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Ostellino: «I giornalisti non fanno il proprio mestiere e si accontentano dell’antipolitica»

dicembre 7, 2011 Luigi Amicone

«Mario Monti è una persona per bene. Canaglia è questo sistema che ha rovesciato lo Stato di diritto». Intervista a Piero Ostellino, che parla del suo giornale, dei colleghi, di Montanelli e di un paese che non riesce a essere liberale. Pubblichiamo l’intervista apparsa sul numero 48/2011 di Tempi

Dice di sé che non si colloca «né a destra, né a sinistra, Piero Ostellino è un altrove». E come per l’amato Von Hayek la sua personale cartina tornasole è associata all’idea della primazia del libero individuo («o persona, come lo chiamate voi cattolici»), che in contrasto fece esclamare al cittadino Franz Kafka: «Le catene dei popoli sono fatte con le carte della burocrazia!». Erano gli inizi del Novecento. Passava un corteo operaio nella Praga tra le due guerre. Succedeva prima che la città dell’autore del Processo cadesse nell’ibernazione totalitaria. Piero stava allora venendo al mondo sul più brutto (1935), a Venezia, da famiglia torinese, «rinascendo poi all’ironia, libero da una certa avarizia piemontese, grazie ai cinque anni trascorsi a Napoli». Oggi, divenuto da diversi lustri milanese d’adozione, il cittadino Piero potrebbe ben identificarsi nel destino del grande praghese. «Sono una fine o un principio». In effetti, di liberali puri e duri come lui, elzevirista principe, già corrispondente da Mosca e Pechino (1973-1980) e già direttore (1984-1987) del Corriere della Sera, se ne trovano in circolazione in Italia tanti quanti i famosi panda dello zoo di Pechino. 

Saranno in estinzione, i liberali? O saranno il futuro di questo strano paese? Nessuno può dirlo. Ma in effetti ci vorrebbe una rivoluzione culturale per capire che certe parole – tipo diritti, welfare, eguaglianza – sono l’ipocrisia dietro la quale si è celata una truffa sistematica, colossale, compiuta dallo Stato ai danni del cittadino. Per esempio? «Per esempio, le rette coprono soltanto il 15 per cento del costo di esercizio delle università. Il resto è spalmato sulle spalle dei contribuenti. Ciò significa che i poveri pagano anche per i ricchi. Sostituisca “università” con scuola, servizi, sanità e tutto il resto che si autobattezza come “pubblico” e che ha prodotto il buco nero del nostro debito: chi porta sulle spalle il fallimento del partito della spesa pubblica? I più ricchi? No, i più poveri». Dunque, ci vorrebbe un capovolgimento della società italiana in senso liberale. «E invece siamo a una imposizione fiscale sulle persone che arriva a superare il 50 per cento del reddito, quella sulle imprese il 60-65. Ma quale ripresa economica si può immaginare con questi livelli di tassazione e una sinistra che incita alle patrimoniali?». 

Due anni fa Ostellino diede alle stampe un volumetto il cui titolo era già la sintesi del panorama nazionale visto da un panda di via Solferino: Stato canaglia. E adesso che in cima allo Stato c’è il governo dei competenti? «Conosco Mario Monti da quarant’anni e so che è persona perbene». Però lei non canta l’alleluja, come mai? «Il mio amico Giuliano Ferrara è sceso sul piede di guerra, io no. Ciò detto, perché dovrei cantar messa a un governo octroyé dal capo dello Stato-monarca? Non difendo Berlusconi, non l’ho votato, non lo voterei. Difendo le procedure democratiche. In quale democrazia si è mai visto che un governo si dimettesse il giorno dopo aver ottenuto la fiducia del parlamento?». Sic transit gloria Monti.

Dal moralismo solo guai
C’è una signorilità antica e spartachista nel profilo di questo irrudicibile liberale, i cui numi tutelari frequentano pensatori come Hume, Locke, Friedman. Questo signore all’anglais, che abita a cento passi dal Corriere e che ti intrattiene davanti a una pila di saggi da cui spiccano il rosso del The Economist Concise Diary e il nero dell’Uccidere il tiranno di John Milton. «Lei sa, in fondo, non ho fatto altro che studiare e cercare di imparare dalla realtà». Un’ora di conversazione con Ostellino equivale a una full immersion nella memoria viva della storia, luogo non delle tipologie umane fissate una volta per tutte, ma delle possibilità della libertà che continua a camminare sulle gambe degli uomini. «In una democrazia liberale – dove l’accento va sull’attributo piuttosto che sul sostantivo – l’esercizio della politica e di ogni altra attività umana è dominato dal realismo. È la famosa legge di Hume. Non è ragionevole passare dal piano dell’essere al piano del dovere essere. I guai cominciano proprio quando partendo da premesse descrittive si pretende di raggiungere conclusioni prescrittive. A cominciare dalla Costituzione italiana, siamo imbevuti di moralismo e prescrizioni senza realtà. È l’origine di tutti i nostri guai». 

