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Non fallire oggi è un’impresa. Serenella ce l’ha fatta «imparando che non sono sola»

agosto 9, 2015 Benedetta Frigerio

La crisi, i clienti che non pagano, i fornitori che chiedono i compensi arretrati, lo Stato che non fa nulla per salvare aziende e famiglie. Storia di Serenella Antoniazzi

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Sono le 18, la campanella di fine turno è suonata da un’ora ma Serenella è ancora coperta di polvere fino alla nuca. Indossa un paio di calzoncini, una canottiera e le scarpe da ginnastica: «Questa sono io», dice a Tempi. Serenella Antoniazzi, confondendosi con gli operai dell’azienda che conduce insieme al padre e al fratello da oltre trent’anni, smonta i luoghi comuni sugli imprenditori italiani che si arricchiscono sulle spalle dei dipendenti. È difficile immaginarla vestita così, dopo averla incontrata in tailleur seduta a una tavola rotonda organizzata dall’Università Cattolica di Milano sul tema delle imprese. A quel convegno era stata invitata per condividere la sua storia, «quella che mi accomuna a moltissimi altri imprenditori italiani», e che Serenella, insieme a Elisa Cozzarini, ha raccontato nel libro Io non voglio fallire edito da Nuovadimensione.

serenellaPer Serenella, classe 1968, il lavoro ha sempre rappresentato tutto. Aga, l’azienda per la levigatura del legno aperta dal padre e dallo zio nel 1972, è sempre stata il suo unico mondo, casa e famiglia. Cresciuta fra la scuola e il capannone, situato a Concordia Sagittaria in provincia di Venezia, ha imparato il mestiere da un padre che lavorava senza sosta e grazie a cui una casa povera è riuscita a dare il suo piccolo contributo all’Italia. Quella degli Antoniazzi è la vicenda di una delle tante famiglie venete che negli anni in cui l’economia andava a gonfie vele ha avuto l’impressione di potersi fare da sé. «A 16 anni sono entrata in azienda, rinunciando allo studio per dovere nei confronti dei miei genitori e degli operai. Avevo una tuta blu di due taglie più grande e con la calce che mi incendiava la gola e la pelle che si scottava, ho imparato grazie a mio padre i trucchi del mestiere».

Poco dopo anche il fratello Alessandro è entrato in azienda. «Fin da subito mi è stato insegnato che nessuno avrebbe dovuto bussare alla nostra porta per un debito che non avevamo saldato e che bisognava pensare sempre agli altri prima che a sé». I momenti duri sono stati tanti, ma «mi ero illusa che nella vita, alla fine, va sempre tutto liscio. L’importante è impegnarsi e lavorare». E anche quando nel 2003 un incendio doloso ha bruciato l’azienda, «siamo ripartiti da zero grazie a sacrifici, risparmi e a un mercato in pieno sviluppo». Persino all’avvento della crisi finanziaria del 2008 «abbiamo risposto stringendo i denti, senza licenziare nessuno». Al di là dei ruoli all’interno della fabbrica, per gli Antoniazzi la distinzione fra datori di lavoro e dipendenti non è mai esistita «perché i nostri operai sono persone di famiglia, hanno fatto l’azienda con noi, portando le fatiche del lavoro e dandoci sempre fiducia».

La perdita di autonomia
Nel 2011 le difficoltà sembravano essere superate. I fratelli Masiero, dopo aver rilevato l’impresa di uno dei più grandi clienti di Aga, hanno iniziato a commissionare maggiore lavoro agli Antoniazzi: «La produzione mensile raddoppiava. E anche se venivamo pagati dopo parecchio tempo, non ci preoccupavamo perché quel gruppo era composto da quattro aziende che esportavano l’80 per cento del loro prodotto. A fine gennaio 2012 uno dei Masiero mi ha consegnato un assegno datato gennaio 2013, promettendomi che sarebbe stata un’eccezione e che le scadenze di febbraio sarebbero state evase regolarmente, anzi, che il lavoro sarebbe aumentato ancora. Il tutto facendomi intendere che non avrei dovuto insistere troppo sui pagamenti, perché lui avrebbe potuto sostituire Aga con nuovi fornitori senza troppi problemi. Prendere o lasciare». Con il senno di poi Serenella si ripete che non avrebbe dovuto cedere a quei ricatti e che sarebbe stato molto meglio fermarsi. Il problema però, come accade a molte piccole aziende, si chiama monocommittenza: «In pratica, se il tuo lavoro si basa esclusivamente su un cliente, a un certo punto diventi ricattabile, perdi autonomia e libertà».

