24 Febbraio 2010
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Il narcotrafficante salvato dalla sua fame di perdono
Ancora sulla confessione
di
Aldo Trento
Caro padre Aldo, «io ti assolvo dai tuoi peccati». Che bello il tuo ultimo intervento su Tempi! È vero che alla fine – anzi all’inizio! – quello che conta è l’accorgersi che c’è la possibilità, se lo si vuole, di essere continuamente perdonati e di ricominciare sempre in ogni momento. Io però mi accorgo di una resistenza che ho e su cui ti chiedo un aiuto: tante volte nella confessione ho la preoccupazione di dover raccontare tutti i peccati che faccio e se, come spesso mi capita, il confessore mi interrompe per dirmi le sue considerazioni e non mi lascia finire e mi dà l’assoluzione, io dopo mi sento a disagio perché non so se la confessione è stata completa e se il Signore mi ha perdonato anche quello che non ho detto… Mi sembra, tante volte, di sentire questo disagio anche perché è come se io fino in fondo non fossi poi così certa del suo totale perdono. C’è come una diffidenza di fondo che mi lascia sottilmente scettica, come se alla fine ciò che mi lascia tranquilla fosse la certezza che io devo essere più brava nel fare le cose, io devo essere più brava a fare memoria, io devo essere più brava nel non fare i peccati… Cioè, anche nel momento così importante della confessione, entra in gioco prepotentemente la mia pretesa di autonomia, di farmi da sola. Leggendo quello che hai scritto mi rendo conto che la lotta è sempre quella, tra il cedere al riconoscimento che istante per istante sono fatta e il poggiare tutto sulla mia misera capacità, che mi lascia il disagio e l’amaro in bocca. Ti abbraccio.
GiovannaRingrazio Giovanna per l’opportunità che mi dà di parlare ancora della confessione, purtroppo considerata “la cenerentola dei sacramenti”. La maggior parte dei cattolici raramente si confessa. E non mi riferisco solo ai laici, ma anche ai religiosi. Molti parlano di “crisi”, ed è vero. Ciò che spiace è che la causa di questa crisi non è da imputare a nessuno se non a noi sacerdoti, che siamo presi in mille attività ma raramente ci sediamo al confessionale. Ancora di più in questo paese trovare un confessore è difficile come scalare l’Aconcagua. Negli anni in cui ero solo alla missione quanti chilometri dovevo percorrere per trovarne uno, e quanto tempo dovevo aspettare! Nei momenti in cui la fame di perdono aumentava fino a tormentarmi, pensavo al vecchio parroco della mia infanzia. Lo immaginavo lì nella bellissima cappella profumata di fiori, con la sua sottana nera, seduto al confessionale col breviario tra le mani, che aspettava un penitente.
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Inserito da Iurop il 24 Febbraio 2010 - 4:36pm
Grazie Padre Aldo, non mi vergogno di dire che ho pianto nel leggere queste tue parole. Lacrime di commozione e gioia, di gratitudine perché esistono ancora dei santi sacerdoti come te, che non sono preoccupati di sé ma di farci alzare lo sguardo verso la Bellezza, che è misericordia e tenerezza infinite...
Che il Signore ti benedica e susciti sante vocazioni!
Con stima infinita e fraterno affetto.
Mario G.