22 Aprile 2008
Silvio non è unfit, eppure non lo sa
Piccola riflessione prima dell’insediamento del governo Berlusconi.
di
Oscar Giannino
Piccola riflessione prima dell’insediamento del governo Berlusconi. D’accordo, i veri problemi sono altri. Ma c’è anche questo, e tanto vale pensarci per tempo. Sto parlando del vasto e profondo pregiudizio che larga parte della stampa estera nutre in maniera arciconvinta, nei confronti del Cavaliere. Per anni e comunque sino a quest’oggi, le strategie messe in campo per migliorare l’immagine estera del premier non sono state coronate da successo: ammetterlo esplicitamente è meglio che nascondersi dietro un dito. Di conseguenza, prima che l’ordinaria amministrazione prenda inevitabilmente la mano a palazzo Chigi, proprio ora che la composizione del governo ancora assorbe tutte le attenzioni dei leader del centrodestra, sarà il caso che si pensi a come fronteggiare questa sfida. Che non è propriamente secondaria, visto che ormai molte politiche in realtà devono obbligatoriamente stare nella cornice europea di Bruxelles e Francoforte.
La regola sia quella dettata da una delle più tenaci e – dietro il velo di un riserbo allora assoluto – spregiudicate consorti presidenziali dell’intera storia americana, Eleanor Roosevelt: nessuno può farvi sentire inferiore senza il vostro consenso. Tradotto significa: per il Cavaliere è meglio uscire dal riflesso condizionato di considerare la grande stampa internazionale avversa alla propria causa come capita da sempre col gruppo Repubblica-Espresso in Italia. Quand’anche i segni dell’accanimento siano manifesti e datino da epoche lontane – vedi l’Economist con le sue scomuniche a ogni turno elettorale – occorre armarsi delle migliori intenzioni, bombardare di attenzioni corrispondenti e inviati, rendersi disponibili sistematicamente a interviste esclusive in teleconferenza e a visite nelle redazioni nei viaggi all’estero, affidare il servizio stampa estera di Palazzo Chigi a un paio di professionisti stranieri, a costo di ricercarli con un regolare annuncio sul Financial Times.
Tra parentesi, analogo sistema va adottato al ministero dell’Economia, visto che l’interfaccia europeo e comunque internazionale delle decisioni di Tremonti su bilancio e tasse è assolutamente centrale. In una fase travagliata dei mercati internazionali, in cui ogni fattore di crisi o sfiducia anche solo speculativa accentua i differenziali di rendimento tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi di pari durata, meglio essere circospetti a costo di riservare alla stampa estera tutti i confetti e i dolcetti che, magari, possono essere economizzati alla stampa italiana iperschierata. Per Tremonti in ogni caso è più facile, perché in tempi di crisi bancarie il paradigma del suo ultimo libro – che da noi ha fatto gridare allo scandalo protezionista più di una voce interessata alle polemiche interne – in realtà raccoglie assai più sostenitori che critici negli ambienti finanziari europei che ogni giorno chiedono massiccio aiuto alle banche centrali. Ma la vera operazione-simpatia deve riguardare Berlusconi. Lui personalmente, il suo stile comunicativo fuori dagli schemi, le scelte che spesso fanno storcere il naso e inarcare le sopracciglia a tutti i nostalgici difensori di un’immagine di statista ingessata e formale. Diceva Antonio Gramsci che uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l’efficienza della vita pubblica del nostro paese, è la mancanza di fantasia drammatica. Berlusconi ne è fin troppo dotato, dopo anni e decenni di piattume. La metta a frutto sulle grandi testate internazionali. Si eviterà testate contro il muro.