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Per capire, oggi, cosa sta succedendo in Italia bisogna leggere cosa scrisse un secolo fa Benedetto Croce

dicembre 3, 2012 Mattia Feltri

Lo spacciatore di illusioni. Gli imbecilli delle mani pulite. L’areopago degli onesti. Così quasi un secolo fa il grande pensatore descrisse senza pietà l’intero catalogo politico attuale.

Breve ritratto di Silvio Berlusconi: «Ecco l’uomo fantastico: quante volte non ci siamo dovuti urtare in costui, illuderci dapprima con le sue illusioni, scoprirle tali, illuderci da capo con la speranza, e infine, rinunziare per disperati a prenderlo sul serio! – l’uomo dico, che forma facilmente disegni e propositi e, quando li ha formati, quando li ha vagheggiati a parte a parte, quando ne ha più volte discorso come di cose che stanno per passare nella realtà, li lascia cadere tutti, o, al primo conato di attuazione, se li vede prosaicizzati e diminuiti, e se ne disgusta, e torna a formare altri disegni e propositi, con lo stesso successo o insuccesso che si dica». Poche righe ma efficaci, vero? Ora vorreste anche sapere chi le ha scritte queste righe che sono una delizia. Le ha scritte Benedetto Croce, morto sessanta anni e pochi giorni fa, filosofo abruzzese di Pescasseroli (provincia dell’Aquila), e precisamente questo ritrattino di Silvio Berlusconi è contenuto in Frammenti di etica, redatto nel 1922. Siccome siete lettori attenti, vi starete chiedendo come possa Croce aver scritto di Berlusconi nel 1922 quando Berlusconi è nato nel 1936. Questa è una domanda a cui non abbiamo risposta; però andate avanti e ditelo voi se Croce non sta effettivamente parlando del nostro ex presidente del Consiglio: «Ma l’insuccesso, che presto rende noi scettici sul conto suo, non rende mai scettico esso sul proprio conto; tanto è in lui spontanea e irrefrenabile quella germinazione di disegni e propositi».

Croce si è molto occupato del futuro, parrebbe, e con risultati più brillanti di Nostradamus. Dopo Berlusconi, il berlusconiano: «L’uomo affranto dalle sventure, legato al passato che non torna, inadattabile al presente, inerte innanzi al presente». È un tratteggio che si applica al berlusconiano, ma si applicherebbe benissimo anche a numerosi del Pd, per non dir del Grande Centro. Bene, dopo il berlusconiano, ecco gli antiberlusconiani, sotto vari punti di vista. L’antiberlusconiano/antipolitico di tendenza grillina: «È noto che non vi ha niente di più sciocco e noioso dei discorsi che si fanno, si sono sempre fatti e sempre si faranno col censurare l’andamento delle pubbliche amministrazioni e notare negligenze, oziosità, falsità, imbrogli, ruberie, viltà, per conchiudere che le cose vanno male, e anzi che il mondo peggiora e corre alla rovina». L’antiberlusconiano/antipolitico di tendenza astensionistica: «… moltissimi casi di disinteressamento verso la cosa pubblica (…) che parlano della politica e della guerra come di faccende da lasciare che le maneggino a loro modo i rozzi (…) ed essi invece se ne vogliono stare in una presunta superiorità, sorridendo con disprezzo ai bassi affaccendamenti del cieco volgo».

L’accolta dei tecnici
C’è poi parecchio, negli scritti di Croce (tutto contenuto in Etica e politica, edito da Adelphi), a proposito degli antiberlusconiani/antipolitici di tendenza anticasta/manipulitista/travaglista eccetera. Primo punto, molto importante: «Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’onestà nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gl’imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello d’una sorta d’areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese» (la franchezza dei termini e dell’esposizione è tutta crociana, noi non siamo che microfoni, ndr). Punto secondo, gli antiberlusconiani di quest’ultima tendenza, che invocano l’espulsione degli indagati dal Parlamento e dalle liste elettorali, o che per esempio fiammeggiano d’indignazione se lo Stato tratta con la mafia, non riescono a comprendere che «la politica segua legge sua propria, diversa dalla legge morale» o meglio «che l’azione politica non sia altro che azione guidata dal senso dell’utile, indirizzata a un fine di utilità, e che per sé non possa qualificarsi né morale né immorale» (però anche i cinici provetti di formazione crociana, nonostante non chiedano l’impunità, qualche volta dimenticano che effettivamente «nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo»; piuttosto «tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia», e cioè l’attuale classe politica – facendo di tutta l’erba un fascio – sarà anche disonesta, ma il grave è che non è niente abile).

