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Ostaggi

marzo 6, 2012 Stefano Vecchia

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i “marò” fermati a Kochi per l’uccisione di due indiani, erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così i nostri militari si sono ritrovati al centro di un probabile errore giudiziario trasformato in arma politica da un’opposizione in cerca di rilancio. L’articolo uscito sul numero 09/2012 di Tempi

L’incidente della nave-cisterna italiana Enrica Lexie, con l’uccisione di due incolpevoli cittadini indiani colpiti – secondo le accuse – da uomini del Battaglione San Marco di scorta durante la navigazione al largo delle coste dello stato meridionale del Kerala, ha rischiato di mettere in rotta di collisione le diplomazie italiana e indiana, con importanti conseguenze. Davanti a versioni contrastanti dei fatti, polizia e autorità indiane stanno ancora cercando di fare luce sulla dinamica di quanto è accaduto nel pomeriggio di mercoledì 15 febbraio a 33 miglia nautiche dalla costa, con piena visibilità. Ma anche probabilmente con l’etere attraversato dalla notizia del tentato arrembaggio, avvenuto nelle stesse ore e nelle stesse acque, a un mercantile greco con caratteristiche simili a quelle della nave italiana. Che potrebbe essere il vero protagonista del tragico incidente, come sostengono diverse testimonianze.

Secondo la ricostruzione dei militari a bordo della nave italiana, una scorta di sei uomini prevista dai recenti provvedimenti antipirateria, un’imbarcazione si sarebbe avvicinata con intenzioni «palesemente ostili» non rispondendo ai segnali di avvertimento. A questo punto i “marò” avrebbero seguito le regole d’ingaggio sparando tre scariche, due in aria e una in acqua, che avrebbero convinto l’imbarcazione ad allontanarsi «apparentemente senza conseguenze per quanti erano a bordo». Diversa la versione fornita dall’equipaggio del peschereccio coinvolto. Per i sette superstiti, che al momento dell’incidente erano in maggioranza sottocoperta, dalla nave italiana – o da una nave con simili caratteristiche, hanno sottolineato – sarebbero stati esplosi senza preavviso numerosi colpi che avrebbero colpito i due compagni che erano sul ponte. L’Enrica Lexie è stata scortata nel porto di Kochi – una manovra attuata pare volontariamente dal capitano ma criticata dalla nostra Marina.

A seguire in permanenza l’evoluzione degli eventi si sono precipitati a Kochi il console generale di Mumbai Giampaolo Cutillo e l’addetto militare dell’ambasciata di Nuova Delhi, contrammiraglio Franco Favre, ma anche il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, almeno fino a martedì scorso quando le stesso ministro Terzi di Sant’Agata è atterrato a Delhi, prima tappa di un viaggio in Asia. La diplomazia italiana ha subito giocato la carta dell’extraterritorialità, negando la validità di iniziative legali basate sulla volontà indiana di applicare le leggi locali anche a un tratto di mare che secondo il diritto internazionale non è parte integrante del territorio indiano, ma ricade sotto la fattispecie di “zona di interesse esclusivo”.
Ancora, due esperti dei carabinieri (i maggiori del Cis Paolo Fratini e Luca Flebus) insieme al console Cutillo e a rappresentanti della Difesa del nostro paese erano presenti alla perquisizione che sabato 25 ha visto impegnati per 14 ore gli investigatori indiani a bordo della nave italiana ancorata al terminale petrolifero di Kochi. Il risultato dell’azione – quattro scatoloni di materiale tra cui armi (2 mitragliatrici, 6 fucili, 18 pistole) e 6 giubbotti anti-proiettile – è stato trasferito al laboratorio di medicina legale di Thiruvananthapuram (Trivandrum), capitale del Kerala. Dai riscontri effettuati dagli inquirenti indiani sulla nostra nave, una petroliera-cargo di cui è società armatrice la Fratelli D’Amato con sede a Napoli, sarebbero stati 24 i colpi partiti dalle armi d’ordinanza dei nostri militari.

