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Storia di un “folle di Dio”. Padre Christopher, l’unico cattolico nel deserto etiope: «Dove c’è un sacerdote, c’è la Chiesa»

marzo 5, 2014 Emanuele Boffi

L’avventurosa storia di un missionario che è stato vent’anni con Madre Teresa, nel bronx newyorkese, nelle Repubblica Dominicana. E oggi in una zona pericolosa dove ci sono solo predoni, deserto, «e io, con l’Eucarestia»

hartley-ethiopiaChiunque conosca un prete missionario, sa che di solito si tratta di persone un po’ folli. Dicono cose strane, si comportano in maniera bizzarra, prendono scelte apparentemente incomprensibili. Da questo punto di vista, padre Christopher Hartley Sartorius è indubbiamente un “folle di Dio”. Ieri l’agenzia Fides ha pubblicato qualche sua frase, accennando la storia particolare di questo sacerdote spagnolo che è l’unico prete cattolico che abbia mai raggiunto Ogaden, una regione somala dell’Etiopia, dove vive da 7 anni, solo, in un paese chiamato Gode, circondato da musulmani.

NON C’ERA MAI STATO UN CRISTIANO. Su padre Christopher sono stati scritti alcuni libri, ma rare sono le testimonianze in italiano. Oggi 55enne, è stato nel Bronx di New Tork, a Calcutta con Madre Teresa, nelle comunità rurali della Repubblica Dominicana e, dal 2008, a Gode. E converrà partire dal fondo della sua vicenda, cioè da come sia potuto capitare in questa periferia del mondo, per capire con che razza di personaggio si abbia a che fare. «Nel mese di febbraio 2007 – ha spiegato – stavo partecipando ad un incontro delle Missionarie della Carità di Addis Abeba e mi ero proposto di andare in qualsiasi luogo della terra dove le suore non avessero ancora una casa perché mancava il sacerdote». Così padre Christopher, animato da questo semplice proposito, dispiegò una cartina «dove erano segnate 16 case delle suore di Madre Teresa con 100 suore». Fu allora che s’accorse «che in tutta la parte orientale del Paese, centinaia di migliaia di chilometri quadrati, non c’era assolutamente nulla. Le suore mi spiegarono che in quella regione, al confine con la Somalia, non c’era mai stata alcuna presenza della Chiesa cattolica né tantomeno le missionarie del loro ordine».
Una zona inospitale, dove passavano solo i cammelli. E occorre davvero essere un po’ matti per avere il pensiero che ebbe padre Christopher: «Rimasi a riflettere e a ripetermi: “La Chiesa non è mai arrivata nella regione somala dell’Etiopia?”. Mi avvicinai alla mappa e vidi che in questo immenso deserto, insieme al confine con la Somalia, c’era scritto un nome in lettere maiuscole, pensai quindi fosse la città più grande e popolata, Gode, vicina ad un fiume, il Wabi Shebele, che dalla Somalia sfocia nell’Oceano Indiano».

hartley-massSENZA SACERDOTE NON C’E’ CHIESA. Il punto all’altro capo del mondo cui giunse padre Christopher fu descritto dall’arcivescovo di Addis Abeba, Berhaneyesus Souraphiel, come «molto pericoloso». Quasi un avvertimento, insomma. Là, nemmeno gli etiopi cristiani si spingevano. Ma questo non fermò il sacerdote. «Ora – racconta – mi trovo qui, da solo, in attesa che arrivino le suore di Madre Teresa. Quasi ogni giorno celebro la Messa da solo o con al massimo 3 o 4 fedeli. Sono certo che il Signore mi ha voluto qui perché sono sacerdote e senza sacerdote non c’è Eucaristia e dove questa c’è, hai anche la Chiesa. Sono in comunione con il vescovo del gigantesco vicariato apostolico di Harar, monsignor Woldetensay, al quale appartiene la regione, anche se siamo separati da oltre mille chilometri di sabbia e il sacerdote cattolico più vicino a questa missione si trova a 700 chilometri di distanza».

VOGLIO DEDICARE LA MIA VITA A QUESTO. Ma chi è padre Christopher? La sua storia è davvero particolare. Nato a Londra nel 1959 da padre inglese e madre spagnola, si trasferì nella penisola iberica in tenera età. Il padre anglicano lasciò che Christopher ereditasse dalla madre l’educazione cattolica. A 15 anni entrò in seminario a Toledo e a 23 fu ordinato sacerdote. Sentite come lui stesso ha raccontato al sito cattolico “Focolare della Madre” la sua decisione di diventare missionario: «Nel Natale del 1976 mio padre mi regalò un libro che si chiamava Madre Teresa. La sua gente, il suo lavoro. Allora avevo 17 anni e da due anni ero in seminario. Nel sedermi sotto l’albero di Natale e nell’aprire il regalo, nel vedere il libro e le foto, ebbi una sensazione, un sentimento e mi dissi interiormente: “Io voglio dedicare tutta la mai vita a questo”. Credo che in quell’istante, quel 25 dicembre, si definì per sempre la mia vocazione missionaria. Ebbi la certezza che quello sarebbe stato il disegno, la partitura che Dio aveva scritto per me».

