tempi.opinioni Martedì 16 Marzo 2010 
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Israel: Va bene difendere l’ora di religione islamica ma non a prezzo di taroccare la storia

Nella discussione sull’introduzione dell’ora di religione islamica, Massimo D’Alema ha definito le posizioni di chi è contrario «primitive» e ha aggiunto che su quel fronte si sono uditi soltanto «suoni gutturali»

di Giorgio Israel
Nella discussione sull’introduzione dell’ora di religione islamica, Massimo D’Alema ha definito le posizioni di chi è contrario «primitive» e ha aggiunto che su quel fronte si sono uditi soltanto «suoni gutturali». Un atteggiamento davvero raffinato, non c’è che dire, per chi è da molti inspiegabilmente considerato come una persona molto intelligente con cui è possibile dialogare. Se questo è un atteggiamento dialogante figuriamoci cosa fa D’Alema quando si arrabbia… Lasciamo il grand’uomo ai suoi vertici di pensiero e proviamo a fare qualche ragionamento “gutturale”.
Quel che appare imbarazzante, in questo periodo, è il ricorso disinvolto alla storia (e non soltanto a proposito del problema in oggetto) per sostenere delle tesi politiche. Leggiamo sui giornali che l’ex ministro Giuseppe Pisanu, pur esprimendo qualche perplessità di ordine pratico, si è mostrato aperto nei confronti dell’ipotesi dell’introduzione dell’ora di religione islamica sostenendo che bisogna ricostruire un rapporto tra Occidente e i-
slam, perché quest’ultimo ha dato un apporto formidabile alla cultura del primo con le traduzioni dei classici greci. Il rapporto si è interrotto – ha aggiunto – perché l’islam è stato schiacciato dal colonialismo occidentale. Ora, si possono apprezzare le buone intenzioni che animano queste affermazioni – volersi bene è sempre una bella cosa, purché l’amore sia ricambiato – ma non bisogna esagerare. Che l’islam abbia dato un grande apporto alla formazione della cultura europea è indubbio. Anzi si può aggiungere che per alcuni secoli l’islam conobbe una fioritura straordinaria, che può ben essere considerata come un autentico Rinascimento, mentre l’Europa occidentale era immersa in uno stato di arretratezza. L’i-
slam trasmise l’eredità classica che aveva dapprima rifiutata e contribuito a cancellare con il rogo della Biblioteca di Alessandria (640 d.C.) e altre distruzioni che privarono il mondo per sempre di tanti testi originali ellenici ed ellenistici. Dall’ottavo secolo l’islam elaborò in forme originali la cultura antica che aveva riscoperto, nel campo scientifico (matematico, in particolare, trasmettendo anche il sistema numerico indiano) e filosofico. Poi, però, dal dodicesimo secolo, il mondo musulmano ripudiò questa tradizione, sia per effetto di una reazione violenta dell’ortodossia islamica contro la scienza e la filosofia (che diede luogo a un “caso Averroè” molti secoli prima del “caso Galileo”), sia per le invasioni barbare, turche e mongole che radicalizzarono questa trasformazione in senso integralista. Gli storici più attenti, anche in ambito musulmano, insistono sul fatto che, da quel momento, l’islam si è separato dalla modernità e che questa frattura non è stata mai ricomposta, anzi è alla radice dei drammi e conflitti che stiamo vivendo. In tutto questo il colonialismo, che è un fenomeno molto più recente, non c’entra nulla. L’islam si è ritirato dallo sviluppo della cultura europea molto prima. Anche sulle traduzioni bisogna intendersi: l’assimilazione dei testi dell’antichità classica – su cui si sono sviluppati l’Umanesimo, il Rinascimento e poi la rivoluzione scientifica del Seicento – è avvenuta nelle grandi scuole di traduzione dal greco e dall’arabo che erano gestite quasi esclusivamente da cristiani ed ebrei nei territori spagnoli della “reconquista”.
Si tratta di questioni storiografiche complesse che non si prestano ad essere usate in modo disinvolto in funzione di progetti politici. Obama, con il discorso del Cairo, ha dato un pessimo esempio in questa direzione, recitando un panegirico agiografico disseminato di castronerie. Non è il caso di imitarlo.

 

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