Tre inchieste anche in Italia
Una vicenda complessa anche sul piano giudiziario e delle indagini, con tre diversi procedimenti in corso solo in Italia (uno aperto dal ministero degli Esteri, uno dalla procura di Roma e uno dalla procura militare) e la difficoltà di far capire agli indiani la divisione delle competenze tra le diverse procure. Intanto i magistrati di Roma cui è stato affidato il fascicolo di indagine hanno contestato ai nostri graduati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò in stato di fermo a Kochi, il reato di omicidio volontario. «Un atto dovuto», si sottolinea negli ambienti giudiziari, come risultato dei fatti indicati nell’informativa inviata il 24 febbraio scorso dalla Farnesina al ministero di Grazia e Giustizia. Un’ipotesi di reato diversa, quindi, da quella in un primo tempo indicata, ovvero tentato abbordaggio da parte di pirati. Un provvedimento che è il risultato dello stretto contatto tra inquirenti e personale diplomatico al momento in India, oltre che dell’arrivo in procura delle prime risultanze dell’attività svolta dagli inviati del ministero degli Esteri.
I due fucilieri di Marina italiani sono dal 19 febbraio “ospiti” della foresteria della polizia di Kochi (una misura che ha evitato l’arresto) e in buone condizioni psico-fisiche. La proroga di una settimana del provvedimento cautelare nei loro confronti, decisa dal tribunale di Kollam, scade il 1° marzo e la sorte dei due marò dipende dalle risultanze delle perquisizione dell’Enrica Lexie – oltre che dall’intensa ma discreta attività diplomatica.

Crisi sfiorata, dunque, e forse disinnescata. Forse. Ma il caso è diventato un’occasione per l’India di rivendicare il proprio peso e orgoglio, a maggior ragione verso una nazione che buona parte degli indiani giudica con simpatia e rispetto, ma che per le forze di opposizione politica è stata soprattutto culla e trampolino di Sonia Maino-Gandhi, presidente del partito di maggioranza, da molti anni cittadina indiana senza avere mai dimostrato particolari slanci verso il proprio paese e la fede del suo battesimo, ma considerata pretestuosamente dagli avversari come “l’italiana” e “la cattolica”. A questo si aggiungono le pretese e le mancanze, a volte le velleità del grande paese asiatico. La settantina di guardacoste che pattugliano le sue acque faticano a controllare traffici e pirateria, e in un certo senso – come dimostra questa vicenda – anche a tutelare i propri cittadini. Non a caso Nuova Delhi ha più volte chiesto un maggiore e più incisivo impegno internazionale contro la pirateria. Lo sviluppo economico e la crescente dipendenza da importazioni energetiche e non solo, rendono tuttavia l’India fragile e preoccupata nella gestione delle rotte commerciali e nella tutela della propria sovranità, al livello dei paesi di antica industrializzazione e benessere.

Le pressioni degli estremisti
Va anche aggiunto, però, che nessuno potrebbe sospettare il nostro paese di avere intenzionalmente creato un “caso” sulla pelle di due sfortunati pescatori o i nostri marò di avere assassinato a sangue freddo cittadini di un paese amico. Ciononostante il gioco politico ha subito preso il sopravvento: l’opposizione ha colto l’occasione per calare la carta del “nemico italiano” e continuare su un nuovo fronte la sua lotta contro il partito del Congresso, che ha la responsabilità di governo e alla testa Sonia Gandhi, e gli alleati della Gandhi a Trivandrum, cercando di rafforzare la propria fragile compagine. Paradosso vuole infatti che al potere in Kerala sia lo stesso Congresso, che alla guida del Fronte democratico unito (in cui è confluito in larga parte il voto dei cristiani) ha vinto, seppure di stretta misura, le elezioni dello scorso anno contro il Fronte della sinistra. Fortunatamente le manifestazioni ostili dei primi giorni, i proclami accompagnati da atti giudiziari dei leader locali si sono presto acquietati e nessuno ha cercato di alimentare il fuoco delle tensioni e delle passioni. Nemmeno le organizzazioni dei pescatori, che avevano assediato la nave nelle prime ore successive all’attracco a Kochi, chiedendo giustizia per i due loro membri uccisi, entrambi responsabili di famiglie poverissime.

Tra le pieghe della vicenda della Enrica Lexie e la sorte dei militari italiani accusati d’omicidio si gioca, forse inevitabilmente, anche il confronto con il nazionalismo e le pressioni dei movimenti di ispirazione religiosa estremisti e xenofobi. Il Kerala è lo Stato indiano con la maggiore concentrazione di cattolici (appartiene religiosamente alla Chiesa di Roma oltre il 20 per cento dei suoi 32 milioni di abitanti) ed è il cuore della comunità di rito siro-malabarico, da cui proviene anche il nuovo cardinale George Alencherry. I cristiani locali hanno chiesto giustizia, anche attraverso manifestazioni di piazza, per i confratelli di fede morti il 15 febbraio, i loro pastori hanno chiamato alla calma e al rispetto della legge.

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