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Perchè stiamo con Giovanni Paolo II

aprile 7, 1999 Tempi

editoriale

Noi vorremmo tanto essere così sicuri e così perentori come lo sono certi editorialisti, quando dalle loro postazioni sicure prendono sulle spalle dei bombardieri tutto il male del mondo e, certamente in buona fede, spiegano tutte le buone ragioni per cui non si può e non si deve smettere di premere il grilletto. Non ci piace il “nì” con cui D’Alema e il suo governo stanno sulla portaerei di cui pure sono al comando. Ma nel dubbio, diciamo: meglio fermare i decolli da Aviano, arrestare i bombardamenti e tornare, anche con l’ausilio dei russi e financo dei cinesi, al tavolo delle trattative. Si dirà che tutte le analisi (occidentali) della situazione convergono su un punto: se non si continua a sparare i kosovari saranno sradicati dal mondo. Noi diciamo che dovendo fidarci di qualcuno – giacché né noi, né crediamo Vittorio Feltri, siamo certi di possedere tutti i tasselli del tragico rompicapo – non abbiamo timore alcuno a dire che ci fidiamo più del Papa che delle analisi nostre o di quelle di Feltri. Perché? Proviamo a leggere per intero quel concetto di ragione che la scorsa settimana abbiamo preso a prestito dal filosofo recentemente scomparso Jean Guitton. “Cominciamo con la parola ragione. Se si individuano con cura i vari sensi di questa parola, dopo un primo momento di vertigine – perché essi sono veramente troppo numerosi (il dizionario Littré contiene ventun paragrafi) – si vedrà che essi si orientano attorno a due fuochi, come i punti di una ellissi. La distinzione dei due aggettivi ragionatore e ragionevole basterebbe ad indicarci la divergenza. “Ragionatore” è anche colui che fa uso errato della ragione e che, o per una debolezza del pensiero, o per una falsa sottigliezza, o per vendicarsi di una smentita, o per mettere in scacco l’esperienza o l’evidenza, sostituisce alla verità, con il gioco del ragionamento, la parvenza della ragione. Al contrario “ragionevole” designa colui che sottomette la propria ragione all’esperienza e in particolare che, nell’ordine della condotta e della morale, non cerca tanto di costruire un sistema per giustificarsi, quanto piuttosto di trovare la misura della verità, proporzionata alla condizione umana. Si potrebbe dire che il ragionatore è colui che sottomette la ragione al suo desiderio; si può anche dire che nel ragionatore la ragione prende se stessa per fine: ama sé più che non ami la verità alla quale pretende però di essere vincolata essenzialmente. È come se civettasse con se stessa. Nella persona ragionevole, invece, la ragione non si conosce, non ha coscienza di esercitarsi. È completamente presa dalla preoccupazione di rettificarsi: per questo nel “ragionatore” la ragione fa molto uso del ragionamento, mentre nel “ragionevole” il ragionamento è sottomesso a una specie di istinto di realtà che non può sempre fornire le proprie prove, dato che il ragionamento non interviene che come mezzo di esposizione e di controllo” (J. Guitton, Arte nuova di pensare, Edizioni San Paolo, 1986, pp. 70-71). Stiamo col Papa perché l’esperienza ci dice che il Papa è l’autorità in cui si mostra in tutta evidenza questa tensione a “trovare la misura della verità, proporzionata alla condizione umana”. Perché il Papa è come se avesse detto: “andare avanti in questa guerra significa correre il serio rischio di non poter più rettificare alcunché”. Perché il Papa ha gridato: “È sempre l’ora della pace. Non è mai troppo tardi per incontrarsi e negoziare”. Ragionevole. Per questo, applausi a Primakov che ci ha provato. E financo a Scalfaro, che, ci auguriamo, manterrà fede alla promessa di adoperarsi per la pace anche quando a maggio, gli auguriamo, sarà senatore a vita. TEMPI

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