La travolgente lezione ostelliniana che ti inchioda al banco dello studentello che non ha mai sentito in nessuna scuola, università, ordine professionale, la storia raccontata in principio di realtà invece che di aspirazioni, si deve necessariamente dare qui a spizzichi e bocconi. Per esempio: «Mica vero che, come dice Max Weber, è il protestantesimo lo spirito del capitalismo e che perciò l’Italia avrebbe dovuto avere la Riforma per sfuggire al suo arretramento: il capitalismo l’ha inventato il cattolicesimo quando i comuni italiani crearono banche, commerci e poco mancò che inventassero pure le carte di credito». L’età dell’oro italiana? «Intorno al 1300». E qualcosa ci dice che per l’adagio corrivo trattasi di epoca ancora rubricata alla voce «oscuro Medioevo». Quanto ai 150 anni dell’Unità d’Italia, «sono un cavouriano convinto e i fatti mi danno ragione: fino al 1876, grazie alla destra storica erede di Cavour, riuscimmo nella difficile operazione, in un’Europa irreggimentata dall’ideologia autoritaria napoleonica, di combinare le libertà con l’elemento nazionale. Dopo due anni di governo della sinistra, già nel 1878, l’Italia registra il suo primo deficit di bilancio». Liberale integrale, non si fa scrupolo di segnare il confine tra lui e il suo maestro Bobbio: «Già nel 1958, nella raccolta Politica e cultura, troverà un saggio in cui Bobbio tenta di conciliare liberalismo e sovietismo. Un affare un po’ complicato. Il suo interlocutore era allora Rodrigo de Castiglia, alias Palmiro Togliatti. È da qui, oltre che da un certo antifascismo, che nasce l’equivoco dell’azionismo torinese. Il mio antidoto fu il giusnaturalista Passerin d’Entrèves, l’altro maestro che ebbi in quel di Torino». 

La Super Mario mania
La vicenda biografica di Ostellino è di per sé uno squarcio di storia delle élite italiana. «Mio padre è dirigente Fiat e mi vorrebbe ingegnere. Trascorro due anni al Politecnico facendo nulla, non me ne poteva fregare di meno». In compenso nella Torino anni Cinquanta il giovane Piero frequenta una scuola di vita sui generis. «C’erano allora in città due bordelli che prendevano il nome dalla via in cui erano situati. C’era quello di Calandra Brutto e quello di Calandra Bello. La natura estetica dei due era qualificata dalle possibilità economiche del consumatore. Io ero di buona famiglia ma mia madre non mi concedeva quanto occorreva alla bisogna. E comunque, per due anni, invece di frequentare il Politecnico, tutte le mattine io andavo al bordello bello. Non consumavo, chiacchieravo. Per me erano come delle zie e da loro imparai i primi rudimenti del vivere». Fu così che dopo un biennio di bighellonaggio, Piero si iscrive a Scienze politiche e si laurea a tempo di record. Raccomandato da Valletta, amministratore Fiat, alla Stampa di Torino, quotidiano di proprietà Fiat, Ostellino racconta come in un sogno l’impiego mancato dopo che il vicedirettore gli aveva assicurato che il contratto era già firmato, mancava solo una piccola formalità. Bisognava presentarsi al direttore. «Appuntamento nel suo ufficio a mezzanotte, mi raccomando, giacca abbottonata e sorridi quando lui sorride, benvenuto, sei assegnato agli esteri». Dopo di che, il rintocco della mezzanotte coglie Ostellino in una stanza completamente buia e lui, Giulio De Benedetti, il Direttore per antonomasia, illuminato nella sua tenuta completamente bianca dalla fioca luce della lampada sulla scrivania. Il mattino dopo lo raggiunge la telefonata del vice: «Incredibile, il direttore dice che sei troppo intelligente per fare il giornalista».

A proposito di giornalismo, saltabeccando dai primi anni Sessanta all’oggi, Ostellino dice la sua in materia di «vuoto della democrazia in questo paese, un vuoto legittimato e incoraggiato innanzitutto dai giornali, i quali sono passati da un elogio all’altro del governo Monti prima ancora che esso abbia fatto qualcosa. Adesso che Monti farà qualcosa che consisterà nel mettere le mani nelle tasche dei cittadini, i cittadini hanno una qualche difesa di fronte a decisioni che sono autocratiche? Ce l’avrebbero se il Parlamento fosse messo nelle condizioni di discuterne. Ma il Parlamento è nelle condizioni di discuterne quando i giornali sono già pronti a criticarlo se solo solleva dubbi sull’operato del governo?». 

