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Papa Francesco visto da vicino. Un uomo stupito di incontrare Qualcuno che lo sta aspettando

dicembre 8, 2013 Giuseppe Brienza

Intervista a monsignor Mariano Fazio, autore del bestseller “Con Papa Francesco. Le chiavi del suo pensiero”. La famiglia, la formazione e i capisaldi della sua spiritualità

Monsignor Mariano Fazio, attualmente vicario dell’Opus Dei per l’Argentina, nel suo ultimo libro Con Papa Francesco. Le chiavi del suo pensiero (Edizioni Ares, Milano 2013, pp. 112), recentemente uscito anche in portoghese, francese ed inglese oltre che nell’edizione originaria in lingua spagnola (un vero best seller), propone alcune originali “piste di interpretazione” del magistero del Papa, non solo con riferimento a suoi testi da arcivescovo di Buenos Aires, ma anche con la testimonianza della frequentazione personale da lui avuta con Bergoglio a partire dal 2000. Rivolgiamo alcune domande al sacerdote argentino a proposito della personalità e dello stile pastorale del Pontefice.

Cosa intendeva dire il Papa quando, nel biglietto di ringraziamento dopo aver ricevuto il libro, le ha scritto: «In questo momento le acque [della Chiesa] sono mosse»?
Si tratta di una frase contenuta all’inizio della lettera che mi ha scritto papa Francesco a seguito dell’edizione spagnola del volume, pubblicata nel luglio scorso (in parte) dal settimanale Credere. Quando il Papa dice che le acque son mosse, si riferisce all’impatto apostolico che ha avuto in Argentina la sua elezione. Quindi fa un riferimento molto puntuale ad una circostanza congiunturale.

Quali sono i capisaldi della spiritualità del Papa?
Innanzitutto la centralità dell’unione con Cristo e il primato della preghiera e, quindi, la missionarietà che ne consegue per ogni cristiano, chiamato a uscire verso le “periferie esistenziali”. Il motivo principale che spinse Bergoglio a scegliere il noviziato gesuita, infatti, nel quale entrò nel marzo 1958, fu proprio l’accento posto dalla Compagnia di Gesù sulla missione apostolica. Manifestò quindi subito ai suoi superiori il desiderio di essere inviato in Giappone, ma la sua richiesta fu rifiutata dal “generale” dei gesuiti a causa delle sue condizioni di salute. Altro caposaldo della spiritualità del Papa è l’affidamento costante alla misericordia di Dio, anche perché per lui è importante il valore delle devozioni. Infine, la passione per il dialogo che cerca convergenze sulla base della pratica della carità sociale e sulla memoria dei beni che Dio ha donato all’umanità, a ogni popolo, a ciascuna persona.

Ci può parlare della lettera pastorale riportata in appendice al libro?
Certo, è una lunga lettera scritta dal cardinal Bergoglio ai sacerdoti della sua diocesi di Buenos Aires il 29 luglio 2007 che, rivolta al clero ed ai consacrati dell’arcidiocesi argentina, contiene un insegnamento applicabile a tutti i cristiani. Cominciando dai sacerdoti, tanto è vero che una copia è stata consegnata a tutto il clero della diocesi di Roma che, nel settembre scorso, a sei mesi esatti dalla consacrazione del Papa anche come vescovo di Roma, sono intervenuti all’incontro da lui voluto nella sua “cattedra episcopale” di San Giovanni al Laterano, per dialogare con lui per oltre due ore. La principale “dottrina” che, secondo il mio parere, è racchiusa nella lettera pastorale può essere riassunta nella domanda che, all’inizio, l’allora arcivescovo di Buenos Aires rivolge ai suoi sacerdoti: «Preghiamo abbastanza? Preghiamo come si deve?».