Quando la politica fallisce (più per inabilità che per disonestà), ecco farsi avanti la leggendaria società civile, le liste civiche di chi semplicemente ama il paese e per il paese vuole spendersi. Così descrive Croce l’attuale passione del centro, diciamo così, montezemoliano ma anche del Movimento Cinque Stelle: «Entrerebbero in quel consesso (l’areopago degli onest’uomini, ndr) chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia per altro la politica propriamente detta».

Quello che talvolta ne scaturisce è Mario Monti: «La risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica». (Al nostro amico Croce, il tempo non diede modo di andare oltre la teoria: «Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo»).

La mimesi del volgo
Croce descrive bene ciò che sta bollendo in quella pentola: «Il senso comune o pensiero volgare nutre gran malumore contro i partiti». In particolare in momenti come questi, difficili, in cui si sta con l’acqua alla gola e dunque «perché, a qual pro dividersi? Se ci si divide in questioni di pubblico interesse, segno è che vi si introducono interessi personali: altrimenti si sarebbe tutti d’accordo». Ecco indispensabile il «gran partito unico (…) partito che non avrebbe poi altro difetto se non di non essere né partito né politico». Alcuni di voi ora saranno pronti a dire: ecco a che servirebbe uno come Pier Ferdinando Casini! A dare la sostanza politica, la ciccia, quella dose di cinismo un po’ immorale. Mah, intanto c’è da vedere se Casini ne avrebbe la statura. E poi, dovendo ancora scegliere fra destra, sinistra, centro, sopra o sotto, vi proponiamo il Casini di Croce: «Ed ecco il perplesso o pauroso, che, a ogni azione da compiere, si trova la mente popolata dai fantasmi delle possibili conseguenze dannose della sua azione, e vorrebbe prendere l’assicurazione contro tutte esse; e, poiché quelle possibilità sono infinite, trascorre di paura in paura, e non si risolve a operare».

Quando la politica è così debole e sfrantumata, non soltanto si ricorre all’areopago degli onesti come antidoto all’antipolitica, ma all’antipolitica stessa i politici cedono, e la nutrono sperando di scamparne: «Gli uomini politici, impotenti a mutare rapidamente lo stato d’animo del volgo, sono portati ad accettarlo e ad approvarlo nelle parole e a negarlo negli atti, procurando di coprir la contraddizione con sofismi, con lustre e con espedienti oratorii di varia forma». Ecco, ipotizzate che si stia parlando di costi della politica. «E accade anche altro di più curioso: che gli stessi uomini politici, non possedendo la superiore virtù di dialettizzare e mediare e armonizzare concetti (…) siano assai spesso (…) partecipi delle idee del volgo, per quanto vi contrastino nel fatto». Fra questi ci sono senz’altro quelli che tutto è successo a loro insaputa: i rimborsi stratosferici, le ruberie indefesse, le crapule d’ostrica, le case pagate da altri. Il campione della categoria è Claudio Scajola. Così lo dipinge Croce: «Di sincerità e di buona fede si fa abuso così che da coloro che vogliono scusare i propri errori e sottrarsi al meritato rossore e alla dovuta riparazione». Se l’obiezione è che a Scajola nessuno crede, è un’obiezione da poco. Infatti, anche ammesso che Scajola dica la verità, «sembra che vi siano errori di buona fede, errori nei quali nessuna colpa, neppur lieve si potrebbe rintracciare. Senonché questi, che si chiamano errori, non sono poi errori, ma limiti». Una teoria di filosofia politica così ben riassunta in un motto popolare romano: “O ce sei o ce fai”.

Questioni insolubili
Bene. E adesso? Adesso che non ci siamo risparmiati nessuno? Ci sono un paio di osservazioni ancora, piuttosto interessanti. Una riguarda tutti noi, come ragioniamo, e male: «Che cosa deve fare il mondo? Che cosa deve fare l’Italia?». La domanda quotidiana è messa «in una forma astrattamente bensì discettabile ma praticamente insolubile, perché che cosa deve fare e farà il mondo, lo sa e saprà esso mondo e non io, e che cosa deve fare e farà l’Italia, lo sa e saprà essa Italia e non io. La forma giusta è invece: che cosa debbo fare io?» (sì, è vero, poi l’ha detto anche John Fitzgerald Kennedy). L’ultima è una considerazione un po’ amara che Croce riprende da Giambattista Vico: «I popoli malamente civili e corrotti non sono riformabili». E allora? Siamo senza scampo? Ci vorrebbe un filosofo della politica, per rispondere. Qui basta sottolineare che malamente civile e corrotta non è mai soltanto la politica, questa casta o quella, i poteri forti, i grandi vecchi, ma piuttosto i popoli, nel loro insieme, senza innocenti. Se non sanno neanche questo, non solo non si riformano, ma non si rifondano.

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