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Non siamo un paese per giovani? O non siamo un paese di genitori?

ottobre 2, 2016 Emanuele Boffi

Se tutta l’enfasi è posta su diritti e desideri, cosa volete che risponda un ragazzo cui chiedete rischi, sacrifici e responsabilità?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Oh, magari ha ragione lui. Magari ha ragione Raffaele Cantone a dire che «c’è un grande collegamento tra fuga di cervelli e corruzione». Va bene, però possiamo provare a uscire un attimo dal rassicurante – sì, rassicurante – ambito della denuncia? Il refrain lo conoscete: l’Italia non è un paese per giovani. E come tutti i ritornelli contiene una sua dose massiccia di verità, ma anche un punto oscuro, un interrogativo che si tende a scartare e che è questo: cosa diavolo insegniamo a questi giovani? Cosa diciamo loro che è la vita e per cosa vale la pena di essere spesa? Sono domande per adulti e per chi abbia una concezione virile dell’esistenza, non ridotta a soggiorno a mezza-pensione o luna park.

Secondo l’Istat sono quasi 7 milioni gli under 35 che vivono coi genitori. C’è un problema se una grande fetta di questi ragazzi (31 per cento), pur avendo un impiego, non lascia il nido per cominciare un’avventura propria. Solo colpa dei bassi salari o dobbiamo porci qualche domanda?
Altri numeri: Luca Ricolfi sulla Stampa ha notato che otto anni fa gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila, mentre oggi sono 2 milioni e 400 mila (+100 mila l’anno). Nello stesso lasso di tempo, gli italiani impiegati sono stati 1 milione e 200 mila in meno. Perché? Secondo Ricolfi il problema è che, mentre gli stranieri sono disposti ad accettare lavori anche al di sotto delle loro competenze, gli italiani sono choosy: «Non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di se stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare». In un paese che ha liceizzato tutto – sebbene abbia più bisogno di operai specializzati che di laureati – è questo lo scotto da pagare. Ma se continuiamo ad assecondare questo andazzo sia culturalmente sia politicamente (i 500 euro ai 18enni, che boiata), faremo la fine di chi si benda gli occhi mentre cammina verso il precipizio. «L’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà e determinazione – scrive ancora Ricolfi –, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto tra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto».

Se nel discorso pubblico e familiare l’enfasi è posta solo su diritti e desideri, cosa volete che vi risponda un giovane cui chiedete sacrifici, rischi e responsabilità? I drammatici numeri sull’occupazione giovanile ci dicono qualcosa in più del refrain sull’Italia anti-giovani: ci dicono che non siamo un paese di genitori, cioè adulti capaci di accompagnare i propri figli ad avventurarsi nella vita. È perché avvertono la nostra titubanza che si sottraggono al compito di crescere, soffrire, mettere su famiglia. Fornire loro una scusa che automaticamente li giustifichi è il modo migliore per renderli dei baby pensionati esistenziali. Ci vuole davvero un grande coraggio – cioè fede in qualcosa che non crolli – per sostenere la speranza altrui. A volte basta una carezza per dimostrarlo. Altre volte serve un calcio là dietro.

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