A causa dei continui ritardi di pagamento dei fratelli Masiero, Serenella si è trovata di fronte a una prolungata mancanza di liquidità che non si era mai verificata e che l’ha costretta a non pagare i contributi dei dipendenti, in totale 86 mila euro. «Facevamo straordinari su straordinari, il fatturato cresceva, siamo passati da 24 mila euro mensili a 45 mila, ma con esso aumentavano anche i debiti. A fine aprile sono stata costretta a contrarre un prestito personale, e poi mi sono fatta coraggio e sono andata dai Maniero a chiedere quello che ci spettava. Una sanguisuga, ecco cosa mi hanno detto di essere». Anche in banca gli scontri col direttore sono sempre più aspri, l’imprenditrice si trova di fonte a un muro.

«Spesso passi dei guai anche se vanti dei crediti, non mi sembra giusto. Se non sono pagata per il lavoro che faccio, divento un cattivo cliente per la banca». I pochi soldi incassati da Aga sono serviti per pagare l’energia elettrica, ma a Natale 2012 la situazione è arrivata al limite. Serenella decide di scrivere una lettera alla Nuova Venezia, raccontando la sua vicenda e denunciando l’assenza delle istituzioni. Colpito da quanto scritto, un imprenditore decide di farle una donazione che Serenella non vuole accettare. Il generoso donatore la convince, mettendola in guardia dall’orgoglio. In questo modo Aga riesce a tirare il fiato e a pagare due mensilità degli stipendi che nel frattempo erano stati bloccati.

La tragedia sfiorata
A gennaio la famiglia di Serenella, che stava già passando l’inverno senza riscaldamento, è stata costretta a chiedere aiuto alla Caritas. Due mesi dopo arriva la notizia che sembra gettare la giovane donna nella disperazione. L’azienda dei Masiero è stata messa in liquidazione, mentre i due fratelli ne hanno aperta un’altra. «Il credito che vantavamo non ci sarebbe stato pagato, ma su quel credito avrei dovuto pagare le tasse». L’unica strada percorribile sembrava essere la chiusura di Aga, «ma mio fratello Alessandro non voleva. Io, al pensiero di lasciare per strada le otto famiglie dei dipendenti, mi sentivo morire. Ci serviva liquidità, quindi abbiamo deciso di ipotecare il capannone, l’unico bene di valore che ci rimaneva: abbiamo contratto un mutuo da 150 mila euro che dovevamo saldare con rate mensili da 1.580 euro per dieci anni».

io-non-voglio-fallireIl peggio però doveva ancora arrivare. Serenella decide di tornare dai Masiero per avere delle spiegazioni, ma i fratelli la umiliano ancora una volta dopo che la stessa mattina la banca l’aveva trattata come una ladra e nel pomeriggio un cliente l’aveva allontanata. «Non volevo tornare da mio padre e mio fratello presentando loro l’ennesima sconfitta. Quando sono risalita in macchina non avevo più forze per lottare». Invece di uscire a Portogruaro Serenella ha deciso di proseguire verso Udine, la pioggia cadeva fitta e una volta in autostrada ha pensato al gesto estremo: «Erano le condizioni ideali per morire, tutti avrebbero pensato a un incidente».

