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Perché in Marocco è in atto una transizione “morbida” e in Egitto no

novembre 29, 2011 Rodolfo Casadei

La differenza fra Egitto e Marocco sta principalmente nella monarchia e in una dinastia capace di fare politica. I marocchini che preferiscono la monarchia e una politica molto gradualista di riforme democratiche sono di più rispetto a quelli che vogliono un’avventura rivoluzionaria in stile Egitto. E i risultati sono gli stessi

Libertà di espressione molto limitata, corruzione diffusa dell’apparato statale, situazione economica precaria, proteste popolari dei giovani e degli islamisti per una vera svolta democratica. Dieci mesi fa due pesi massimi del mondo arabo come Egitto e Marocco si trovavano in condizioni molto simili, e la similitudine si è riproposta in questo mese di novembre, allorché i due popoli sono stati chiamati alle urne a eleggere i rispettivi Parlamenti: l’Egitto sta votando in queste ore, il Marocco ha votato venerdì. Eppure la traiettoria politica delle due “rivoluzioni” non potrebbe essere più diversa: il presidente egiziano Mubarak è stato costretto a lasciare il potere ed è finito agli arresti, re Mohammed VI è ancora al suo posto e dispone di importanti prerogative; il voto egiziano è stato preceduto da settimane di scontri e violenze con decine di morti, quello marocchino ha registrato solo qualche pacifica manifestazione di protesta; in Marocco il partito islamista, legale dal 1988 e anima dell’opposizione parlamentare, ha finalmente vinto le elezioni ma con una maggioranza relativa del 29 per cento, laddove la coalizione col partito Libertà e Giustizia, espressione dei Fratelli Musulmani, legalizzato solo quest’anno appare destinato a conquistare il 35-40 per cento dei voti egiziani. Dopo il responso delle urne i due paesi imboccheranno probabilmente di nuovo un cammino simile: i poteri pre-rivoluzionari (il re in Marocco, le forze armate in Egitto) continueranno a controllare settori vitali del sistema, ma in mezzo a contestazioni e tensioni crescenti al Cairo, in modo piutttosto agevole a Rabat.

La differenza fra la transizione morbida del Marocco e quella tumultuosa dell’Egitto la fanno l’intelligenza del monarca e la storia remota e prossima. Mohammed VI è discendente di una famiglia che siede sul trono dal XVIII secolo (prima col titolo di sultano, poi di re) e che è considerata imparentata con Maometto. Mentre Mubarak reprimeva nel sangue le manifestazioni di piazza Tahrir, il sovrano marocchino ha rinunciato sin dall’inizio alla repressione e ha permesso agli oppositori del movimento 20 Febbraio di esprimere la loro protesta, molto simile nei temi a quella egiziana. Ha riformato a tambur battente la Costituzione, accrescendo i poteri del primo ministro e il numero e la qualità dei dicasteri, la cui nomina sarebbe stata di sua competenza, limitando le nomine riservate al re alla Difesa e agli Affari religiosi.

In Egitto le riforme a metà decise dal Consiglio militare presieduto dal generale Hussein Tantawi, accompagnate dal defenestramento e dall’incriminazione di Mubarak e dallo scioglimento del suo partito, sono state accolte con manifestazioni violente del movimento 6 Aprile e altri gruppi rivoluzionari; in Marocco il movimento 20 Febbraio insiste che le riforme sono cosmetiche e che le elezioni sono di poco valore, ma la maggioranza della popolazione non simpatizza coi manifestanti e le loro adunate alla vigilia delle elezioni a Tangeri e Casablanca hanno visto sfilare solo qualche migliaio di persone. Gli islamisti del partito della Giustizia e dello Sviluppo di Abdelilah Benkirane hanno vinto per la prima volta le elezioni e, in base alla Costituzione riformata, vedranno scegliere nei loro ranghi il primo ministro, che probabilmente creerà un governo di coalizione con due partiti laici filo-monarchici come Istliqlal e il Raggruppamento nazionale degli indipendenti. Benkirane promette di fare pulizia per quanto riguarda la corruzione, ma non si sogna nemmeno lontanamente di mettere in discussione il carisma di Mohamed VI.

La differenza fra Egitto e Marocco sta principalmente nella monarchia e in una dinastia capace di fare politica. Non è solo la pretesa discendenza dal profeta Maometto a incutere rispetto ai sudditi marocchini: Hassan II, padre di Mohammed VI, che gli è succeduto alla morte nel 1999, è riuscito a convincere il popolo della necessità di un centro di gravità personale per il paese, che altrimenti avrebbe seguito la strada degli altri paesi arabi, passati dai fragili sistemi parlamentari all’indomani dell’indipendenza negli anni Cinquanta al regime militare o al partito unico. Alla paura del potere militare oppressivo e del secessionismo berbero Hassan II ha saputo aggiungere un elemento positivo di unità nazionale: la causa dell’ex Sahara spagnolo, divenuto Sahara marocchino nel 1975 contro la volontà del locale movimento Polisario e dell’Organizzazione dell’unità africana (Oua). Alle elezioni del 25 novembre ha partecipato solo il 45 per cento degli aventi diritto, contro percentuali ben più alte registrate in Tunisia ed Egitto; ma la percentuale di marocchini che continua a preferire un sistema politico centrato sulla monarchia e una politica molto gradualista di riforme democratiche rispetto a un’avventura rivoluzionaria resta sicuramente maggioritaria. L’Egitto, spargendo molto sangue di coraggiosi rivoluzionari, non ha ottenuto fino a questo momento molto di più.

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