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«Non usiamo le agenzie di rating da anni. Chi ha investito in Titoli di Stato italiani ha guadagnato»

febbraio 16, 2012 Redazione

L’ad e presidente del Gruppo per la gestione del risparmio Azimut Pietro Giuliani, in un’interivsta ad Avvenire, dichiara che «sono anni che non seguiamo le agenzie di rating. I tassi sui Titoli italiani non corrispondevano alla realtà, chi ci ha investito ha guadagnato il 7,5%».

«Sono anni che non seguiamo le agenzie di rating. Il rating lo deve fare chi sceglie “come” e “dove” investire, ed è proprio quello il suo mestiere, onorato assumendoti il giusto rischio per farlo. Non esiste un’entità esterna che possa svolgere la stessa mansione “oggettivamente”». Parla così in un’intervista al quotidiano Avvenire Pietro Giuliani, presidente e ad del Gruppo Azimut, principale Gruppo italiano indipendente attivo nella gestione del risparmio, quotato a Piazza Affari. Azimut, a novembre, ritenendo che i tassi dei Btp avessero raggiunto livelli «che non corrispondono alla situazione reale», ha messo a disposizione dei risparmiatori un fondo che investe al 100% in Titoli di Stato italiani.

«A quei prezzi» spiega, «un fondo sui Titoli di Stato italiani rappresentava “tecnicamente” un ottimo investimento. L’Italia non è fallita e oggi, chi ci ha creduto, ha già guadagnato il 7,5%. Avendo per di più nel suo fondo Titoli con rendimenti importanti». Giuliani, secondo cui «l’Europa vive al di sopra delle sue possibilità», dà un giudizio molto negativo sulle agenzie di rating: «Quale valore aggiunto danno a una società di gestione del risparmio i signori del rating? Professionisti che fanno lo stesso mestiere degli analisti e dei gestori di una Sgr e, per di più, sono in evidente conflitto di interesse. E poi le principali agenzie di rating, tutte americane, hanno un pensiero “americano”, certo non “europeo”».

L’ad e presidente di Azimut si concede anche una battuta sulle misure da prendere per uscire il più in fretta possibile dalla crisi: «[Serve] una Banca centrale che possa operare come i colleghi della Fed o della Boe, e cioè come prestatore di ultima istanza, e un ministro delle Finanze che coordini le politiche fiscali e che metta un po’ di ordine in un’Unione ancora disunita politicamente».

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