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Parigi e la luce di cui abbiamo bisogno

novembre 23, 2015 Gianteo Bordero

Mi è capitato, in questi giorni dopo gli attentati, di ascoltare e riascoltare il Requiem di Mozart, uno dei grandi capolavori della musica sacra occidentale

La scena finale della Passione di Cristo di Mel Gibson pone dinanzi ai nostri occhi la luce della risurrezione che entra nel sepolcro. Nei nostri tempi difficili e terribili, in cui l’odio sembra dominare la scena, in cui il male sembra non di rado avere l’ultima parola, in cui il mondo stesso sembra essere un grande sepolcro che racchiude in sé un carico indicibile di morte e di violenza, quanto abbiamo bisogno della luce del Signore! La luce della vita e soprattutto, come ci ricorda mons. Negri nel suo intervento pubblicato su Tempi, la luce della fede, perché «per un cattolico la fede vale più della vita».

Noi – si ripete spesso – amiamo la vita. Ma per amare la vita bisogna aver fede in essa. E aver fede nella vita significa abbracciarla nella sua integrità e integralità, non recidendo quelle radici e quei rimandi che essa contiene. Non mettendo tra parentesi, cioè, le radici della creazione, dell’alba misteriosa del nostro essere, del pensiero di Dio su di noi che diventa corpo e anima, e i rimandi continui a questa dimensione trascendente che sta dentro il nostro essere creature e che si esprime come ragione e come coscienza, come ricerca del vero, del bello e del buono, del significato del tutto, come anelito verso la pienezza del rapporto con l’Eterno. Per questo – tra l’altro – cantare Imagine per le vittime degli attentati di Parigi è una gigantesca truffa: negare a chi muore la speranza irriducibile del Paradiso («Imagine there’s no heaven») significa aggiungere la beffa al danno. È il trionfo del nichilismo cinico e baro, lo stesso nichilismo che ha portato e porta l’Europa a censurare di fronte a se stessa, di fronte all’islam e di fronte al mondo, le sue radici spirituali e la sua storia, il suo cammino, la sua identità, la sua missione.

Mi è capitato, in questi giorni dopo gli attentati di Parigi, di ascoltare e riascoltare il Requiem di Mozart, uno dei grandi capolavori della musica sacra occidentale. Quella musica che, come ha detto Benedetto XVI ricevendo la scorsa estate il dottorato honoris causa dalla Pontificia Università “Giovanni Paolo II” di Cracovia e dall’Accademia di Musica della stessa città, è uno dei simboli eminenti della nostra cultura: «In nessun altro ambito culturale c’è una musica di grandezza pari a quella nata nell’ambito della fede cristiana». Ebbene, è quella musica e sono quelle parole del Requiem mozartiano, col loro carico di umana drammaticità e di fede, che riescono ad esprimere ciò che tante analisi sentite negli ultimi giorno non riescono ad esprimere: solo la luce di Dio, di cui il lume della ragione umana è ontologicamente un riflesso, può rischiarare il buio e le tenebre del mondo; solo il Suo giudizio può dare l’ultima parola sulla vita e sulla storia; solo il Suo amore, fattosi carne e sangue in Gesù Cristo nato, morto e risorto per la nostra salvezza, può vincere il male e la morte. Tutto questo è ben riassunto nella preghiera dell’Eterno Riposo, che apre l’opera di Mozart e che la tradizione cristiana ci consegna non come cupa orazione, ma come sintesi speranzosa sulla vicenda degli uomini: eternità, luce e pace.

«Il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia, capaci in un attimo di sconvolgere la vita di un popolo», disse Giovanni Paolo II dopo i fatti dell’11 settembre 2001 (parole ricordate anche da mons. Negri nel suo intervento). È infine per colmare questo abisso che abbiamo bisogno, tremendamente bisogno, della luce di Dio, del Suo giudizio, del Suo amore. Per illuminare tutti quei sepolcri che, altrimenti, sarebbero destinati a rimanere al buio per sempre, inghiottiti nel gorgo del male.


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2 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI says:

    Non ho letto, per ora.
    Mamma mia che bella foto!!! Le tenebre e la luce!
    Chi vincerà?
    La luce vincerà!
    Ma, intanto, il grano e la zizzania devono crescere insieme….”Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.” (Matteo 13,24-30).

  2. Aragorn says:

    Oggi ciò che riporta l’articolo è drammaticamente vero;è solo per il Risorto-che ho riscoperto nella compagnia di persone in un modo”virile”-che possiamo reiniziare nonnostante i limiti di mè e di ciò chè la realtà-nella Sua immensa libertà e Misericordia-fà accadere.Come ho ricordato a degli amici:si vive per una
    irrequieta curiosità per non perdere l’aproccio con il Mistero.

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