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Nunziante, autore di Checco Zalone: «Ci divertiamo a distruggere miti»

dicembre 7, 2011 Carlo Candiani

Venerdì scorso Checco Zalone ha esordito su Canale 5 con lo spettacolo Resto umile world tour. Cinque milioni di spettatori hanno seguito il suo show. Il suo autore, Gennaro Nunziante, spiega a Radio Tempi come nasce lo spettacolo e risponde alle polemiche sull’imitazione di Misseri: «Fotografia sarcastica della realtà ma non volevo farla»

L’arrivo sugli schermi televisivi dello spettacolo teatrale Resto umile world tour, di Checco Zalone, nello stesso periodo dello show di Fiorello – la prima puntata è andata in onda lo scorso venerdì su Canale 5, registrando più di 5 milioni di spettatori e il 23% di share – ha rinverdito i dualismi alla “Coppi – Bartali”, anche se si tratta di due personaggi completamente diversi. La comicità di Zalone è sempre più alla ricerca del politicamente scorretto? «Di questo politicamente scorretto ne ho sentito parlare da quando Luca Medici (il vero nome del comico pugliese) è sulle scene. Io la trovo una cosa anomala, più che altro è la ricerca di una correttezza politica che è assente nella società, presentata in un puro divertimento istintivo». Esordisce così a Radio Tempi Gennaro Nunziante, co-autore dei testi di Zalone e regista dei suoi film di successo. «Ci divertiva l’idea dello show, per una specie di riconoscenza verso Mediaset e per la voglia di produrre uno spettacolo inedito per Canale 5, che ha sempre prodotto intrattenimento di superficie, un po’ ovvio. Ci siamo divertiti a ribaltare le categorie comiche da prima serata».

Un rischio, soprattutto se proposto in prima serata.
«Questi sono stati anni di massacro per l’intelligenza, perché si è ritenuto lo spettatore un prodotto: le fasce commerciali annientano il pubblico. L’esodo degli ascolti dalle tivù generaliste è dovuto alle strategie che vogliono annullare la visione critica. Non è un caso che salgano gli ascolti quando si presentano contenuti di valore».

Il vostro umorismo sembra basarsi sulla disintegrazione dei miti.
«Assolutamente sì. Qualsiasi mito è orribile, specialmente quelli legati ai cantanti. Io e Luca ci divertiamo a distruggere il mito musicale e da lì poi ci allarghiamo al resto».

Quindi anche i politici?
«I politici si sono distrutti da soli: insistere con la satira, da parte nostra, sarebbe di cattivo gusto».

Lo sketch di Michele Misseri, lo zio del delitto di Avetrana è al centro di molte polemiche. In molti l’hanno definito agghiacciante.
«Parliamoci chiaro. Se lo sketch viene letto come provocazione allora sono il primo a essere contrario, perché non mi interessa provocare. Ma credo che ciò che lega profondamente l’umanità, me compreso, è l’ipocrisia: abbiamo il terrore di vederci rappresentati».

Ascolta l’intervista audio
[podcast pid=120/]

Si spieghi meglio
.
«Noi abbiamo voluto prendere un personaggio, Michele Misseri appunto, che potrà essere giudicato solo dalla legge e non dalle persone, e raccontarlo dal punto di vista del giudizio umano. Volevo mostrare pietà per chi su questo delitto ci ha marciato per mesi, costringendo le persone a ridurre una tragedia a una questione da bar. Se è così “divertente” discuterne, parlarne, se è bello partecipare e capire attraverso i plastici, allora quanta televisione si può fare! Perché la tivù si è ridotta a vendere fasce commerciali. Mi ascolti…».

Prego.
«Qualche tempo fa sul sito di un quotidiano ho visto un video di un’esecuzione mafiosa in strada, anticipato, prima della visione, da uno spot pubblicitario. Questo è quel tipo di cose che giudico intollerabile. Prima mi ha parlato di una scena comica agghiacciante, ma per me agghiacciante è stata la rappresentazione costante e continua che le televisioni ci hanno imposto. L’uso di questi argomenti serve ad assopire i telespettatori: si eviti di parlare di crisi economica e morale, meglio concentrarsi sulla cronaca nera. Oggi, quando cerchi di risvegliare le coscienze per assurdo vieni tacciato per quello che ha prodotto la degenerazione comunicativa. È vera ipocrisia!».

Mi scusi se insisto, ma non credo che lo spettatore abbia letto tutto ciò nella parodia di zio Michè.
«L’azzardo di quello sketch nasconde il problema. In quanto cattolici, e io cerco fortemente di esserlo, siamo chiamati a essere segno di contraddizione. Non siamo chiamati a giudicare gli uomini, ma a denunciare il moralismo con il quale si raccontano queste vicende. Io sono pugliese e ho visto le televisioni che si organizzavano per creare un indotto commerciale sul caso Avetrana e quell’uomo, Misseri, ora è ospite di tutte queste reti. La nostra satira continua a dichiararsi lontana da ogni giudizio, ma è una fotografia sarcastica della realtà».

Ha letto i forum sul programma di Checco? L’indignazione per quella scenetta è altissima
.
«Tra gli indignati ci metta anche me, sono stato l’unico a oppormi alla sua messa in onda. Ma difendo comunque la scelta di Luca, perché l’ho visto deciso nella denuncia, con animo pulito».

Come definirebbe l’umorismo di Luca, così infarcito di parolacce?
«La sua volgarità è finta, è un vaso dilatatore che serve per fare entrare altre idee e altri concetti. Non bisogna fermarsi alla parolaccia, lo spettatore deve proseguire. Diventi liberatorio quando apri spazi di discussione, quando ti sfili da una visione unica. Le faccio un esempio: solo un pazzo può satireggiare sui cantanti che si mettono a cantare assieme quando accade una tragedia. Quando Checco Zalone dice: “Se vedete cantare insieme degli artisti, toccatevi, perché è accaduta una disgrazia” dice una cosa verissima, che sgretola una serie di tabù. Questa gente condivide solo le tragedie, non condivide la quotidianità, sembrano esseri di un altro pianeta».

Il fenomeno Zalone sembra assodato. Sicuri che sia ancora il ragazzo umile di un tempo?
«Al cento per cento. Luca è rimasto il ragazzo che ho conosciuto il primo giorno, vive nel suo paese, con la sua fidanzata, va a fare la spesa ed è in buona compagnia. Anch’io faccio vita ritirata».

Intanto però state già lavorando al prossimo film.
«Si, racconteremo l’universo delle persone ricche e di come si vive e ci si comporta quando si hanno un mucchio di soldi a disposizione».

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