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«Non moriremo, perché la mia bambina mi scrive che prega sempre per me e per i miei soldati»

dicembre 31, 2014 Redazione

Il racconto dei cappellani militari della Prima Guerra Mondiale. Le Messe, i sacramenti, le bestemmie e la fede vissuta in trincea, sotto le raffiche dell’artiglieria nemica

Arezzo-ricorda-i-34-preti-e-religiosi-caduti-nella-Seconda-Guerra-mondiale_articleimageArticolo tratto dall’Osservatore Romano – «La memoria di tante croci e sacrifici aiuti gli uomini a costruire e a difendere il prezioso bene della pace»: nella dedica ben si esprime il proposito del libro I Cappellani Militari d’Italia nella Grande Guerra. Relazioni e testimonianze (1915-1919) a cura di Vittorio Pignoloni (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2014, pagine 990, euro 43). Viene fatta così memoria dei cappellani militari — e insieme a loro dei sacerdoti e dei preti-soldato — che offrirono la vita sul campo, in trincea, accanto ai soldati impegnati nei combattimenti. In pagina pubblichiamo le relazioni di due cappellani militari. La prefazione al volume è di monsignor Santo Marcianò, arcivescovo militare per l’Italia, al cui magistero, in qualità di arcivescovo di Rossano-Cariati (2006-2013) sono dedicati i cinque volumi per i tipi della Ferrari Editore (Rossano, 2014). Del presule sono riproposte lettere pastorali, omelie, relazioni e meditazioni che ne hanno scandito l’intensa azione pastorale.

163° Reggimento fanteria. Oggetto: relazione dell’azione religiosa svolta fra la truppa. 

A sua Ecc.za Rev.ma Il Vescovo di Campo Bologna — Palazzo di Spagna. In seguito al saluto rivolto fraternamente dall’Ecc.za Vostra, mi fo un dovere inviarLe il resoconto della mia assistenza religiosa fra le truppe.

Sono stato sempre Cappellano di Reggimento e solo durante il riposo ho potuto in chiesa radunare la truppa, recitando ogni sera il S. Rosario e impartendo la Benedizione col SS.mo. La Messa in trincea non è mai mancata, la frequenza dei sacramenti, specie nelle ricorrenze, è stata soddisfacente.

Nella Pasqua ho avuto moltissime comunioni (quasi duemila), ognuno ha avuto il suo ricordo con queste parole: «Comincia e termina la giornata con brevi preghiere. Ama i Superiori e la Patria tua. Non degradarti innanzi al vero, perché la divisa è mantello d’onore. Non lordare il tuo labbro con turpiloqui e bestemmie. Non transigere col proprio dovere. Frequenta i Sacramenti. Rispetta ogni donna, come vuoi che sia rispettata tua madre, tua sorella, la tua sposa». In trincea molti hanno ricevuto la SS.ma Eucaristia.

Il culto delle tombe ha avuto una cura speciale. Nei campi, coltivati a cimiteri, oltre la croce che individua l’estinto, ne ho messa una grande con queste parole: — Parce mihi Domine — il 163° Reggio Fanteria ai caduti.

L’Ufficio notizie, potremmo meglio chiamarlo Ufficio conforti, ha avuto gran parte nella nostra guerra. Le famiglie hanno da questo avuto sempre con sollecitudine notizie dei loro cari: e nulla s’è trascurato, anche in caso di morte, di rendere meno acerbo il dolore che spesso è toccato alla famiglia. Ogni festa v’è stato il discorso sul Vangelo, sempre con la nota dell’amor patrio. Spesso il soldato ha avuto doni, libretti, medaglie, immaginette, e non tralascio elencare anche altri doni come per es. vino, cioccolato, zucchero, carta, foglietti, sigari e sigarette: unico mezzo per affezionarsi il fante.

Sono contentissimo d’aver tolto nei reggimenti, nei quali appartenni, l’analfabetismo. Anche in trincea, che scrupolosamente ho visitato ogni giorno, ho impartito lezione, ed anche oggi, a Cortina d’Ampezzo, la mia scuola conta 93 alunni, dando in pochi giorni risultati meravigliosi facendomi un dovere d’inviarne un saggio all’Ecc.za Vostra.

Nell’insieme non posso lamentarmi; nella mia esperienza posso dire che ha avuto sempre il soldato grandissima fiducia nel Cappellano: le parole ad essi rivolte sono state sempre accolte con piacere ed i consigli messi in pratica. In trincea, specie nei pericoli, ho notato grande risveglio religioso; chi forse passava delle ore in discorsi poco corretti, l’ho visto piegare il ginocchio e pregare con fervore. Anche la casa del soldato è stata sempre frequentata dal nostro soldato: ivi passa qualche tempo dedicandosi o a scrivere ai suoi o alla lettura di libri morali.

