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Non so perché la Cei abbia parlato, però serve una costituente. Ci sta?

settembre 29, 2011 Luigi Amicone

Pubblichiamo la lettera del direttore di Tempi a quello del Foglio, Giuliano Ferrara: “Direttore e amico, proviamo a metterci modestamente in gioco? Di “Casta” oggi in Italia ce n’è una sola, da vent’anni: è la magistratura. Le chiedo: in nome di Dio, ci può offrire una piattaforma e un luogo aperto a 360 gradi rispetto alle collocazioni politiche, sociali, culturali, giuridiche, dove discutere un programma di riforma fondamentale dello stato, di nuova Costituzione e Costituente?”

Pubblichiamo la lettera inviata dal direttore di Tempi Luigi Amicone a quello del Foglio, che l’ha pubblicata il 28 settembre, Giuliano Ferrara.

Sono effettivamente convinto anch’io che, premesso che la chiesa non può fare altro che richiamare la sua visione dell’uomo e del mondo, dunque denunciare rigorosamente il peccato e astenersi dalla politica del peccatore; premesso che, dal punto di vista cattolico è meglio un premier agnostico e grande peccatore, piuttosto che un premier cattolico e senza peccato (e scagli la prima pietra chi lo è) ma che promuove in nome del relativismo l’istituzionalizzazione dei peccati (per esempio: di aborto, di manipolazione della vita, di eutanasia e forme di unioni incompatibili col matrimonio tra un uomo e una donna) eccetera.

Io sinceramente non so perché i Principi della chiesa abbiano sentito il bisogno di intervenire in questo momento contro i comportamenti “tristi” e “vacui” desunti dalle “narrazioni giornalistiche” e naturalmente berlusconiani. So però che, al di là delle ottime intenzioni, il pronunciamento del capo della Cei dà l’impressione di condiscendere, e quindi rappresentare in maniera vicaria, le pressioni della nota lobby che da tempo urge e si straccia le vesti (farisaiche) perché la chiesa cattolica scenda in campo contro il presidente del Consiglio. Avranno le loro ragioni, i vescovi italiani, ma a noi non pare una cosa proprio intelligente, così come ci parve poco lucida la posizione di tanti prelati in merito ai noti referendum del giugno scorso. Comunque sia, credo che prima o poi ci renderemo tutti conto che portare fuoco a una situazione economica e sociale a dir poco incandescente, non aiuta la giustizia ma serve soltanto a caricare di ulteriore drammaticità il già drammatico clima di assedio che si registra intorno al governo e al Parlamento e che certo non aiuta ad affrontare le poche grandi riforme di cui il paese ha bisogno per non scivolare verso la Grecia.

E comunque, volevo condividere con lei questo: direttore e amico, proviamo a metterci modestamente e semplicemente in gioco? Penso questo: il cuore del problema è lo stato italiano, un covo di briganti. E dico agostinianamente briganti non per accusare di alcunché amministratori e servitori dello stato, ma per rilevare che, infine, abbiamo visto in cosa consista la Costituzione italiana: consiste nel fatto (lo dico rozzamente ma credo che a buon intenditore basti e avanzi) che pezzi consistenti dello stato hanno fatto di essa una sorta di “Corano”, di proprietà loro e da imporre in maniera interessata, faziosa e intollerante agli italiani (tant’è che quando il voto democratico non premia i loro stimati e ottimati, gli esiti delle urne vengono regolarmente impugnati e conculcati per via giudiziaria). Insomma, di “Casta” cosiddetta, oggi in Italia ce n’è una sola, e c’è da vent’anni: è la casta della magistratura, di tutte le magistrature, che sono dotate di poteri divenuti in ogni ambito di fatto discrezionali, al di sopra delle leggi, irresponsabili, assoluti e rafforzati presso il popolo dai tirapiedi a mezzo stampa, i quali invece di svolgere con serenità, ironia, equilibrio e senso critico il mestiere giornalistico si sono stesi a tappetino e si esprimono in guisa di sotto-pubblici ministeri e aggiunti di cancelleria fascista.

