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Osservatore Romano: «Siria, la violenza si fermi». Il mondo ascolti le parole di papa Francesco

agosto 28, 2013 Redazione

Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, ricorda, tramite il quotidiano del Vaticano, le parole del Pontefice all’Angelus.

Articolo tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano. Firmate l’appello contro l’intervento militare in Siria 

Damasco, 28. Nelle ore drammatiche che vedono moltiplicarsi i segnali di un possibile attacco militare in Siria — si parla di tre giorni di bombardamenti missilistici su siti militari a partire da domani — da parte di potenze occidentali e non solo, le voci di pace e persino i richiami al diritto internazionale minacciano di rimanere inascoltati. Eppure proprio in queste ore sarebbe ancora più necessaria una riflessione costruttiva sull’appello lanciato da Papa Francesco all’Angelus di domenica scorsa alla comunità internazionale perché «metta tutto il suo impegno per aiutare la amata Nazione siriana a trovare una soluzione a una guerra che semina distruzione e morte».

In una dichiarazione rilasciata oggi al nostro giornale il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, afferma che «in queste ore di trepidazione si intensifica la preghiera per la situazione in Siria, che si è aggravata nel delicato contesto mediorientale, con ferite aperte in Egitto, Iraq e altre regioni».

«L’ardente appello di Papa Francesco all’Angelus di domenica 25 agosto — continua la dichiarazione — ha portato conforto a tutta la popolazione siriana, come assicurano alla Congregazione per le Chiese orientali i pastori e i fedeli che continuano a invocare il dono della pace. Alle comunità della madrepatria si uniscono i molti orientali sparsi nel mondo nello stesso appello perché la riconciliazione sia più forte del clamore delle armi».

Facendo eco al messaggio inviato in occasione della consacrazione episcopale del nuovo pastore dell’arcieparchia melkita di Bosra e Hauran in Siria, avvenuta il 25 agosto presso Beirut alla presenza del patriarca Gregorio III, la cui sede principale è a Damasco, e dei nunzi apostolici in Libano e in Siria, il cardinale continua affermando: «Preghiamo per la pace in Medio Oriente e nel mondo, chiedendo al Signore Gesù e al Cuore Immacolato di Maria di fortificare la speranza di tutti i fedeli orientali. I nostri cuori si volgono verso la Siria, immersa nella “grande tribolazione”. Che la violenza si fermi: che Dio onnipotente illumini la coscienza dei responsabili e consoli ogni dolore con la nostra carità».

La dichiarazione ricorda altresì che «altri vescovi ordinati per la Siria faticano a raggiungere le loro sedi. I pastori con i loro fedeli sono costretti a continui trasferimenti nel territorio siriano per ovviare ai gravi pericoli purtroppo tanto diffusi e senza volto».

«Con profonda amarezza e immensa tristezza — conclude la dichiarazione — ma insieme con altrettanta speranza, gli orientali cattolici si stringono in preghiera intorno al Papa nella certezza che il Dio della pace e di ogni consolazione mai abbandonerà la terra santificata dagli inizi della redenzione. Il cuore si apre ai cristiani di ogni confessione e a quanti credono nell’unico Dio perché la superiore istanza di pace e di vita per il Medio Oriente prevalga su ogni altro interesse o risentimento di parte. Siano prioritarie su ogni altra ragione per la comunità internazionale la giustizia, la riconciliazione e il rispetto solidale dei diritti personali e sociali, anche religiosi, di tutte indistintamente le componenti della popolazione mediorientale».

Alle voci delle comunità religiose e della società civile che chiedono ai responsabili governativi comportamenti in linea con quanto auspicato dal Papa, si è aggiunta oggi quella di Mairead Maguire, insignita nel 1976 del premio Nobel per la pace per l’impegno in Irlanda del Nord. Secondo Maguire, un intervento di potenze straniere potrebbe portare «alla morte di migliaia di siriani e alla frantumazione della Siria», alla fuga di altri profughi, alla destabilizzazione di tutto il Vicino Oriente, «lasciando l’area in preda alla violenza senza controllo».

