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Per un carcere così, un suicidio in cella ogni settimana è quasi poco

dicembre 21, 2016 Maurizio Tortorella

Le prigioni italiane sono un vero “posto della disperazione”: secondo Openpolis le morti autoinflitte sono 1.046 dal 1992 a oggi. Ma probabilmente sono anche di più

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In Italia c’è un posto dove un uomo muore suicida ogni settimana. Faticate a immaginare quale sia questo “posto della disperazione”? Sono le nostre carceri. Sono state teatro di 1.046 suicidi dal 1992 a oggi, secondo il centro studi Openpolis. Ma quasi sicuramente la cifra è più elevata: la statistica di Openpolis si basa sui numeri del ministero della Giustizia, mentre l’associazione per i diritti dei detenuti Ristretti orizzonti, nel suo dossier Morire di carcere, fornisce dati di molto superiori.

Oltre ai suicidi accertati, infatti, Ristretti orizzonti inserisce nella sua somma anche le morti “poco chiare”, ma comunque legate al disagio della detenzione. Per Ristretti orizzonti i suicidi in cella soltanto dal 2009 al 31 agosto 2016 sarebbero stati 423: in particolare, 326 detenuti si sono procurati la morte con l’impiccagione, altri 64 con il gas, 20 con l’avvelenamento e sei con il soffocamento. E il carcere uccide non soltanto in cella, ma anche nei corridoi, negli uffici e perfino a casa: secondo fonti sindacali della polizia penitenziaria, sono almeno cento gli agenti di custodia morti suicidi dal 2000.

Tra i penitenziari, la statistica dei detenuti suicidi stilata da Openpolis vede al primo posto Poggioreale a Napoli, con 19 casi, seguito da Sollicciano a Firenze (17), e da Rebibbia a Roma (14). Tra gli ultimi anni, il peggiore è stato il 2010, con 69 morti in cella; il migliore (o meglio il meno disastroso) è stato il 2013, con 42 casi. È evidente la coincidenza tra gli anni in cui si è concentrata la più alta frequenza di suicidi tra i detenuti e quelli che hanno visto i più alti tassi di affollamento carcerario. Nel 2010 i quasi 200 istituti di pena italiani ospitavano quasi 68 mila detenuti, cioè 151 ogni 100 posti letto disponibili, e contemporaneamente si registravano 55 casi di morti autoprocurate.

La situazione era nettamente migliorata due o tre anni fa, ma purtroppo adesso sta tornando a peggiorare. Alla fine dello scorso novembre i reclusi erano 55.251, tra i quali 2.335 donne e 18.714 stranieri. La capienza regolamentare dichiarata dal ministero della Giustizia, in realtà, sarebbe di 50.254 posti, quindi il sovraffollamento è di circa 5 mila unità.

Il 36 per cento in attesa di giudizio
Il problema è che tra i detenuti i condannati definitivamente al 31 novembre erano 35.456 in totale: questo significa che altri 19.795 reclusi sono in attesa di giudizio, quasi il 36 per cento, più di uno su tre. Per l’esattezza, 9.846 sono quanti aspettano in cella il giudizio di primo grado. Nessun paese europeo arriva a questi livelli.

Se poi si valuta quanto elevato è il costo delle carceri, tra 2,5 e 3 miliardi di euro l’anno, appare ancora più evidente che la situazione richiederebbe un vigoroso riassetto. Pochissimi anni fa i Radicali, forti del loro impegno per i reclusi, calcolavano arrivasse a 3.511 euro al mese la spesa per mantenere ogni detenuto.

In realtà, secondo i Radicali, la maggior parte della cifra servirebbe a tenere in vita l’amministrazione, mentre in sé il detenuto non influenza molto i costi. Dei 3.511 euro spesi al mese, 3.104 euro servono al pagamento del personale di polizia e per quello civile, e altri 150,24 vengono impiegati per mantenere la struttura penitenziaria, mentre 110,28 euro servono per le utenze. Per la gestione concreta di ogni detenuto, quindi, la spesa media scende a 255,14 euro mensili. Oltre la metà, 137,84 euro, va a pagare vitto e materiale igienico; altri 67,71 euro retribuiscono il raro lavoro compiuto dietro le sbarre; il servizio sanitario assorbe 22,81 euro a testa. Alla luce di questi dati, i suicidi sono fin troppo pochi.

Foto carcere da Shutterstock

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