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Paura 3D, pochi brividi per il Saw all’italiana

giugno 19, 2012 Simone Fortunato

Horror all’italiana con più difetti che meriti. Al timone di questa operazione segnata da tanta cinefilia nostalgica (parecchi gli omaggi a Dario Argento ma anche a registi italiani meno noti attivi nell’ambito horror) sono la coppia di registi romani Antonio e Marco Manetti, una carriera divisa tra la televisione e il cinema. Appartengono a loro […]

Horror all’italiana con più difetti che meriti. Al timone di questa operazione segnata da tanta cinefilia nostalgica (parecchi gli omaggi a Dario Argento ma anche a registi italiani meno noti attivi nell’ambito horror) sono la coppia di registi romani Antonio e Marco Manetti, una carriera divisa tra la televisione e il cinema. Appartengono a loro altre operazioni curiose come il thriller claustrofobico Piano 17 e soprattutto L’arrivo di Wang, tentativo di fare sci-fi all’italiana a basso costo interessante ma troppo carente sul piano degli effetti speciali e del cast, inefficace. Con Paura 3D i Manetti bros, come amano farsi chiamare, realizzano un film dignitoso dal punto di vista della confezione. L’utilizzo del 3D è molto invadente, richiama parecchio gli effetti vistosi del primo horror uscito in 3D sul mercato italiano, San Valentino di sangue, ed è tutto giocato sul piano dello spettacolo. Anche l’uso degli attori, di solito il punto debole nei film dei due fratelli, è più efficace del solito: Peppe Servillo, nei panni di un laido marchese, funziona e anche i tre ragazzi protagonisti, tra cui si riconosce il Domenico Diele di ACAB, hanno le facce giuste per il ruolo.

Quello che funziona meno è sul piano della narrazione, della regia e delle idee: i Manetti, sin dalla sequenza di apertura in soggettiva, citano e saccheggiano a piene mani dai film più noti di Argento, ripreso sia a livello tematico (le pulsioni voyeuristiche dei personaggi, la presenza di uno spiccato elemento morboso) sia a livello tecnico (l’utilizzo ampio della soggettiva, la colonna sonora che ammicca alle sonorità dei Goblin). Peccato però, che come l’ultimo Argento, sul piano tecnico i Manetti facciano un po’ più fatica: la gestione della suspense avviene in modo elementare e, complice un montaggio non perfetto, la tensione è sempre smorzata. La sequenza che mette sullo stesso piano le complicazioni alla macchina occorse al marchese e l’ingresso nella villa degli orrori dei tre ragazzi è ovvia e non ha i tempi giusti, così come anche sul piano degli effetti, curati dal veterano Sergio Stivaletti, si poteva osare di più. Inoltre, sul piano delle idee, si naviga su fondali sin troppo conosciuti: la casa degli orrori è vista e stravista almeno per quanto riguarda il pubblico appassionato di horror, così come la sequenza dedicata alla tortura di alcuni personaggi sa troppo di un Saw provinciale per convincere. Non mancano le scene di dubbio gusto: la depilazione pubica che subisce la povera Francesca Cuttica è insistita, volgare e gratuita e inutilmente amplificata dal 3D. Rimane qualcosa di buono nelle atmosfere malsane, vuote che rimandano davvero alla grande stagione dell’horror all’italiana. Ma è troppo poco: ai Manetti la passione cinefila non manca certamente. A mancare, oltre a un budget decente, è proprio il talento. Senza andare troppo lontano: Shadow di Zampaglione e At The End of the Day di Cosimo Alemà, pur condividendo con il film dei Manetti un budget risicatissimo, erano prodotti di ben altro spessore e ben altra regia.

 

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1 Commenti

  1. Diego scrive:

    Vabbè, gli ha dato fastidio il pube della Cuttica…
    Invece è un bellissimo film, da vedere, ben costruito tra la prima parte quasi iperrealistica nelle periferie romane e la seconda parte dove si scatena un gore un po’ inatteso…
    Divertene e a tratti provocatorio. E naturalmente la provocazione è l’anima stessa del cinema,gratuita o meno (tanto stringi stringi la differenza è solo in un giudizio moralistico), direi quasi che la provocazione è la ragion d’essere del cinema. Se ci da fastidio restiamocene a casa a guardare le fiction TV.

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