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Penev e Petrov: i miracolati della panchina della Bulgaria che stasera affronta l’Italia

settembre 6, 2013 Emmanuele Michela

L’allenatore della Nazionale e il suo assistente hanno storie particolari. Passati attraverso la malattia, sono riusciti a trovare la forza per ricominciare

Quella volta a Usa ’94 Lubo Penev non c’era. Il giorno in cui le ambizioni della Bulgaria più forte di sempre crollarono sotto le reti di Baggio nella semifinale dei mondiali statunitensi, l’attaccante del Valencia era rimasto a casa, sebbene avrebbe potuto essere tranquillamente là davanti a fianco di Hristo Stoichkov. Ecco perché la partita di stasera contro l’Italia ha un valore in più per lui, che più di 10 anni fa si è ritirato dal calcio giocato per cominciare ad allenare, arrivando in fretta sulla panchina della sua Nazionale.

«LA CHEMIO MI SVUOTAVA». Quarantasette anni, una carriera girovaga tra il campionato di casa e la Liga spagnola, un buon bottino di gol messi a segno più o meno ovunque, specie all’Atletico Madrid dove lo ricordano ancora per il ruolo da protagonista nell’accoppiata Campionato-Coppa di Lega del ’96. Come detto però, Penev il Mondiale americano lo aveva guardato in tv: pochi mesi prima di partire per gli Usa, i medici li diagnosticarono un tumore ai testicoli, quando era in forza al Valencia. La sua carriera subì un drastico stop, e tra cure e ricoveri rimase fermo praticamente un anno: «È stata una lotta che all’inizio mi sembrava impari. La chemioterapia mi svuotava, vedevo la vita scivolare via, ma non mi sono arreso». Dopo il ritorno in campo, è riuscito pure a riconquistare la Nazionale: il suo ct Bonev lo voleva per la spedizione di Francia ’98, ultima avventura Mondiale cui la Bulgaria sia riuscita a intraprendere.

LA LEUCEMIA DI PETROV. Chi invece una Coppa del Mondo non è mai riuscita a vederla è Stilijan Petrov, sebbene l’ex centrocampista di Celtic e Aston Villa sia il giocatore bulgaro che più volte ha vestito la maglia della sua Nazionale. Un anno fa ha smesso anche lui di giocare a calcio: a metterlo al tappeto la leucemia. Si sentiva affaticato alla fine di ogni match, fiato corto e gambe molli. Andò a farsi vedere e gli dissero che doveva farsi curare: «Che cosa ho fatto dopo il responso? Mi sono aggrappato alla famiglia. Il desiderio di continuare ad allevare i miei figli si è tramutato in uno stimolo prezioso e forse ha contribuito nel buon esito del trapianto di midollo».
Trentatré anni, 7 con la maglia dei Villans di Birmingham, prima ancora quattro titoli nel campionato scozzese: svaniva la carriera di un leader, anche in Nazionale. Penev, il suo ct, ha dovuto rinunciare a lui per l’undici da mandare in campo, ma non ha voluto fare a meno della sua esperienza, e lo ha chiamato a fargli da assistente in Nazionale.

MINUTO 19. Appare poco in televisione Petrov: il viso scavato dalle fatiche, cappellino da baseball a coprire la testa calva per la chemioterapia, in poco tempo sembra aver perso 10 anni di vita. Ma le sue condizioni in un anno sono migliorate, e sebbene non possa ancora giocare a pallone, al calcio non rinuncia del tutto. Aiuta in Nazionale Penev, miracolato come lui, anche se il suo lavoro è rimasto all’Aston Villa, dove fa l’assistente di Gordon Cowans, allenatore delle giovanili. E dove da marzo 2012, quando scoprì la leucemia, tutto il Villa Park gli ha reso onore ad ogni match: era abitudine che al minuto 19, numero della sua maglia, tutto lo stadio si alzasse e lo applaudisse. Un gesto sempre sentito e apprezzato da Petrov. Che però lo scorso agosto ha detto di non volerlo più: «Dobbiamo andare avanti».
Sta guarendo, vuole essere guardato come sportivo normale: «È stato un grande segno da parte dei tifosi dell’Aston Villa, ha significato tantissimo per me e per la mia famiglia, in un momento così duro da superare. Mi hanno mostrato un grande amore e rispetto e porterò tutto ciò nel mio cuore per sempre. Ma occorre andare avanti».

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