4525584w-640x640x80IL BIGLIETTO DI MADRE TERESA. Nell’agosto del 1977 conobbe Madre Teresa di Calcutta con cui ha collaborato per vent’anni e di cui, ancora oggi, conserva un biglietto su cui è scritto: “Ama i poveri e sii santo, sii un santo sacerdote”. Da lei, il missionario anglo-spagnolo ha imparato a vedere il volto del Risorto negli sguardi degli ultimi. Oggi dice di avere «la certezza della presenza reale di Gesù Cristo nei più poveri e nei più bisognosi. L’incontro con Madre Teresa mi mise di fronte alla presenza reale di Gesù Cristo nel mondo, in modo tale che mi aiutò a scoprire che i poveri sono la ragione d’essere della mia vita e del mio sacerdozio, così come ella non avrebbe potuto concepire la sua vita senza i poveri, come un monaco non può concepire la sua vita senza le pareti della sua cella. Madre Teresa mi aiutò a guardare con occhi contemplativi, a scoprire il volto e la presenza del Signore crocifisso in ognuno dei poveri, a scoprire nel mondo del dolore la Passione continua del Signore finché Egli verrà nella Sua Gloria. E questo mi aiutò a definire in modo più specifico la mia vocazione missionaria e dentro la vocazione missionaria il desiderio di stare sempre assieme ai più poveri dei poveri».

CR55ASDSAShartleyCOSA VINCE LA PAURA DI MORIRE. Da trent’anni padre Christopher è fedele alla sua vocazione che è quella di «evangelizzazione dove non si è mai evangelizzato». Questo, spiega, «è il compito che finora la Chiesa mi ha affidato e nel quale sono impegnato da quasi trent’anni». Perché se oggi è nell’Africa sperduta e prima è stato a stretto contatto con la Santa di Calcutta, nel mezzo di questi due avvenimenti questo sacerdote giramondo è riuscito ad essere anche fra i miseri del ricco mondo occidentale. È stato sui monti di Toledo, poi a New York, nel Bronx, «su richiesta di Madre Teresa, per 8 anni di seguito, lavorando con le sue suore tra i più poveri dei poveri di quella città». Quindi a Santiago, poi a Roma a studiare, dove ha preso la Laurea e il Dottorato in Teologia presso l’Università Gregoriana, di nuovo a New York, come parroco dell’antica cattedrale di San Patrizio, e quindi nella Repubblica Dominicana, per altri dieci anni, fino al 2006. Un periodo, quest’ultimo, non facile, come lui stesso ha raccontato: «Fui minacciato di morte. Mi hanno puntato addosso un fucile, sono passato attraverso molti pericoli, ho passato molti momenti di grandissima difficoltà. Negli ultimi due anni nella Repubblica Dominicana dovetti andare scortato da un militare per la mia sicurezza personale, mandato dal governo. Questo mi aiutò molto a scoprire che una cosa sono le belle parole che diciamo e che predichiamo, quello del buon pastore che dà la vita per le pecore, ma che quando veramente si sa se uno è disposto a dare la vita è quando la tua vita è in pericolo di morte, quando hai avuto paura. Scoprii che la paura non la vince il coraggio, che la paura la vince solo l’amore, e quando mi resi conto quanto amavo queste persone con cui lavoravo, lì sì compresi che avevo vinto la paura, ma solamente per l’amore che Dio infonde e per la grazia che dà, per poter esser disposto a donarsi per loro».

UNA VITA DI AMICIZIA E PREGHIERA. A chi oggi gli chieda da dove tragga questa impensabile energia per affrontare le difficoltà, gli spostamenti, il suo girovagare perpetuo, padre Christopher risponde così: «La vita di un sacerdote è una vita di amicizia e di unione sponsale con Gesù Cristo. Questo è la verginità consacrata e il celibato sacerdotale. Sappiamo che l’indivisibile del cuore appartiene a Gesù Cristo e che, come dice san Paolo, ormai non viviamo per noi, ma per Lui, che per noi morì e resuscitò, cioè che la vita appartiene a Lui, che è una vita data, una vita donata. La preghiera, come la relazione personale con Gesù Cristo, è ciò che rende capace di rimanere sulla pista, di rimanere sull’aratro, di proseguire remando al largo, la preghiera come incontro di innamorati, la preghiera come sposalizio. Nei Vespri del Comune dei Pastori, il responsorio breve spagnolo dice: “Questi è colui che ama i suoi fratelli, colui che prega molto per il suo popolo”. È nella preghiera dove uno scopre che pregare è amare, che chi prega ama e chi ama prega e che chi non prega ha ormai smesso di amare. Questa capacità di amare che infonde Gesù Cristo nella preghiera, nella preghiera personale, nella preghiera liturgica, nei diversi modi di manifestazione della preghiera, ma che in definitiva significano stare con Lui, guardarLo, come dice santa Teresa, questo è ciò che sostiene un’esistenza che di per sé è incomprensibile».

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