E allora ecco la questione che va oltre gli attuali assetti e stalli politici: per uscire dallo stato dei briganti bisogna rifondare lo stato e perciò, prima di una nuova classe politica, occorre una nuova Costituzione. Oggi l’Italia è un paese dove una parte tiene sotto schiaffo l’altra, dove le corporazioni statali e funzionariali dello stato si muovono indisturbate e hanno il potere di intimidire e paralizzare ogni iniziativa privata, associata, libera. Non è solo il problema della crisi globale, è la tragedia che in Italia tu non puoi lavorare, non puoi educare, non puoi invitare a casa tua chi vuoi tu e parlare al telefono come vuoi tu e non come ti impone la mafia delle mani pulite. Le faccio un esempio: un industriale di successo e di impresa molto apprezzata dai consumatori non può più nemmeno esprimere un suo libero pensiero, non può scrivere libri, non può più dire quello in cui crede. E’ normale? Sia chiaro, io non voglio che a mia madre sia impedito di avere il libretto di risparmi che ha e che ha depositato presso una Coop della Liguria. Non voglio che alle Coop sia impedito alcunché, compreso il diritto di gestire i risparmi della gente che si fida di Coop e di avere una o dieci banche Coop. Però non posso nemmeno ammettere che ci sia un’Italia di serie A, regioni di serie A, comitati di affari di serie A, interpretazioni della Costituzione di serie A, ordini giornalistici di serie A eccetera.

E chi non la pensa come loro è fuori da ogni serie costituzionale, legale, democratica, civile, culturale. Io voglio uno stato finalmente al minimo e una società al massimo, articolata, fondata sulle persone, la cui libera associazione e corpi intermedi possano perseguire la felicità che pare a loro e partecipare alla comunità di destino nazionale portando ognuno il frutto del proprio libero lavoro e libere aspirazioni. Voglio perciò muri alti come grattacieli a impedire la discrezionalità e la pervasività della magistrature e dei burocrati; voglio che lo stato sia federale e articolato secondo autonomie e responsabilità chiare. Voglio magistrature elette, che perseguano i crimini secondo priorità rigorosamente indicate dalla sovranità popolare e dalla pericolosità sociale, separate negli ordini di accusa e di giudizio, ineleggibili in qualunque rappresentanza politica prima che siano trascorsi un certo numero di anni dall’abbandono della carriera inquirente o giudicante. Agostino diceva che lo stato della banda dei briganti è quello che non garantisce la giustizia. Ma la giustizia non è semplicemente la giustizia penale e il suo compito funzionale di perseguire crimini e violazioni delle leggi; la giustizia è inestricabilmente legata alla libertà e attiene al reggimento della cosa pubblica, quindi è di pertinenza somma della Politica. Giustizia, infatti, non è riconoscere la dignità dell’uomo e dare a ciascuno il suo (che presuppone che ci sia qualcuno dotato di autorità superiore che mi concede il diritto di avere qualcosa e di essere uomo). Giustizia è mettere in atto tutto quanto è politicamente, giuridicamente e costituzionalmente necessario per garantire a ciascun eguale, cittadino, uomo, la libertà di perseguire i propri fini nel rispetto di quelli altrui.

Per questo, in sintesi, visto che lei ha saggezza e cervello e passione da vendere, le chiedo: in nome di Dio, ci può offrire una piattaforma e un luogo aperto, aperto a 360 gradi rispetto alle collocazioni politiche, sociali, culturali, giuridiche, dove discutere un programma di riforma fondamentale dello stato, di nuova Costituzione e Costituente intorno ai quali mobilitare forze vive, pensiero, energie italiane? Non le sto proponendo un partito. Le sto proponendo un lavoro. Non mi dica che ha già dato e che alla nostra età siamo pronti alla morte. Mi dica che un uomo libero non si consegna allo stato dei briganti vestiti dell’ennesimo nuovismo dalle mani pulite e piedi prensili. Grazie

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