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Non è ancora stato ascoltato in Procura, ma la stampa ha già condannato Miccoli

giugno 24, 2013 Emmanuele Michela

L’amicizia con Lauricella, la frase contro Falcone, l’accusa di tentata estorsione: per l’attaccante del Palermo si chiede già l’interdizione «dai pubblici uffici di calciatore»

Spinosa e complessa si è fatta la situazione di Fabrizio Miccoli a Palermo. Quanto emerso nel corso delle indagini sulla famiglia mafiosa Lauricella mettono in luce i presunti rapporti del bomber rosanero con la malavita siciliana e in particolare con Mauro Lauricella, figlio del boss Antonino. Per l’attaccante salentino si parla di alcune ipotesi di reato, tra cui quella della tentata estorsione: nel settembre 2011 avrebbe chiesto aiuto a Lauricella per recuperare una somma di denaro che gli spettava dai soci di una discoteca. Ma ancor di più, a indignare, sono le parole emerse nelle intercettazioni telefoniche tra i due, in cui Miccoli usa toni duri nei confronti del giudice Giovanni Falcone, parlando di «quel fango di Falcone».

INDAGINI SOLO PRELIMINARI. Il giocatore ha detto che chiarirà la sua posizione, e tutti in città, dalla Procura ai tifosi, aspettano le sue parole. Perché le accuse mosse sono gravi per chiunque, figuriamoci per un attaccante simbolo come Miccoli, il giocatore più prolifico della storia del club. Ma per molti media Miccoli è “già” colpevole, la condanna è già stata emessa: le indagini sono ancora a livello preliminare, il legale Caliandro, due giorni fa, ha detto di non avere ancora in mano alcuna documentazione sulle intercettazioni, eppure dalle colonne della stampa si è già partiti con la deplorazione. Ieri la Gazzetta ha affidato a Luigi Garlando il compito di mettere nero su bianco la sentenza: «Sarebbe opportuno che la carriera di Miccoli, ora senza contratto, fosse finita qui e che il governo sportivo intervenisse per interdirlo dai pubblici uffici di calciatore. Lo sport è un esercizio di legalità e, indirettamente, una forma di educazione per i giovani che prendono a modello i campioni. Chi sta dalla parte dei boss mafiosi non può farne parte. Dopo quello che ha detto, Miccoli infangherebbe qualsiasi maglia».
È vero, tra foto e intercettazioni sembra che l’attaccante possa avere poco da dire per difendersi, ma al tempo stesso torna alla mente quanto accadde giusto un anno fa: allora era il Calcioscommesse a macchiare il nostro calcio e ad essere fotografato coi criminali era Domenico Criscito. La prova pareva schiacciante e il ragazzo perse gli Europei: poi però il caso fu archiviato e il terzino prosciolto. Il tutto con un clamore mediatico decisamente minore rispetto a quello utilizzato mesi prima per far esplodere la notizia del suo coinvolgimento.
Se fossero provate le accuse, Miccoli meriterebbe punizioni severe. Ma per giudicare correttamente, non manca ancora un pezzo importante della storia?

PERCHÉ L’INCHIESTA ANCHE IN FIGC? Sembra che, oggi come allora, alla difesa non possa essere nemmeno concessa la parola. A stupire è anche la decisione della Procura della Figc di aprire un’inchiesta sportiva, affidandola al procuratore Stefano Palazzi, diventato noto un anno fa proprio per i processi sul Calcioscommesse. Spiega perfettamente Giovanni Capuano per Panorama che di questa richiesta «sfugge il senso perché, da quanto si conosce oggi dell’indagine palermitana, nulla porta ad atti che, come recita l’articolo 1 comma 1 del di Giustizia sportiva, abbiano a che fare con l’obbligo di lealtà, correttezza e probità “in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva”». Insomma, nella triste vicenda di Miccoli non c’è nulla che spinge ad un’analisi giuridica della sua posizione in campo sportivo: «C’entra il Miccoli amico del boss con il Miccoli calciatore?», si chiede ancora Capuano. «Apparentemente nulla, se non che l’ondata di indignazione popolare sollevata dalla pubblicazione delle intercettazioni pare ghiotta da cavalcare per chiunque sia alla ricerca di un minimo di consenso a prezzo di saldo».

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