perché per noi la scuola è un luogo di istruzione e di educazione, costituita dal rapporto tra il docente e l’alunno, non un “centro sociale” in cui organizzare attività nei vari momenti della giornata».

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