Sentenze che gridano vendetta
Sa, tutti i giornali sono genuflessi davanti al governo tecnico e sono uniti nel nome dell’antipolitica. «Sì, lo so, anche il mio, però ogni tanto pubblica anche i miei articoli». E saprà anche che finché sul palcoscenico c’era un certo Cavaliere l’antipolitica serviva a condire l’assedio a Berlusconi. Adesso sembra sia espressa in funzione di vaselina per preparare un terreno di consenso popolare ai provvedimenti “impressionanti” richiesti dal nuovo governo. O è sbagliato leggere sotto questa lente, chessò, Gian Antonio Stella, “Prima i tagli alla politica, poi i sacrifici dei cittadini”? «No, ha perfettamente ragione. È un imbroglio. I giornalisti imbrogliano gli italiani. Dovrebbero porsi interrogativi del tipo: “Perché dobbiamo fare dei sacrifici? Quali sono i sacrifici che dobbiamo fare?”, non giustificare i sacrifici in sé in cambio della cancellazione dei vitalizi dei politici. Ma pensiamo davvero di risolvere il problema del debito con l’azzeramento dei vitalizi? È una stronzata pazzesca, senza senso. Ora, questa antipolitica, questa idea della “Casta”, ha due ragioni. Una, diciamo così, molto mercantile: ci si fanno dei soldi, si fanno libri che vendono, e quindi è un’operazione di mercato come un’altra. Ma c’è un’altra ragione: la demagogia populista. Che è un modo per imbrogliare il cittadino e non parlare dei suoi problemi. Insomma, in questo paese si sono invertiti i termini dello Stato di diritto. In uno Stato di diritto la giustizia ha la funzione di garantire il cittadino contro i soprusi della pubblica amministrazione; da noi invece la giustizia addirittura anticipa quei soprusi, o li legittima successivamente: certe sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale gridano vendetta al cielo. Noi non viviamo in uno Stato di diritto e nemmeno nella condizione della certezza del diritto. Per esempio, il provvedimento di sospensione della perequazione delle pensioni secondo i costi della vita vìola un patto già siglato tra lo Stato e i cittadini. Ma in Italia si può fare, perché una sentenza della Corte costituzionale dice che il bilancio dello Stato deve prevalere sui diritti patrimoniali soggettivi. Dopo di che, lo Stato entra nei tuoi conti correnti e ti porta via dei soldi come il ladro che ti entra in casa e ti porta via i gioielli. Non solo: decide la tracciabilità delle spese per contanti e ti vieta prelievi in banca oltre una certa cifra. Ma siamo oltre la polizia fiscale. Siamo alla violazione sistematica della nostra privatezza. In Italia abbiamo già la Stasi. Ci tracciano e ci intercettano a strascico non perché c’è un fumus criminis ma perché buttando una rete non si sa mai che prima o poi ci caschi dentro un pesciolino di reato. Noi stiamo lentamente, ma inesorabilmente, scivolando nel sistema di socialismo reale che ho conosciuto nei miei cinque anni di corrispondente del Corriere della Sera da Mosca e poi nei due anni passati a Pechino».

Dai comitati d’affari a Berlinguer
Come si rimette in moto un paese vessato sia sul piano delle libertà economiche, sia su quello delle libertà individuali? Anche qui sovviene la storia. Spiega Ostellino che dopo il 1876 si insedia al governo dell’Italia unita, in pratica, «un comitato d’affari». «Siamo al tempo delle occupazioni delle fabbriche. Il senatore Agnelli, fondatore della Fiat, va da Giolitti e chiede un intervento del governo per liberare gli stabilimenti. Giolitti dice: “Va bene, piazzerò sulle colline batterie di cannoni e sparerò sulla Fiat”. Naturalmente Agnelli disapprova. “Allora mi dica lei, senatore, come li faccio uscire gli operai dalla sua Fiat?”. È un aneddoto che spiega bene perché alla domanda “come faccio a farli uscire?” fu tentata una risposta un secolo dopo, con il coinvolgimento nel governo liberale di socialisti e cattolici. E guarda caso il Corriere di Luigi Albertini fu contrario. Fu ferocemente antigiolittiano. Non solo. Albertini fu interventista, cioè iniettò nel corpo sociale italiano il germe del nazionalismo. E così facendo creò le premesse anche culturali della propria morte. Opponendosi all’unico compromesso (il famoso triplice “connubio” giolittiano tra liberali, cattolici e socialisti che riecheggiava il connubio cavouriano fatto per saldare il paese) egli portò l’Italia alla guerra e poi al fascismo. Giolitti tentò di riunire le masse popolari, ma ebbe contro la borghesia italiana incarnata dal Corriere di Albertini. Il quale ci fece entrare in guerra e diresse le operazioni sul Carso. Col risultato che abbiamo perso sul Carso tutta la giovane borghesia liberale, la classe dirigente. Rimasero gli arditi che poi marciarono su Roma».

