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Per combattere le nuove dipendenze a Milano c’è un Distretto per la famiglie e per i giovani

dicembre 7, 2012 Benedetta Frigerio

Sempre più persone soffrono di disturbi compulsivi. A Milano è nato un centro che aiuta a superarli secondo un’ottica nuova: la speranza. Siamo andati a trovarli

Entri nelle stanze ancora vuote, ma già accoglienti, pulite e ordinate. Speri che così si sentano voluti e che venga fuori la loro potenzialità, ma diversamente da come sono abituati ad usarla. Perché questo è l’edificio residenziale del “Distretto per la famiglia e i giovani”, che cura i comportamenti compulsivi di ragazzi dai 15 ai 22 anni. È stato aperto da poco più di un mese a Milano in via Ventura 4 e ha già ricevuto decine di richieste.

LA RESILENZA. «Noi non siamo determinati dai nostri antecedenti. Dalla storia familiare complicata, dai traumi. C’è nell’uomo una capacità di affrontare le avversità della vita, di superarle, di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente. Le ferite sono una risorsa se c’è chi le sa guardare. Tutto questo si chiama “resilenza” ed è l’approccio della speranza con cui ci imbattiamo nei giovani in difficoltà». A parlare è un ex attore, Pietro Farneti, laureato al Piccolo teatro di Milano che ora è presidente del “Distretto”, nato grazie ad un progetto innovativo finanziato dalla Regione Lombardia e che non ha simili sul territorio italiano. Accoglie i giovani segnati dai nuovi disturbi compulsivi, come l’anoressia, la dipendenza da alcol, da internet, dai videogiochi e dallo shopping. Un fenomeno che coinvolge sempre più adolescenti, lasciando i genitori spesso soli.
La particolarità del “Distretto” è che, dopo un’analisi accurata di tutta la letteratura mondiale che da circa 50 anni studia la resilenza, ha messo in pratica quello che finora era solo teoria: «Ad esempio abbiamo laboratori musicali, di danza, di taglio e cucito, in cui i ragazzi si prendono una pausa dal comportamento che sentono il bisogno di ripetere continuamente. In quei momenti accade di accorgersi che il bisogno che si ha può essere riempito da qualcosa di molto più soddisfacente rispetto alla tua unica immagine».
Girando per la struttura si sente suonare musica pop. Viene da una stanza, lì c’è Miriam che balla con un’operatrice. Poi ci sono le ragazze anoressiche che si sono cucite degli abiti con cui hanno sfilato, per riscoprire la bellezza e l’importanza di un corpo che si sente come un nemico e su cui scaricare il proprio disagio. Così accade di scoprire anche dei talenti che gli operatori sono tesi a cogliere per aiutare il ragazzo anche in questo: «Siamo in una zona sempre più artistica e artigianale e i contatti con la città non mancano», continua Farneti.

LA STORIA DI UN ATTORE. Il presidente oltre ad aver lavorato come attore professionista è stato consulente di privati, ma poi «non mi bastava e ho ceduto». Ceduto a che cosa? Da quando è giovane a Farneti accade sempre la stessa cosa: «Tutti quelli che incontravo mi chiedevano aiuto. Fin da piccolo, mia mamma si trovava la casa piena di persone a cui cercavo di dare una mano». Un giorno, però, fu decisivo per l’attore che, tornato dalla tournée, si imbatte in un tossicodipendente. «Mi chiese aiuto, lo portai in un Sert, nella sala d’attesa vidi un libro del regista Gigi Rigogliosi sull’animazione teatrale e le dipendenze. Incredibilmente in copertina c’era una mia foto. A quel punto mi convinsi e lasciai tutto. Cominciai a lavorare nel mondo delle dipendenze».
Ora, dopo 18 anni in questo campo, 5 figli e 23 bambini malati passati da casa sua, in soli tre anni Farneti ha voluto «quello di cui c’è più bisogno: un luogo dove i ragazzi e le loro famiglie si sentano accompagnati». In un progetto che tiene conto anche del contesto familiare perché «è quello che serve e che più manca. E perché, come la letteratura relativa alla resilenza dimostra, su centinaia di fattori cosiddetti protettivi della persona, che più aiutano a trasformare il disagio in risorsa, ne emergono sempre tre come i più efficaci: un maestro, la fede e la presenza di un familiare che ti stia vicino. Noi offriamo questo, in un progetto che va dal centro diurno, con terapia medica singola o di gruppo e con laboratori, alla comunità residenziale con 7 posi letto più 4 solo per il fine settimana. Abbiamo poi un cellulare su cui siamo sempre reperibili (346/2193760) per qualsiasi evenienza». Si cura, senza medicalizzare.

STUDENTE MODELLO E GIOCATORE D’AZZARDO. Così è capitato che Luca, al “Distretto” da poco più di un mese, incapace di staccarsi dal gioco d’azzardo su internet che lo aveva isolato dal mondo, cominci a non sentire più il bisogno di chiudersi in camera per stare delle ore attaccato al pc. «Fino a 18 anni era uno studente modello poi, dopo aver cominciato a sfidare una professoressa da cui non si sentiva stimato, ha iniziato ad andare sempre peggio a scuola, fino a non essere ammesso alla maturità. Si è poi trovato un lavoro che gli pagasse il gioco, vivendo di notte e dormendo di giorno».
Luca accetta di arrivare al Distretto solo perché prova pena per la madre che pensa essere la vera malata, a causa delle ansie verso il figlio cresciuto senza il marito. Credendo di aiutarla, Luca resta, accetta la terapia e scopre che la sua compulsione è legata a problematiche che hanno a che fare con sé: non gioca per accumulare denaro ma per sfidare continuamente la vita e assume alcol per compensare la frustrazione delle perdite. «Tutto era collegato al problema di riuscire ad emergere per via dell’assenza paterna. Perché l’ossessione della sfida, come accade spesso nelle compulsioni, veicolava un appello al padre: la figura che risponde al bisogno d’amore e che con i suoi “no” aiuta il giovane ad indirizzare le pulsioni evitando la compulsione», spiegano le psicoterapeute del centro.
Ma oltre a conoscere sé, qui Luca ha trovato anche un mondo accogliente fatto di cose e rapporti normali, che però non si conoscono se nessuno te li propone.  «Poi chissà cosa accadrà – conclude Farneti –. Io ho risposto a un bisogno prima di tutto mio, quello di dare e condividere, ma ho imparato che gli sviluppi sono sempre imprevedibili. Questo non mi preoccupa, anzi, ho già molti altri progetti».

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