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Non si esce dalla crisi dello Stato se non si ricompattano i moderati

marzo 11, 2013 Lodovico Festa

Per ripartire, l’Italia deve superare tre problemi: sopravvivere all’emergenza, ricostruire lo Stato e consolidare un centrodestra che sia comunità politica.

La crisi italiana non è tanto economica quanto crisi dello Stato ed è esplosiva a causa degli instabili equilibri internazionali: politici (per le difficoltà dell’amministrazione Obama e per la fragilità del governo Merkel in vista del voto di settembre) e finanziari (non vi è una chiara rotta per affrontare elementi centrali dell’assetto economico globale: dal quadro valutario alle regole sulla finanza). Da qui le tendenze a voler semplificare la governance dell’Italia.

USARE BEPPE GRILLO. Crisi dello Stato e incertezza internazionale si intrecciano poi con un malessere sociale che al di là delle cause materiali è cresciuto perché il “governo tecnico” ha fatto sentire privi di rappresentanza interi settori della popolazione. Inoltre la disgregazione della società di cui è espressione Beppe Grillo è spesso usata come arma da vari sistemi di influenza nazionali e stranieri per proteggere i propri ambiti di potere: la polemica contro la casta, ad esempio, è stata concretamente ispirata dai settori dell’establishment che, dopo avere appoggiato il fallimentare governo Prodi, cercarono una via per coprirsi la ritirata. Il sovversivismo delle classi dirigenti di cui scriveva Antonio Gramsci è ancora modo diffuso di funzionare della nostra società.

TRE COSE PER RIPARTIRE. Naturalmente elemento della crisi è anche l’inadeguatezza del centrodestra, al di là dell’incredibile capacità di Silvio Berlusconi di capire parti essenziali dell’elettorato. Comunque non è illegittimo distinguere chi resiste sia pure in modo goffo, con troppi interessi personali e comportamenti disdicevoli, da chi nella disgregazione si tuffa per difendere il proprio particolare. In questo quadro i problemi sono tre: sopravvivere all’emergenza, ricostruire lo Stato (e insieme un’Unione Europea non bottegaia) e consolidare un centrodestra che sia comunità politica e non solo moltitudine intorno a una propaganda. E non esiste oggi via di uscita se non si tengono insieme questi tre fattori. Non è possibile affrontare la riforma dello Stato se non si governa l’emergenza: ma le basi sociali per affrontare l’emergenza si possono organizzare solo se ai cittadini si offre un serio orizzonte alla loro partecipazione nella conduzione della cosa comune.

BUCO NERO DELLA SECONDA REPUBBLICA. E la costruzione di forze politiche capaci di collegare società e politica anche in un sistema maggioritario – come probabilmente resterà quello italiano perché le grandi nazioni si possono governare democraticamente solo con sistemi binari – diventa tanto importante quanto l’affrontare l’emergenza e porsi l’obiettivo di una ricostruzione dello Stato. In questo senso la mancanza di forze politiche adeguate è uno dei grandi buchi neri della Seconda Repubblica, determinato innanzitutto da ampi settori dell’establishment pur di orientamento conservatore che per articolati motivi e interessi si sono sottratti dall’esercitare una funzione nazionale se non quando potevano godere di un potere che si sottraesse al vaglio democratico. Responsabili della crisi sono anche le residue forze costituenti di sinistra ancora influenti su scala nazionale, eredi di Pci e dossettismo, che hanno disertato dall’onere di rivedere un patto costituzionale ormai inadeguato, per mantenere le proprie posizioni di rendita.

COLPE DEI MODERATI. E certo vi sono forti responsabilità del centrodestra, dove l’idea stessa di una discussione istituzionale è stata sostanzialmente rimossa. L’esigenza di reggere l’aggressione mediatico-giudiziaria semplificando al massimo i messaggi corrispondeva alle capacità di Berlusconi ed è diventata inevitabile quando chi era dotato di una cultura politica più raffinata non è stato capace di offrire un’alternativa. Forse solo Giulio Tremonti per una fase, con un ponte fra movimentismo leghista e berlusconiano, ha cercato di costruire un’ipotesi di riformismo conservatore articolata, ma poi ha ceduto alla corte degli ambienti elitistici che lo volevano utilizzare in funzione antiberlusconiana e si è perso in una sorta di autismo. Per il resto, a parte poche eccezioni, alla semplificazione berlusconiana si sono solo contrapposte le miserie di certe nomenklature ex Dc ed ex Msi, l’idea bislacca di partiti come puri comitati elettorali, i movimentismi mitomaniaci ispirati alla purezza liberista, i pasticci del mondo produttivo egemonizzato dal montepaschismo del sistema bancario.

CAPOLINEA. Tutto ciò è arrivato al capolinea con l’ultima galoppata berlusconiana, in parte inevitabile per le ultime meschinità casiniane e la vanesia arroganza di Mario Monti, che ha tenuto aperto ancora uno spiraglio politico ma è insidiata dalla definitiva disgregazione della società. Questo è lo scenario che ci sta di fronte: lo deve avere ben presente chi si assume responsabilità politiche in prima persona. Mentre chi vuole limitarsi a contribuire a una responsabile ricostruzione dello Stato e alla gestione dell’emergenza, dovrebbe svolgere innanzitutto un ruolo da background culturale per un’area moderata-conservatrice così fragile rispetto all’esorbitante egemonia della sinistra.

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