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Le Olimpiadi che nessuno vuole. Moria di candidati per i giochi invernali del 2022

maggio 29, 2014 Emmanuele Michela

L’ultima a tirarsi indietro è stata Cracovia, dopo Monaco, Davos e Stoccolma. Sochi dimostra che i giochi a cinque cerchi costano uno sproposito e la vecchia Europa non può permetterseli

Rischiano di tramutarsi in un problema non da poco per il Cio le Olimpiadi invernali del 2022. A poche settimane dalla chiusura delle candidature per ospitare i 24esimi giochi olimpici sulla neve si sta assistendo ad una paradossale ritirata di possibili città organizzatrici, spaventate dagli ingenti costi dell’evento. L’ultima località a tirarsi indietro è stata Cracovia: domenica si è svolto un referendum cittadino, e solo il 30 per cento di chi ha votato ha detto di voler ospitare in Polonia le gare a cinque cerchi. Replicando così le scelte che, in passato, già altri possibili organizzatori avevano fatto: sempre il voto cittadino aveva detto no ai Giochi a Monaco di Baviera e a Davos/Sankt Moritz, mentre Stoccolma si era ritirata dopo essere stata lasciata sola da Governo e amministrazione locale nell’affrontare le spese.

LVIV, ALMATY E PECHINO. A questo punto rimangono quattro città in corsa, ognuna alle prese con problemi che minano la buona riuscita della candidatura: c’è Lviv, che però è difficile venga premiata visti i problemi dell’Ucraina, al pari di Almaty, già criticata per le tante violazioni dei diritti umani registrate in Kazakistan. Se Oslo è ancora vista come favorita ma potrebbe, pure lei, ritirarsi per il timido sostegno del governo, rimane in corsa Pechino, che però ha organizzato da poco le Olimpiadi estive ed è un luogo che il Cio vorrebbe evitare: nel 2018 le Olimpiadi invernali saranno a Pyeong Chang, Corea del Sud, e una regola non scritta vuole che non si assegnino due edizioni di fila dei giochi allo stesso continente. Così l’empasse domina, portando prepotentemente agli occhi di tutti il fatto che organizzare i Giochi è un lusso che in pochissimi possono permettersi, pure quando la rassegna in questione è quella invernale, più in sordina (e quindi relativamente più economica) di quella estiva.

L’ESEMPIO DI SOCHI E ATENE. «Credo la situazione si stia facendo difficile», ammette al New York Times Terrence Burns, ex consulente Olimpico, «È un momento difficile per il Cio, ma credo che un dialogo onesto sul come siamo arrivati a questo punto e cosa intendiamo fare in futuro per evitare di ricascarci un’altra volta possa essere benvenuto». D’altronde, l’esempio di Sochi è stato sotto gli occhi di tutti: alla fine i giochi nella cittadina russa sono costati 51 miliardi di dollari, con scarse prospettive turistiche per la zona. Andando indietro nel tempo tornano in mente le Olimpiadi estive di Atene 2004: per costruire palazzetti, strutture e campi d’allenamento la Grecia sborsò 15 miliardi euro, quasi il 4 per cento del suo Pil, indebitandosi non poco. Secondo qualcuno la crisi economica del Paese iniziò lì, e le tante opere abbandonate a se stesse, avvolte da erbacce e crepe, sono il peggior lascito di quell’avventura.

SOLO ECONOMIE EMERGENTI. Nell’empasse delle candidature per le Olimpiadi del 2022 c’è anche il segno che la vecchia Europa non è più capace di scommettere su grandi manifestazioni sportive, troppo dispendiose anche per i portafogli di Paesi dalla struttura economica forte (Svizzera, Svezia, Norvegia…): esorbitanti le spese per le strutture e la rassegna, per non parlare di quelle per la sicurezza. Non a caso dopo Sochi rivedremo bob, sci e slittini tra quattro anni in Corea del Sud, mentre tra due settimane i Mondiali saranno in Brasile che, due anni dopo, ospiterà anche le Olimpiadi. Oramai solo le economie emergenti possono permettersi il lusso di questi eventi: la Coppa del Mondo nel 2018 sarà in Russia, quattro anni più tardi addirittura in Qatar, dove costruiscono stadi alla velocità della luce sfruttando operai asiatici sottopagati.

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