Ulteriori spunti interessanti del libro sono quando si accenna alla famiglia d’origine del Papa, cominciando dalla madre di Bergoglio, Regina Maria Sivori (1915-1981), originaria della provincia di Genova. Cosa può dirci al proposito?
La vocazione di papa Francesco nasce in un focolare di tradizioni cristiane, provenienti dal Piemonte nella linea paterna e dalla Liguria in quella materna, portate dall’Italia a Buenos Aires negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Italiana è stata la letteratura su cui si formò – in un’intervista ha dichiarato di aver letto quattro volte I Promessi Sposi – e respira italianità da tutti i pori. La madre, la giovane Regina Maria, nel 1935, si sposò con il suo compaesano José Mario Bergoglio Vasallo che, per lavoro, la condusse appunto con sé nella capitale argentina. Qui José Mario trovò lavoro come impiegato nelle ferrovie dello Stato, mentre la madre di Bergoglio decise di dedicarsi esclusivamente alla cura della casa e della famiglia, composta di ben cinque figli, fra i quali appunto Jorge Mario, è il maggiore. In seno alla famiglia il futuro Papa apprese anche il gusto per la cultura, basti pensare che la madre faceva ascoltare ai figli il programma di opera lirica trasmesso dalla Radio Nacional, spiegando le trame e avvertendoli quando si arrivava alle scene più importanti.

Sarebbe importante far conoscere la figura e le virtù umane e cristiane della madre del Papa?
Penso di sì, perché la sua vita ed il frutto dell’amore educativo che ci ha donato dimostrano tutta la fecondità di una “straordinaria ordinarietà” di vita vissuta all’interno del focolare domestico. Regina Maria Sivori, infatti, dopo aver partorito l’ultima figlia María Elena, rimase paralitica, accettando cristianamente la Croce della sua infermità. Come ha detto lo stesso Pontefice nel corso dell’Udienza ai partecipanti del seminario del Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del XXV anniversario della Lettera Apostolica Mulieris Digninatem (1988) di papa Giovanni Paolo II, spiegando la vocazione e la missione delle madri nel nostro tempo: «Dio affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano, alla donna».

Nel libro si descrivono anche le motivazioni e gli aneddoti personali che hanno portato alla scelta del motto papale, Miserando atque eligendo, può parlarcene?
Il significato del motto papale non è evidente come quelli, ad esempio, scelti da Benedetto XVI – Cooperatori nella Verità – o Giovanni Paolo II – Totus tuus-. La frase è presa da un’omelia di san Beda il Venerabile, dedicata alla vocazione di Matteo che, prima di divenire apostolo, si dedicava all’esazione delle imposte, vale a dire era un collaborazionista del potere imperiale invasore ed era quindi un peccatore agli occhi degli ebrei. San Beda si sofferma con insistenza sull’elogio della misericordia divina e sulla “fiducia nella salvezza” che i peccatori devono nutrire. Compreso quel Matteo seduto al banco delle imposte che Gesù «Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore». Ed è qualcosa di applicabile a tutte le anime: il Signore ci ha scelti da prima della costituzione del mondo per essere santi e ci ha scelti conoscendo il “materiale” di cui siamo fatti. 

Cosa ha che fare San Matteo con la vocazione del Santo Padre?
Nel caso della vocazione sacerdotale di Jorge Mario Bergoglio la frase tratta dall’omelia su San Matteo ha acquistato un significato speciale. La festa di questo apostolo si celebra, come sappiamo, il 21 settembre, giorno nel quale la liturgia delle ore riporta l’omelia di San Beda sul Miserando atque eligendo. Proprio un 21 settembre di tanti anni fa, in Argentina, ricorreva la Giornata dello Studente. Il giovane Bergoglio scoprì la sua vocazione di donazione totale al Signore dopo essersi recato nella sua parrocchia – la chiesa di San José de Flores, tra le più antiche di Buenos Aires – e decise di confessarsi. Gli successe, come ha testimoniato lui stesso, «una cosa strana durante quella confessione», che gli cambiò la vita. Il Papa ha anche ricordato in un suo scritto che, in quella circostanza, si è «lasciato sorprendere con la guardia bassa». Fece la sorpresa, lo stupore di un incontro, accorgendosi che lo stavano aspettando. È questa la vocazione religiosa secondo Bergoglio: lo stupore d’incontrare qualcuno che ti sta aspettando.

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