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Padoan e Calenda, due tecnici a contendersi la scena

aprile 30, 2017 Alan Patarga

Tra tanti ministri politici che sbiadiscono in un esecutivo a cavallo tra il Renzi bis senza Renzi e il governo del presidente, sono loro i frontmen del gabinetto Gentiloni

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Di uno si dice che studia da “riserva della Repubblica”. Dell’altro che, se volesse, potrebbe diventare il Macron italiano. Chiedete loro conferma di queste voci e i due, puntuali, smentiranno. Rispettati, (mal) sopportati, ogni tanto contestati. Eppure, tra tanti ministri politici che sbiadiscono in un esecutivo a cavallo tra il Renzi bis senza Renzi e il governo del presidente, sono loro – i tecnici – i frontmen del gabinetto Gentiloni. Che poi, anche chiamarli tecnici sarebbe improprio.

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia con precedenti al Fondo monetario e all’Ocse che giustificano l’etichettatura, possiede in realtà un pedigree tutto politico: a 25 anni già contestava su Critica marxista, la rivista del Pci «la logica keynesiana (cioè borghese)», salvo sposarla poco dopo nella rilettura dell’economista polacco Kalecki. Peccati di gioventù? Sì e no. Padoan, cresciuto all’ombra del Pci e consigliere dei governi D’Alema e Amato 2, continua – dicono in via XX Settembre – a giocare una partita politica sotto mentite spoglie. Sta attento a non uscire dal perimetro del suo ministero, che però – malignano i detrattori – «è il perimetro dell’universo-mondo».

Segue, come un po’ tutti i ministri del Tesoro, la logica del bastone e della carota, da un lato la tenuta dei conti, dall’altro i conti in Aula per non affossare il governo di cui fa parte. Così, mentre snocciola numeri e invoca sacrifici (l’ultimo, prontamente rimangiato, un proditorio aumento dell’Iva che avrebbe portato in cambio il taglio del cuneo fiscale, come dire i soldi messi in tasca ai lavoratori con una mano e tolti con l’altra), rassicura sul «debito in crescita, ma sotto controllo», e illustrando “manovrina” e Def fa sapere che nonostante i tempi bui ci sono i soldi per gli 80 euro, per il turnover negli enti locali e per il rinnovo contrattuale degli statali. Misteri della finanza pubblica. Renzi, che del governo resta comunque il dominus in attesa di riprendersi (spera lui) il ruolo dopo il voto, lo stima e se ne serve, perché a Bruxelles e non solo è utile mandare qualcuno che ai negoziati non abbia bisogno dell’interprete, che sia conosciuto nei circoli che contano e che tutto sommato riesca sempre a restare nel suo pur ampio recinto.

Passioni antiche e recenti
Non si può dire lo stesso di Carlo Calenda. Lui ai recinti è poco avvezzo. Sarà la verve da enfant prodige del cinema: figlio d’arte di Cristina Comencini, interpretò il ruolo di Enrico Bottini, lo scolaro-narratore del libro Cuore, nell’omonimo sceneggiato diretto dal nonno Luigi per la Rai. Correva l’anno 1984. Prova d’artista rimasta senza replica. Però il gusto del palcoscenico dev’essere ancora lì: a dicembre, primo tra i ministri del governo Renzi, concede un’intervista e sentenzia, perentorio, che il voto anticipato è una pazzia. Fermi un attimo, per immaginare la faccia di Renzi che legge.

Dicono che tra i due, che pure professano stima reciproca, sia finita proprio quel giorno. Calenda, sostiene chi gli sta vicino, in un modo o nell’altro gioca una propria partita politica. Paradosso nel paradosso, perché a differenza di Padoan che ha importanti trascorsi di partito o quasi, il ministro dello Sviluppo si è formato nelle società finanziarie, per poi transitare in Ferrari e in Confindustria, sotto l’ala di Montezemolo. La politica è passione recente, ma forte. Candidato montiano, ambasciatore per breve tempo a Bruxelles, poi uomo della Provvidenza del dopo Guidi. Da quando si è smarcato da Renzi, che lo aveva voluto al governo, i renziani non smettono di attaccarlo.

Un Macron tricolore?
Dal ddl concorrenza all’estensione (affossata) dell’iper ammortamento al 2018, fino alla cosiddetta “norma anti scorrerie” è un fuoco di fila che sposta di volta in volta i renziani a sinistra, su posizioni sempre più ex pidiessine, lasciando il ministro al centro. Fiorisce letteratura. Retroscena giornalistici, si dice dettati dal Giglio magico, lo vorrebbero candidato berlusconiano alle politiche. Lui nega. Una cosa è sicura: più lo attaccano, più gli danno visibilità. Qualche mese fa pochi lo conoscevano, ora il numero uno del Mise è nella rosa degli esponenti più conosciuti del governo Gentiloni.

Qualcuno azzarda il parallelo con Macron, passato in meno di due anni da sconosciuto tecnico del governo Valls a candidato centrista con le maggiori chance di fermare il vento no euro di Marine Le Pen. A Calenda, dicono i bene informati, Macron non piace. Ma il brodo di coltura è quello: l’europeismo, che in Italia non coltiva più nessuno, e un certo lascito del montismo politico che potrebbe tornare utile, se alle prossime elezioni un pareggiotto dovesse imporre un nuovo Nazareno.

Foto Ansa

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