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Papa Francesco: La speranza non è un generico ottimismo. Ma è l’attesa certa di ciò che sarà, come il parto di un bambino

ottobre 29, 2013 Redazione

Il pontefice ha spiegato che il cristiano spera nella rivelazione non perché è un illuso, ma perché in attesa di «ciò che dà la vita»

Papa Francesco, stamattina nell’omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha parlato della speranza che non è un generico ottimismo, ma «l’ardente aspettativa» della rivelazione di Cristo. Prendendo spunto dalle parole di San Paolo, il pontefice ha spigato che, sebbene la vita e la creazione siano «sottoposte alla caducità», tuttavia il cristiano è certo di Dio. «La speranza non delude, è sicura». Cos’è questa speranza? Non un generico ottimismo, ma «la capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti». Quindi non solo «un atteggiamento positivo davanti alle cose», ma un «rischio».
Dettagliando meglio il suo pensiero papa Francesco ha insistito sul fatto che la speranza è una virtù rischiosa, perché, come dice San Paolo, è “un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione». È una «tensione verso la rivelazione, verso la gioia che riempirà la nostra bocca di sorrisi». È qualcosa di più che l’ottimismo. Infatti i primi cristiani, ha rammentato il Papa, la «dipingevano come un’ancora: la speranza era un’ancora, un’ancora fissa nella riva» dell’Aldilà.

DOVE SIAMO ANCORATI? Quindi papa Francesco ha interrogato i presenti: «Dove siamo ancorati noi, ognuno di noi? Siamo ancorati proprio là nella riva di quell’oceano tanto lontano o siamo ancorati in una laguna artificiale che abbiamo fatto noi, con le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici, non ecclesiali?».
Per capire cosa sia la speranza può essere utile pensare al parto. «Siamo in attesa», come una donna che attende un bambino: «La speranza è in questa dinamica», di «dare vita». «Lo Spirito lavora in noi come se fosse un granello di senape piccolino, ma dentro è pieno di vita, di forza, che va avanti fino a diventare albero».

COME MARIA. «Una cosa – ha concluso – è vivere nella speranza, perché nella speranza siamo salvati e un’altra cosa è vivere come buoni cristiani, non di più. Vivere in attesa della rivelazione o vivere bene con i comandamenti, essere ancorati nella riva di là o parcheggiati nella laguna artificiale. Penso a Maria, una ragazza giovane, quando, dopo che lei ha sentito che era mamma è cambiato il suo atteggiamento e va, aiuta e canta quel cantico di lode. Quando una donna rimane incinta è donna, ma non è mai (solo) donna: è mamma. E la speranza ha qualcosa di questo. Ci cambia l’atteggiamento: siamo noi, ma non siamo noi; siamo noi, cercando là, ancorati là».

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