Martedì 16 Marzo 2010 Quando scende la notte, ad una ad una si accendono le sagome delle finestre. Ciascuna custodendo, dietro tende leggere, intimità di cucine dove sfrigola il sugo sui fornelli; o azzurrini bagliori di schermi di pc naviganti chissà dove
Una delle cose più belle di Milano sono certi cortili. I cortili delle case d’epoca, a Porta Vittoria o al Sempione. Con quei muri abituati alle ombre di lunghi inverni, in cui il sole non arriva a penetrare in fondo agli angoli; e dove, schive, si inerpicano le viti del Canada e le edere. Con quei silenzi – qui il traffico della strada arriva attutito – in cui, volendo, uno che s’affacci a queste finestre potrebbe anche fermarsi a pensare. Con quei rumori familiari che si ripetono uguali, ciascuno alla sua ora del giorno. La scopa di saggina della portinaia che raspa il cemento, al mattino; e i bambini del primo piano che si svegliano e si vestono, incalzati dalla madre che grida: sbrigatevi, come a un piccolo esercito refrattario alla battaglia. Lo spezzarsi delle bottiglie che si frantumano nella campana di vetro, in un fragore aspro di cocci. E, solo certe notti, prima dell’alba, il rollio dei bidoni condotti davanti al portone; spinti da una sagoma scura d’uomo, uno straniero che passa solo per quel suo carico notturno, e che, in faccia, non hai visto mai.
Mi piace dei cortili l’essere il rovescio delle facciate delle nostre compite case borghesi. Qui, sul retro, sventola la biancheria stesa; e le lenzuola, se c’è un po’ di vento, si gonfiano, anche fra queste mura strette, come vele. Mi piacciono gli oggetti lasciati sui balconi, non più utili ma nemmeno ancora abbandonati, come in un limbo. Il vecchio monopattino che resta lì, mentre il bambino è cresciuto.
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