Ma in quel momento il cellulare ha cominciato a squillare: «Non rispondevo, ma lui suonava. Si fermava e poi ricominciava. Alla fine ho risposto. Era Luciano, un imprenditore conosciuto da poco, che voleva sapere come stavo, ma io non riuscivo a rispondere. Continuava a farmi domande, io tacevo. Credo che avesse capito quello che volevo fare. Al telefono, senza che io parlassi, mi ha confessato che anche lui aveva pensato a un gesto estremo quando le cose andavano male: per due anni, mi ha raccontato, è andato in giro con una corda sotto il sedile dell’auto. Luciano ha continuato a pregare di fermarmi, ricordandomi che io non sono solo un’imprenditrice, ma innanzitutto una madre». Serenella decide di fermarsi. Tornata a casa ha trovato il figlio in camera e sul tavolo un compito in classe di fisica. Voto: 9. «Dalla camera mi urla se sono contenta. Ho capito che quel voto lo ha preso per me».

Questa è un’altra vita
I giorni successivi Serenella ha cominciato a reagire «uscendo dagli schemi con cui avevo lavorato per anni: ho preso la macchina per andare a incontrare i fornitori, i clienti e altre aziende del settore. Volevo sapere cosa pensavano e come stavano vivendo la crisi. Ho chiesto aiuto e ne ho ricevuto, scoprendo che c’era una marea di gente nella mia stessa situazione. Per la prima volta abbiamo aperto gli occhi: siccome gli affari erano sempre andati bene, tutti avevano curato il proprio orticello e ora la stavamo pagando. Mi accorgo solo adesso che era un modo di lavorare malato e che solo insieme si possono superare questi momenti. Il dramma che sto passando mi ha cambiata, mi ha costretto a ragionare diversamente sul lavoro, sulla famiglia, sulla vita».

Decisa anche a dialogare con le istituzioni, Serenella ha bussato persino alla porta di Equitalia. «All’Agenzia delle Entrate ho chiesto di dilazionare in più tempo le rate con cui stavo saldando il debito dei contributi non versati. Ma anche qui ho trovato un muro. Mi chiedo come sia possibile che a sei anni dalla crisi in cui tante persone sono cadute nella disperazione, non siano ancora state approvate norme per tutelare le aziende in difficoltà. Oggi la legge ti spinge a chiudere, lasciando impuniti i delinquenti». L’incontro con tanti imprenditori ha poi messo in luce l’esistenza di norme contraddittorie «come quella sul concordato, che dà la possibilità ai clienti di non pagare i debiti nell’attesa che i tribunali si pronuncino».

L’unica cosa positiva di tutta questa vicenda è «che ora nulla è più scontato e mi accorgo dell’immenso valore di ogni piccola cosa, di ogni persona, di ogni aiuto. Ora guardo a quanto accumulato e comprato in passato quando non badavo a spese e vedo molte cose inutili». Ma sopratutto è cambiato il modo con cui Serenella pensa a se stessa: «In questi due anni ho scoperto di cercare un senso per vivere, ho capito che non sono solo un’imprenditrice ma prima di tutto una madre, una moglie, una donna bisognosa. Ho imparato a chiedere e a pregare». I sostegni maggiori sono arrivati proprio da persone come Elena, mamma di un figlio disabile «eppure lieta, che mi ha parlato dell’aiuto ricevuto dalla Madonna a Medjugorje».

L’imprenditrice spiega di essere sempre stata abbastanza dubbiosa sull’esistenza di un’altra realtà: «Ero una da Messa a Pasqua e Natale. Ma in questi due anni c’è sempre stato qualcuno pronto a salvarmi nei momenti in cui tutto sembrava finito. Non credo possano essere solo coincidenze». Alla Caritas Serenella ha incontrato don Livio che «mi ha fatto capire che oltre a lavorare dovevo curarmi della mia anima. Ora alla mattina guardo l’alba, mi ritrovo ad affidarmi a Dio. E la sera chiedo aiuto ai miei nonni che ho tanto amato». Prima della crisi Serenella credeva non le mancasse nulla: «Ora ho imparato a chiedere, sento che tutto mi manca. E ho imparato che non sono più sola a vivere e a lottare».


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