10 Novembre 2009
Il giornalismo non è più gonfiato come una volta
Quando ero un ragazzo di bottega, un giovane giornalista convinto di fare un mestiere del tipo “servire e proteggere” (ah, ah, ah), gonfiavamo i titoli perché gli argomenti non erano mai così eccitanti.
di
Fred Perri
Quando ero un ragazzo di bottega, un giovane giornalista convinto di fare un mestiere del tipo “servire e proteggere” (ah, ah, ah), gonfiavamo i titoli perché gli argomenti non erano mai così eccitanti. Il verbo “attaccare” era usato a sproposito. Erano in pochi quelli che attaccavano qualcuno. Bisognava fare questi titoli esagerati perché il calcio, a parte qualche raro scatto, offriva ben poco. Certi sfoghi erano rubati fingendo un’amicizia che non c’era, una compassione che non esisteva, un po’ come facevano i cronisti di nera di una volta per farsi dare le foto delle ragazzine assassinate.
Guardo Cassano che minaccia i tifosi, vedo Mourinho che strapazza in pubblico i suoi giocatori, ascolto De Laurentiis che licenzia in diretta il suo direttore sportivo. Ormai il microfono glielo devi strappare di mano. Le mamme, le foto delle ragazze uccise ce le hanno già pronte di serie. Tutta questa feroce volontà di apparire mi trova spiazzato.
Ho sempre inseguito gloria, fama e ricchezza, ma a questo prezzo no. Al prezzo di finire ostaggio di una diretta televisiva o di un reality no. Preferisco un sano anonimato. Mollo gloria e fama e, potendo, mi accontento della ricchezza. Il problema è come accumularla. Perché a sparare cazzate un musico fallito, un pio, un teorete, un bertoncelli o un prete ci saranno sempre, ma uno che ti dia un dritta giusta per fare le palanche, manco morto.