05 Novembre 2009
Corradi: C’è un tarlo nascosto nel tempo
I giornalisti e i maestri di pensiero concionano, inveiscono, come e più di prima. Coltivano grandi ambizioni, certi di vivere per sempre. A me invece le case di Brera mi guardano. Come volessero qualcosa. Una ammissione, forse
di
Marina Corradi
Il tempo, è una faccenda che mi impensierisce sempre di più. Intendo lo scorrere del tempo. È come un fiume largo, lento verso la foce; con qui e là tuttavia dei mulinelli in cui l’acqua, da cheta, improvvisamente vortica impazzita. Mi impensierisce il tempo quando cammino per Brera e mi accorgo che quasi ogni pietra, quasi ogni portone è identico a quando io passavo di lì con lo zaino in spalla, andando a scuola. Li sapevo a memoria, quei gradini, quegli anditi, e le prospettive interne dei cortili, dentro; solo che io avevo otto anni, e loro, le case attorno, erano ai miei occhi vecchissime. Risalenti al tempo – remoto, giurassico, incredibile – in cui io non c’ero. Perché istintivamente credevo che il mondo fosse cominciato con me; e mi sbalordiva che ovunque voltassi lo sguardo tutto testimoniasse di vite, amori, guerre di uomini che erano esistiti, benché non ci fossi io a guardarli. Pur stupendomi, però, questo non mi turbava; giacché, più grande – quando all’una sciamavamo fuori dal liceo Parini ridendo, nei nostri sedici anni – era evidente che, qualunque cosa fosse stata prima, ora giovani eravamo noi, e giovani saremmo stati per sempre. (Certe occhiate come di rimprovero delle signore coi capelli bianchi, a quel nostro passare chiassoso).
Poi, un inavvertito accelerare della corrente. Giovane ero, anche quando spingevo i figli in passeggino. Ma già incrociavo gli sguardi di nuovi liceali, che dicevano perentori: i giovani siamo noi. E non so come sia accaduto, ma quelle stesse piazze, e gli ippocastani sui Bastioni, hanno iniziato un giorno a guardarmi in un altro modo. Loro, uguali; e io, nella mia faccia che mi guardava specchiata nelle vetrine, un’altra ormai.
Lentamente mi sono abituata a questa strana sensazione. Il mondo attorno si era capovolto: rimasto intatto, mentre io passavo.
Ma solo ora sto cominciando a fare una scoperta. Stento ancora a crederci, ma ho dovuto realizzare che Brera, e via Moscova, saranno identici quando io sarò scomparsa. Esisteranno trionfalmente, in questa stessa pioggia di ottobre – senza di me. E in una di queste case abiteranno magari i miei pronipoti; che andranno a scuola guardando la città intorno con quella lieta spavalda insolenza di chi, nascendo, crede che nasca con lui il mondo. E il Napoleone di marmo a Brera sarà agli occhi loro altrettanto antico, pliocenico, che quella bisnonna che, come si chiamava? Ah, Marina.
Ora, suppongo che altri, invecchiando, facciano simili scoperte. Ma non se ne parla mai. Da vecchi gridano ancora i tribuni, concionano i giornalisti e i maestri di pensiero, come e più di prima. Ma non hanno loro dentro quel tarlo che rode, e chiede conto, e fa importune domande (dove vai, e cosa resta alla fine di te)? Li vedo che inveiscono, si incazzano, coltivano grandiose ambizioni: come certi di vivere per sempre. A me, invece, le case di Brera mi guardano. Come volessero qualcosa. Una ammissione, forse, o una scelta. Come se l’invecchiare servisse solo per costringerci a confessarci, infine, poveri inermi figli.