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Padre Pio e ele stigmate di un “santo” scaricatore

maggio 12, 1999 Frangi & Stolfi

Senza ombrello, sotto il temporale 17

Stigmate: la parola in tempi lontani indicava il segno impresso sugli schiavi che avevano tentato di fuggire. Cioè il livello zero della dignità umana. Per questo san Paolo usò quella parola per qualificare le sofferenze patite da Cristo: calpestato, torturato, tradito, in tutto simile a quei poveri schiavi, ultimi tra tutti gli schiavi. Poi stigmate, dal greco “puntura”, nella tradizione cattolica è venuto sinteticamente a indicare le piaghe di subite da Cristo con la crocifissione, alle mani, ai piedi e al costato. Le stigmate sono state evocate, naturalmente nei giorni scorsi, per la beatificazione di padre Pio, stimmatizzato come San Francesco. Ma il motivo per cui qui si parla di stigmate è un altro. E molto sorprendente: un libro, pubblicato da un editore insospettabile (Einaudi) e da due autori altrettanto insospettabili (Lorenzo Mattotti e Claudio Piersanti). Il libro ha una sua eccezionalità intanto perché è una storia illustrata, disegnata con un segno magistrale e nervoso da Mattotti. Si racconta la storia di un erede di quegli schiavi – ultimo che più ultimo non si può – che nella carne porta, senza sapere perché, il segno delle stigmate. “È assurdo. Se fosse un monaco, un santo potrei dire che si tratta di stigmate… Ma lui… L’hai guardato bene?”, sentenzia un dottore che per primo cerca di spiegare le piaghe comparse sul quel corpo. “Quarantun anni, forte bevitore, occupato solo saltuariamente, non evidenzia una spiccata sintomatologia psichiatrica, tanto che si ribella quando si parla di stigmate”, scrive sulla sua cartella clinica. E poi: “Secondo il paziente le ferite sono apparse all’improvviso sanguinando copiosamente. Attualmente non si notano perdite ematiche ma le ferite non hanno un’evoluzione normale”. La gente cerca da lui il miracolo, ma la sua vita invece continua in caduta libera. Arriva in un manicomio, dove l’unica persona che prende a cuore il suo destino è una suorina, suor Anna. All’inizio il rapporto è difficile. Poi poco alla volta la piccola suora riesce a familiarizzare. Alla fine gli mette in mano una vita di Gesù, nella quale lui “il santo”, riesce a stabilire un parallelo con quanto gli era accaduto. Su quella strada guarisce. Atto conclusivo: la storia in realtà è un flash back. Il “santo” è uno scaricatore e, a giornata finita, sta raccontando la sua vicenda ai compagni di lavoro. Ha ancora le mani fasciate. È sereno. Non teme più la normalità. Chiusa l’ultima pagina, ci accorgiamo di aver letto un apologo della grazia.

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