Per aderire poi al desiderio dell’Ecc.za Vostra, non tralascio il dire che sotto raffica continuata d’artiglieria nemica, non ho mai abbandonato il soldato, consigliandolo se dubbioso, aiutandolo se ferito, dandogli onorata sepoltura se piombo nemico lo toglieva ai vivi.

Spesso nei gravi pericoli, soldati intrepidi hanno manifestato grandissima fiducia nella preghiera. Un Ten., per esempio, ai suoi così gridava: «Non moriremo, perché la mia bambina mi scrive che prega sempre per me e per i miei soldati: ed io ho grande fiducia nella sua preghiera».

Cortina d’Ampezzo, 26 dicembre 1918. Il Cappellano del Reggimento Caiazzo don Pasquale (Agostiniano)

Relazione 1915-1916-1917

Sono Cappellano Militare dal 23 maggio 1915 e dal 24 st. m. fui ininterrottamente in zona di operazioni, vera e propria. Fino al dicembre 1917 tra Caporetto e Tolmino nella località Smart (Monte Nero): dal 12 gennaio c. a. fino ad oggi nel settore del Grappa sotto la gloriosa Quarta Armata. Ho prestato il mio servizio nella massima parte del tempo in un Ospedaletto da Campo da 50 letti (N. 18) che fu anche, per vari mesi, alle dipendenze del Gruppo Alpini b: per undici mesi, questi ultimi cioè, presso il 34° Raggruppamento Artiglieria Assedio, fin anche a sostituire colleghi di Reggimenti di Fanteria, ma per poco tempo, per quanto non trascurabile: ma di questo servizio non parlerò, mentre altri certamente riferiranno in merito con migliore conoscenza di causa.

Scrivendo, invece, di tutto il resto dirò quanto l’esperienza sopra una oggettiva osservazione mi suggerì, senza vanto alcuno, persuaso ad ogni buon conto che il Cappellano deve guardare in faccia alla realtà senza timore, se la coscienza gli assicura di aver compiuto il proprio dovere a seconda della forza e dei talenti ricevuti da Dio. Voglio ancora dichiarare che fu sempre mia opinione che un Sacerdote, che si trova ad avere la cura spirituale di un qualsiasi reparto militare, deve regolarsi come avesse affidata una parrocchia: poco clamore, meno coreografia, lavoro paziente.

Notai nel personale sanitario, truppa compresa, poco sentimento religioso o, meglio, molto trascurata ogni pratica di religione: non affermo che detto personale vi sia sistematicamente contrario; ma è certo che il rispetto umano vi ebbe sempre buon gioco, cosa, a mio avviso, dovuta al fatto che mancò uno dei coefficienti maggiori del risveglio, il pericolo immediato. Per un Ospedaletto come il mio il pericolo esisteva sì, e non mancarono, purtroppo, casi in cui il contributo di vite alla Patria fu discretamente largo; ma era sempre pericolo diverso da quello della trincea: Il bambino corre alla madre quando ha paura e così l’uomo cerca Dio allora che teme!

Tuttavia anche qui trovai delle anime buone, se non molte per numero, abbastanza per la intensità dell’esempio da loro dato: queste io ringrazio perché mi furono di aiuto valido sempre. A parte le Messe che mi facevo dovere di celebrare nelle diverse corsie degli ammalati e dei feriti, ogni mattina, a parte le confessioni e comunioni, qualche discorsetto pratico e strettamente evangelico tenuto in quelle occasioni. Per detto personale dell’Ospedaletto riserbai di massima qualche parola lanciata a tempo e modo opportuno. Qualche libriccino e, in modo speciale, l’opera di due buoni sacerdoti soldati, che essendo per natura più a contatto colla truppa potevano meglio influire bene moralmente senza aver l’aria di fare prediche dalla cattedra, ciò che mi parve più in contraddizione con lo spirito dei catechizzandi.

Non ho mai ottenuto gran che reagendo autoritariamente alla bestemmia: la trovai diffusa molto anche tra ufficiali; invece ebbi buoni risultati col mostrarmi costantemente rattristato, senza dir molto, ogni volta che di bestemmie si proferivano.

I ricoverati dell’Ospedaletto furono nella maggiore quantità, anzi, quasi tutti, feriti e gravi, gravissimi: fra questi ebbi buone soddisfazioni; certo tanto non potei che consolare come portavano le circostanze e le condizioni spesso tali da non permettere al paziente di significare in modo chiaro la sua volontà: ma di quanti — e sono molti i morti per cui devo pregare — assistetti e accompagnai nel grave passo della eternità, nessuno mi si rifiutò di ricevere i conforti religiosi.

Sac. Giuseppe De Micheli

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