Quasi tutte le fonti di stampa danno per certo l’attacco — prospettato con termini come “limitato” o “chirurgico”, come tante volte fatto in casi che si sono poi tradotti in guerre pluriennali — e attribuiscono la stessa incertezza del presidente Barack Obama a valutazioni più di opportunità politica che di merito. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha comunque ribadito ancora ieri che Obama non ha preso alcuna decisione e che, in ogni caso, gli Stati Uniti non si prefiggono come obiettivo quello di intervenire nella guerra civile siriana e di rovesciare il presidente Bashar Al Assad.

Sia Obama sia il primo ministro britannico, David Cameron, sono impegnati in consultazioni con i rispettivi Parlamenti. Il punto cruciale è nelle presunte prove della responsabilità attribuita ad Assad di un attacco con armi chimiche sferrato il 21 agosto. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha parlato lunedì sera di prove fornite da fonti di intelligence, ma ha anche detto che le reazioni si sono basate su immagini diffuse dall’opposizione siriana sui social network.

Sulla stessa linea sono Cameron e il presidente francese, François Hollande — che si è anche detto pronto a fornire più armi ai ribelli siriani — oltre che i Governi di Turchia, Australia e di altri Paesi. Accuse ad Assad ha mosso anche la Lega araba, in un comunicato diffuso ieri al Cairo. Secondo fonti diplomatiche a spingere per questa presa di posizione sono stati Arabia Saudita e Qatar. Nel comunicato si chiede il deferimento dei responsabili davanti alla giustizia internazionale.

Né sembrano scalfire tali certezze i precedenti storici — prove rivelatesi false di armi chimiche in possesso dell’Iraq furono addotte per giustificare l’intervento anglo-statunitense del 2003 — e le considerazioni avanzate da diversi osservatori e da alcuni Governi sulla possibilità di una manipolazione mediatica, oltre che le perplessità su una simile azione da parte del Governo di Damasco. A molti, infatti, sembra difficilmente comprensibile che quest’ultimo, proprio mentre l’esercito conseguiva successi rilevanti e per gran parte degli osservatori ormai decisivi, abbia varcato la “linea rossa” dell’uso di armi chimiche.

In tutto questo, alcuni sembrano ritenere irrilevanti le ispezioni che l’Onu sta conducendo in Siria. Secondo quanto scrive oggi «The Wall Street Journal», già domenica scorsa Susan Rice, il consigliere di Obama per la sicurezza, avrebbe scritto a diversi ambasciatori all’Onu, compresa la statunitense Samantha Power, per sollecitare un ritiro degli ispettori. Il quotidiano pubblica una e-mail attribuita a Rice nella quale si legge che «l’indagine dell’Onu è tardiva e ci dirà quello che già sappiamo, ovvero che le armi chimiche sono state usate. Non ci dirà chi le ha usate».

Il Governo siriano ha sfidato chiunque a fornire prove e ha sottolineato che l’azione dell’Onu è ostacolata nelle aree controllate dai ribelli, compresa quella del presunto attacco del 21 agosto. Il portavoce dell’Onu Farhan Haq ha dichiarato che «se qualche Stato ha informazioni al riguardo deve condividerle con la missione degli ispettori».

Sulle gravi conseguenze di un attacco alla Siria insiste il Governo di Mosca. «Qualsiasi uso della forza militare contro la Siria non farà altro che destabilizzare ulteriormente il Paese e la regione», ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov in una conversazione telefonica con l’inviato in Siria dell’Onu e della Lega araba, Brahimi. I due, secondo il sito del ministero degli Esteri russo, «si sono detti d’accordo sul fatto che in questo momento critico tutte le parti, compresi anche i “giocatori” esterni, devono agire con la massima responsabilità, senza ripetere gli errori del passato».

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