Venuti al Corriere della Sera, si riaffaccia il dato biografico di Ostellino. Che, bocciato per eccesso di intelligenza dalla Stampa, per un bel settennato si occupò di cultura liberale in capo a un istituto voluto e finanziato dall’imprenditore Fulvio Guerrini. «Furono anni stupendi, giravo il mondo, conobbi tutte le più importanti menti del liberalismo, da Hayek a Dahrendorf, e studiai, non feci altro che studiare». Poi, a metà degli anni Sessanta arriva alla direzione del Corriere il futuro senatore repubblicano e presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Nel 1970 Ostellino viene chiamato a Milano e poi, nel 1973, succeduto Piero Ottone a Spadolini alla guida del quotidiano, Ostellino viene spedito cinque anni a Mosca e poi dal nuovo direttore Di Bella per altri due a Pechino, dove per la prima volta un giornale italiano apre un ufficio di corrispondenza. «A Mosca mi invento questa cosa: invece di fare il sovietologo, faccio il cronista, racconto la vita quotidiana nel socialismo reale, dalla scuola alla fabbrica, dalle code per il pane alle vetrine vuote. Ho un successo inaspettato». Nel 1981 alla direzione sale Alberto Cavallari. «A dire il vero il nome dell’editore era Alberto Ronchey, ma il Partito comunista si oppose e minacciò di sfasciare il giornale». Fu così che mentre Eugenio Scalfari faceva la famosa intervista a Enrico Berlinguer, con la scusa della “questione morale” Berlinguer entrò con lo scarpone chiodato in cima al Corriere e ne innervò le redazioni di giornalisti militanti. «Cavallari mi chiamò e disse: fai quello che vuoi, chiedimi di inviarti in capo al mondo, ma sappi che non scriverai più una sola riga sul comunismo. E così, andò».

La telefonata di De Mita
Passano tre anni e il Corriere è a un passo dal fallimento. È a questo punto che Ostellino incontra il banchiere cattolico Giovanni Bazoli, che è nella cordata di salvataggio della testata. «Il nuovo Cda costituito di tecnici mi nomina direttore. Duro tre anni. Nel 1987 ricevo una telefonata da Ciriaco De Mita». Nel 1987 De Mita è il politico italiano più potente d’Italia, segretario Dc e premier alleato con la Repubblica di Scalfari. Non c’è un ente o boiardo di Stato che sfugga al controllo incrociato del demitismo scalfariano. Domanda delle cento pistole: è per questo che, nonostante l’Irpinia-gate, De Mita e la sinistra Dc non furono nemmeno sfiorati dalle inchieste di Tangentopoli? «Adesso io non voglio stabilire un nesso tra quella telefonata e il mio defenestramento. Sta di fatto che De Mita mi dice: “Chiederò la tua testa all’editore”. Ed eccomi qua, sono 44 anni che scrivo per il Corriere».

E Ostellino è sicuro che oggi il Corriere della Sera non rischi di riattraversare fasi ed errori come quelli dell’era Albertini piuttosto che Cavallari? «Il Corriere rischia sempre e per una ragione molto semplice: il Corriere non è il cronista della storia d’Italia, il Corriere è la storia d’Italia. Se il paese è fascista il Corriere è fascista. Se il paese è democristiano il Corriere è democristiano. Se il paese è vagamente liberale come lo è stato rarissime volte (con il boom economico e Einaudi presidente), il Corriere è anche un pochino liberale. E non è un caso che il suo giornalista più reputato sia stato questo. Montanelli è stato fascista, antifascista, monarchico, repubblicano, liberale, cattolico, socialista, comunista… è stato qualunque cosa, a seconda di come girava il vento. E qui subentra una mia differente concezione di giornalismo. Per Montanelli il giornalista bravo non è mai cinque minuti indietro o avanti rispetto al paese in cui vive. Ragion per cui lui fu tutto. Io invece sono dell’opinione di Orwell: la libertà di stampa consiste nel fatto di dire al lettore quello che il lettore non vuole sentirsi dire».

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